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Lati Positivi

  • Discreto thriller d'annata
  • Video più che sufficiente
  • Audio accettabile

Lati Negativi

  • Non è il miglior Dario Argento
  • Audio e video migliorabili
  • Extra scarsi
Recensione

Il gatto a nove code

Una clinica di medicina genetica, un enigmista cieco e la sua nipotina, un giornalista rampante e un killer spietato che uccide anche alla luce del sole. Questi gli ingredienti del secondo thriller di Dario Argento, che senza toccare i vertici delle sue prove migliori rimane comunque un giallo costruito ad arte anche se un po' datato. Pochi brividi, ma la mano di Argento si vede eccome.

di Francesco Destri, pubblicato il

Se dovessimo tracciare un ipotetico ritratto della carriera artistica di Dario Argento, la scelta non potrebbe che cadere sulla trilogia di generi (giallo, thriller, horror) che dal '70 ad oggi ha accompagnato le avventure cinematografiche del regista romano, di cui attendiamo a breve Il cartaio, il film che dovrebbe riportare ipoteticamente Argento al grande successo di pubblico che manca ormai da oltre quindici anni (meglio non farsi strane idee comunque, viste le medesime promesse del disastroso Non ho sonno). Il gatto a nove code appartiene proprio alla prima corrente argentiana, quella comunemente interpretata come giallo all'italiana che pur senza raggiungere i fasti di Suspiria e Profondo rosso permise se non altro al regista di farsi le ossa nel genere thrilling e di diventare un vero e proprio autore di culto anche negli USA, dove il suo primo film (L'uccello dalle piume di cristallo) riscosse un successo di critica e di pubblico impensabile per un regista italiano così giovane anche se non proprio sprovveduto.
Proprio il riscontro di quel bellissimo esordio permise ad Argento di girare il suo secondo thriller con un buon budget a disposizione (il film fu infatti co-prodotto dalla National General) e un cast internazionale con nomi di forte richiamo (almeno allora) come Karl Malden e James Franciscus, popolare volto televisivo americano degli anni '70. La produzione si spostò, come capita solo con progetti di un certo spessore, tra Roma, Milano e Torino e il regista, qui anche sceneggiatore, potè contare sull'appoggio in fase di scrittura di Dardano Sacchetti, una delle menti horror italiane più brillanti di sempre nonché l'autore preferito di due giganti del nostro cinema fantastico come Lamberto Bava e Lucio Fulci. Le premesse per un ottimo film c'erano insomma tutte e la promozione, incentrata sulla definizione di Dario Argento come il nuovo Hitchcock, fece schizzare alle stelle le quotazioni della pellicola soprattutto oltreoceano, dove il film incassò il doppio de L'uccello dalle piume di cristallo.
Eppure Argento fu sempre insoddisfatto di questo giallo e anche noi, pur se in maniera meno esplicita, non possiamo non considerarlo un capitolo interlocutorio all'interno della sua filmografia.
Rimangono ancora oggi impresse nella mente sequenze degne di comparire in ogni videoteca thrilling che si rispetti (le soggettive, i primissimi piani dell'occhio dell'assassino, la scena finale con la tremenda morte del killer, l'omicidio alla stazione, la notte nel cimitero che sarà ripresa anche da Pupi Avati in Zeder), ma effettivamente si può scorgere tra le righe una certa stanchezza narrativa che nonostante il brillante spunto di partenza (le ricerche della clinica per dimostrare la violenza "genetica" dell'uomo) non riserva grossi colpi di scena e che spesso si impantana in parentesi amorose (la storia d'amore con l'attonita Catherine Spaak, le tenerezze sdolcinate tra Franco e Lori) che nulla dovrebbero centrare con l'impianto "mistery" della vicenda. Non per questo però Il gatto a nove code è un film da buttare, anzi. Iniziano a scorgersi temi che formeranno l'ossatura delle migliori opere di Argento (il personaggio cieco, l'efferatezza degli omicidi, le soggettive, certi virtuosismi tecnici), l'incrocio tra giallo, thriller e mistery fantastico è già delineato in maniera sufficientemente estesa e, elemento forse più importante, inizia a farsi chiara l'unicità stilistica del regista che andrà ad influenzare personaggi come il primo De Palma e in parte il Michael Mann di Manhunter. Non male per un autore che solo tre anni prima vivacchiava scrivendo sceneggiature per improponibili commedie all'italiana!

IL DVD

Dopo Tenebre e L'uccello dalle piume di cristallo eccoci con il terzo appuntamento della Dario Argento Collection ad opera di Medusa, che ad essere sinceri, almeno per adesso, non ci ha regalato delle edizioni memorabili, soprattutto se pensiamo che in ballo c'è uno dei nostri registi più amati e conosciuti anche all'estero e che negli USA, in Inghilterra e in Francia ha goduto invece di un'attenzione di tutt'altro riguardo, come dimostrano le edizioni targate Anchor Bay e TF1 per il mercato francese. In questo caso però siamo di fronte a un DVD tecnicamente riuscito se consideriamo gli oltre trent'anni che ci separano dall'uscita del film nelle sale e il pessimo lavoro fatto da Medusa con il video di Tenebre.
Le immagini risentono inevitabilmente degli anni trascorsi, ma per fortuna i graffi, i segni e le spuntinature tipiche di pellicole così stagionate non sono in quantità tale da disturbare eccessivamente la visione e lo stesso si può dire della qualità del master, che da un punto di visto cromatico riesce a riproporre abbastanza fedelmente le tonalità cupe ma affascinanti della fotografia originale di Enrico Menczer, un ottimo "tecnico" attivo proprio negli anni '70. Un quadro sufficiente insomma che però non riesce a sfuggire a improvvise flessioni e a una compressione un po' troppo invasiva nonostante l'alto bit-rate e il disco a doppio strato utilizzato per ospitare il film.
Le cadute di tono (soprattutto di origine cromatica) si hanno in corrispondenza delle sequenze più scure tra cui ricordiamo quella del cimitero nei capitolo finali e in misura minore l'irruzione notturna nella clinica; in queste occasioni il contrasto perde forza e intensità e la tridimensionalità della scena finisce inevitabilmente con il risentirne, anche se comunque non si assiste mai a flessioni davvero rovinose.
Per quanto riguarda invece la compressione, è facile notare sciami di pixel ed effetti di blocking sugli sfondi più chiari e uniformi, ma si tratta sempre di un difetto congenito di pellicole così poco recenti e in ogni caso la situazione era molto più preoccupante in Tenebre, dove la grana e il rumore video erano davvero fastidiosi.
Stesso discorso anche per quanto riguarda l'audio. Trattandosi di un film italiano del '71, la rimasterizzazione dell'originale colonna sonora in mono non ha portato grandi cambiamenti né in fase di allargamento del quadro né per quello che riguarda la pulizia e la resa timbrica. Nonostante ciò, la traccia in Dolby Digital 5.1 risulta alla fine più piacevole di quella in semplice mono, non fosse altro che per la vivacità del fronte anteriore, per qualche simpatico intervento del sub (la sequenza del giro in macchina per le vie della città) e per dialoghi più tonici e meno sottili di quelli presenti nella debole versione monofonica.
Ciò non toglie comunque che spesso le musiche facciano fatica ad emergere con l'impatto e il livello che ci si aspetterebbe nei momenti più concitati del film e che l'ambienza, anche per il gran numero di sequenze ambientate in interni, rimangano n secondo piano rispetto alle musiche e ai parlati. Difficile aspettarsi di meglio (e anche la traccia in Dolby Surround presente nell'edizione americana è bene o male su questi stessi livelli), ma è indubbio che le potenzialità della codifica multicanale avrebbero potuto trovare una valorizzazione più attenta ai molti spunti sonori d'interesse del film.

CONTENUTI SPECIALI

Non c'è niente da fare. Quando si tratta di horror l'americana Anchor Bay rimane imbattibile per qualità audiovisiva e soprattutto per completezza e la sua edizione Regione 1 ne è una prova lampante, visto che contiene alcune interviste a Dario Argento, Dardano Sacchetti ed Ennio Morricone, il trailer del film, spot televisivi e radiofonici e un'intervista audio a Karl Malden e James Franciscus.
Nulla di tutto questo purtroppo ha trovato posto in questa edizione Medusa, che nonostante la possibilità di includere qualche intervento di Dario Argento o, perché no, un suo commento audio (dopotutto stiamo parlando di una delle case italiane più importanti sul mercato), si è limitata a due gallerie fotografiche (una a colori e una in bianco e nero) e alle schede biografiche del cast. Davvero troppo poco per raggiungere la sufficienza.

Voto  stelle su 5
Voto dei lettori
Per quello che concerne il genere thriller-horror Dario Argento, soprattutto nella seconda metà degli anni '70, ha rappresentato il talento visionario più lucido e fulgido presente nel panorama internazionale e pur mantenendosi su livelli di tutto rispetto, i suoi primi tre “gialli all'italiana” (definizione spesso fuorviante ma innegabile in questo caso) non hanno mai raggiunto il successo e l'apprezzamento critico di capolavori del mistero come Profondo Rosso e Suspiria. Non fa eccezione Il gatto a nove code, film dal solido impianto mistery e ben diretto dall'allora trentunenne regista romano ma povero di autentici brividi e retto su un plot poco interessante e ancor meno spaventoso. Un film comunque che ogni amante del thriller dovrebbe avere nella propria collezione e che Medusa ripropone nella sua Dario Argento Collection in un DVD da dimenticare sul versante degli extra ma più che sufficiente per quanto riguarda l'audio e il video, entrambi piacevoli e fortunatamente lontani dai picchi negativi riscontrati in Tenebre. Inutile dire però che si sarebbe potuto fare meglio sotto tutti i punti di vista.