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Flight Food

di Lorenzo Antonelli, pubblicato il

Non mangio farinacei ad abundantiam da quindici giorni.

Mi son detto: a Los Angeles mangerai schifezze colesteroliche a non finire, vacci affamato!

Ma c'è una cosa che (con tutta probabilità) mi distingue dai miei buongustai compagni di viaggio: adoro il plasticoso pranzo fornito in volo.

Quelle vaschette preconfezionate con gusto scandinavo, ricolme di micro-prelibatezze liofilizzate e spacciate per succulenti succedanei di lasagne, coniglio alla cacciatora, orecchiette con cime di rapa o carbonara con pepe e tutti i crismi.

Adoro la difficoltà con cui il cibo si porta alla bocca attraverso forchette lillipuziane e cucchiai nanici. Adoro quel sapore di finta besciamella in alta quota.

Adoro il dolce accluso, solitamente ghiacciato e collocato nell'angolo più esterno della confezione all inclusive.

Ricordo con ardore il club sandwitch che mi offrirono durante il volo per Copenhagen: aveva personalità e forte retrogusto.

Insomma, il cibo in volo non è mica da gettare, secondo me.

Sull'aereo quello che fa schifo davvero, però, è il caffè.

Non si può proprio bere.

Da buon meridionale spero ancora nella creazione della Vesuvian Airlines: si parte con comodo, senza fretta, appena arrivano tutti i passeggeri in ordine sparso.

Il caffè lo farebbero con la caffettiera napoletana, cioè quella a naturale infiltrazione dell'acqua attraverso i chicchi macinati.

Yamm' bell', si decolla!

(e si ricorda ai passeggeri che le cinture di sicurezza non sono obbligatorie)


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