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    Io non l'ho visto giocare purtroppo... o meglio.. l'ho visto giocare e lo conosco per i documenti che ho (cassette, ritagli di giornali ecc..), già non ho fatto in tempo a conoscerlo... Ago non mi hai dato il tempo... Oggi infatti è l'anniversario di quel terribile 30 maggio 1994 in cui il grande forse uno degli unici veri capitani della Roma si suicidò, Agostino di Bartolomei. Credo sia importante per tutto il popolo giallorosso ricordarlo lui è stata una di quelle persone che ha portato con onore quella fascia da capitano, ha dato tutto alla Roma ci viveva per quei due semplici colori.. il giallo e il rosso.. e più precisamente il giallo oro e il rosso pompeiano, semplici ma importantissimi per lui ci ha regalato uno scudetto, c'ha fatto sognare... La curva non ti dimentica, starai nel nostro cuore per sempre...

    Ciao capitano!!!!!!! Ciao dibba!!!!!

    OHHH OH AGOSTINO.. AGO AGO AGO AGOSTINO GOL




    La Speranza ha due figli, lo sdegno e il coraggio. Il primo serve a raccontare le ingiustizie del mondo e il secondo a cambiarle...
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    Questo scritto è di Claudio D'Aguanno mi ha colpito molto.... così voglio metterlo.. in onore di Ago!





    Io l’ho visto ridere. Non dite cazzate quant’era musone, triste, sempre ingrugnato percontosuo e schivo. Non è vero. Con Agostino ci sono cresciuto insieme. E più d’una volta l’ho visto ride e non ero da solo e manco brillo. Oggi spappolo il fegato a caffè borghetti, whiskey e overdose di biscardate ma allora, al massimo, erano mostaccioli, pescetti di liquirizia e spuma gazzosa al bar di Marcello a Tor Marancia. Da Marcello, sotto casa sua a via Giangiacomo, ci si vedeva spesso. Capitava infatti che andavamo insieme giù al Nistri, poi lui ha proseguito per la strada sua e io invece me so’ fermato al campetto lì davanti. C’erano due campi quegli anni là nel quartiere, quasi appiccicati e funzionavano tutti e due. Oggi non è così e quando ce ripasso davanti me rode il chiccherone a vederne uno bello, rifatto a novo ma deserto, mentre l’altro se ne sta ridotto a pezzi per via di certi impicci che ancora non ho capito. Comunque a quel tempo le cose andavano così come t’ho detto. Al Nistri ci stava la squadra dell’Omi, la scuola calcio di Trillò, una società da paura infagottata di soldi e ci giocavano i più forti. Ce stava gente come Santini, Beccafico, Luciano Ferracci, Granito, Memmo Jeva, Bebbo Carubba, Busilacchi e un sacco d’altri. Al Tormarancio invece c’andavano l’altri, quelli ruzzicosi litichini, era un po’ il campo dei senzanalira e c’entravi senza problemi. Al contrario dell’Omi dove dovevi passa’ l’esame per stare al nagc. Te lo dico perché l’ho fatto e me ricordo ancora il primo giorno. Non ero proprio una mezza sega ma t’avevo messo in croce mio padre che lavorava all’Ottica Meccanica e stava al sindacato e pure al Cral. Alla leva calcio ’55 mi ritrovai con una pipinara di ragazzini come me, tutti in riga allineati e seri seri, mentre davanti ce stavano Gino Camiglieri, Ovidio Seracchiani e altri due, uno era Fiore, in tuta a filacce con due palloni in mano. Ci chiamavano a turno, ci facevano entrare nel cerchio a centrocampo, ce ne lanciavano uno e via col tango: “daje regazzi’ palleggia e attento a non uscì da dentro”. Alla fine, dopo un sacco di storie, spartivano i fratini per la partita. Gialli gli esordienti A. Verdi gli esordienti B. E quelli che erano d’avanzo se ne restavano locchi locchi a guardasse la partita. Non chiedermi che colore c’avevo io. So solo che Agostino stava dall’altra parte.




    Le baracche a Tor Marancia era un pezzo che non c’erano già più. Ma noi ci chiamavano sempre shangaini. Uno magari ci rosicava però poi finivi per tenertela quella nomina che faceva un sacco rispetto. Il quartiere c’aveva confini precisi e invalicabili. Invalicabili per l’altri. Per tutti quelli cioè che appunto non erano dei nostri. Andava dalle case rapide davanti al San Michele fino al cinque de coppe e giù poi ai palazzoni storti di San Quintino. Perché sto nome di San Quintino? Forse perché il posto era una buca con due sole uscite ma a me sinceramente non m’ha mai dato l’idea d’una prigione. E poi manco a dì ch’eravamo delinquenti. Sergio Maccarello, er pugile, quando l’ammazzarono ce venne una batteria da fuori e tutta quella chicago che riportarono i giornali fu più su, ai lotti d’Annio Felice, mica da noi. Comunque da una parte di San Quintino c’era l’entrata del Nistri, in fondo lo sterrato di piazza Lotto e su un’altra direzione partiva il vialone della torre che arrivava dritto sparato sulla Colombo dove, al semaforo, te fermavi a guarda’ le macchine che filavano verso l’Eur e la groviera del colosseo quadrato. Proprio quella in fondo, con tanti buchi quante le lettere di benito mussolini, e che a noi ce sembrava una specie di colonna d’Ercole. Di là c’era Ostia e il mare d’estate. Di qua ce stava Roma e la vita di tutti i giorni. Ovvero le partite, le scazzottate, i danni combinati in giro, i dispetti al Sorgino cioè al portiere del lotto che ce bucava i palloni, le giornate in banda a aspettà domenica. Di festa la punta era al bar di Checchina. Se giocava la Roma s’andava tutti insieme con l’auto allo stadio. Pure al derby. Tutti assieme romanisti e laziali. Oddio, erano manco un paio i lazialotti, forse meno, ma sul serio non c’erano tutte ‘ste guerre d’oggi. Si prendevano i mezzi e si partiva con la cirioletta, la bibita, le sigarette sciolte e ‘na bandiera fuori ai finestrini. Quando la Roma andava in trasferta invece l’obiettivo nostro era il Columbus, il pidocchietto, cioè il cinema dei preti alla Chiesoletta della Garbatella. Un biglietto costava cento lire, Maciste faceva a botte pure co’ Zorro o D’Artagnan, ma i meglio posti erano i nostri e si svoltava notte a fusaje bruscolini e pisciate all’angoletti. Agostino ‘ste cose con noi non le faceva mai. Lui abitava dall’altra parte di via Giangiacomo, quella di piazza Lante, e i suoi non ce lo mandavano per strada in mezzo a noi.




    Tra noi shangaini e quelli ricchi di piazza Lante il punto di incontro era il campo del palo. Stava lì alle cave di via Sartorio e lo chiamavamo così per via d’un palo piantato in mezzo e che quando giocavi dovevi pure stacce attento a dribblarlo. La sfida partiva all’inizio delle scuole e durava tutta un anno. Quelli di piazza Lante erano una manica di pippe tenute assieme da Agostino che per quanto forte da solo però non bastava. Non è che fossero tutti scarsi, ce stava Paolo il figlio dell’arbitro e pure Gianfranco Passanti e Stefano Neri che t’ho ritrovato all’Omi, ma a conti fatti non erano all’altezza. Noi invece c’avevamo Roberto Zappi, Maurizio Rotoli, Danilo Leo. C’era pure Franco Catoni, Giggi Magrelli e Maurizio er chesia. Ci potevamo pure permette Giorgio caccoletta che non mancava mai. E così li seppellivamo sotto una cofana di gol. Agostino però mai una volta che s’arrendesse all’evidenza. Puntualmente voleva la rivincita. “A casa vostra” diceva. “A casa nostra” rispondevamo. E a piazza Lotto pigliavano la sveglia uguale. Insomma non c’era storia. Quando ce fu però, per me, furono dolori. Fu quella volta che in terza media alla De Nicola i due professori di educazione fisica organizzarono una partita. Ci venne tutta la scuola, preside e bidelli compresi, a guardacce. E ci venne pure Carletta con le amiche sue. Un disastro. Agostino si piazzò davanti alla difesa, alla Dibbartolomei insomma, e fece il mostro. Chiudeva, stoppava, ripartiva e davanti lanciava lungo Marco Lupi che filava come un treno. Quattro fischi. Ancora me li sento. Danilo segnò su punizione ma la disfatta fu grande. Soprattutto quando vidi Carletta, con le amiche sue, che lo fermavano per l’autografo.





    Se c’era un modo per farlo arrossire era proprio quello. Con lo scudetto sul petto si intimidiva se i ragazzini lo avvicinavano per chiedergli la firma. D’atteggiarsi a divo non ci pensava proprio. Pensa che al liceo, e già giocava in Primavera, non ne saltava uno di allenamento per quel torneo Roma Junior Club che poi ci fece vincere alla grande. Magari all’oratorio da Padre Guido veniva di nascosto da Herrera e Trebiciani ma lui lo trovavi lì, sempre pronto a darti una mano, sempre con un’umiltà e una forza che levati. Prima d’una partita col Panfilo Castaldi mi prese pure da parte, smicciò quegli scarpinacci sfondati che mi trascinavo appresso e quasi chiedendo scusa me ne regalò un paio dei suoi tutti nuovi. Poi, sorridendo, m’allungò la fascia da capitano. Cazzo se era forte. All’Olimpico i primi calzettoni che spuntavano da sotto i corridoi erano i suoi. E le sue urla dopo un gol decisivo t’arrivavano dirette come una botta bona. Agostino triste? Ma non me rompete l’anima. Io che, con gli amici di sempre l’ho seguito pure dopo, me li ricordo ancora gli occhi sua al debutto in serie A a San Siro, le braccia alzate dalla felicità al cielo dopo il 2 a 0 con l’Avellino, quel giro di campo per lo scudetto o, al primo derby dopo il tricolore, quel sorriso verso di noi che reggevamo un chilometro quadrato di stoffa con la scritta TI AMO. L’avevano preparata i ragazzi del Commando e quando entrarono le squadre in campo la Lazio aveva già perso la partita.






    Victor Cavallo, un amico mio, una volta m’ha detto “è facile dire addio, basta diventare stronzi”. E quando è stato il giorno suo non gliel’ho fatta a andare a salutarlo. Me so chiuso dentro casa con le finestre spalancate sul Nistri. Quella sera di maggio era pieno di monnezza e erbacce. Poi lui mise il pallone sul dischetto del rigore. Guardò il portiere. Guardò la curva, prese la rincorsa e sentii solo un boato di centomila matti che gonfiava la rete.
    La Speranza ha due figli, lo sdegno e il coraggio. Il primo serve a raccontare le ingiustizie del mondo e il secondo a cambiarle...

  Ciao Ago Dibba...capitano Mio Capitano 30-5-94

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