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    UNA LEZIONE AL CINISMO DEL CALCIO


    di SERGIO GIVONE

    UN GESTO che merita davvero il massimo rispetto, quello compiuto da Claudio Prandelli, allenatore della Roma, che per restare accanto alla moglie gravemente malata ha lasciato la guida di una grande società calcistica, punto d'arrivo per chiunque faccia il suo mestiere, rinunciando a tutto: ricchi emolumenti, visibilità mediatica, riuscita professionale, successo. Un gesto che non sembrava possibile nel mondo del calcio, dominato com'è da logiche per lo più spietate e dove cinismo e opportunismo sono la regola. Invece no. A dimostrazione del fatto che chiunque può essere fedele a se stesso in qualsiasi circostanza, purché lo voglia. Anche nel mondo del calcio.
    Ciò che rende esemplare la scelta di Prandelli è la sua sobrietà. Nessun patetismo, nessuna enfasi retorica. Niente di deamicisiano. Prandelli non ha avuto bisogno di spiegarsi né tantomeno di giustificarsi. Come chi semplicemente dicesse: farò quel che devo fare, quel che è bene fare, quel che il cuore mi detta di fare, tutto qui, non c'è nient'altro da dire. I giocatori (quei giocatori di cui aveva saputo conquistare stima e affetto in poche settimane, e ora sappiamo perché) hanno capito. C'è da sperare che lo stesso valga anche per i tifosi.
    Il che è tanto più importante se si pensa all'enorme potere che ha il calcio di “fare immagine”, e cioè di suggerire modelli di comportamento. Non ha molto di che gloriarsi, il calcio. Quanto c'è di più corrivo, superficiale, volgare, e spesso anche di più violento e criminoso, filtra ormai quotidianamente dagli stadi atrraverso gli schermi televisivi e, volenti o nolenti, ci raggiunge tutti. Poi però qualcuno si stacca dal coro. Incurante delle mille seduzioni che potrebbero trattenerlo e fargli cambiare idea, semplicemente fa quel che ritiene di dover fare. Senza clamore. Nel modo più composto. Un esempio di stile. Tanto da far sperare che anche il più becero dei calciomani di fronte a un gesto come questo sia sfiorato da un pensiero del tipo: ecco, questo è un uomo.
    Ma non basta. Prandelli, l'allenatore capace, schivo e serio che nel momento cruciale della sua carriera ha saputo voltare le spalle alla fama e ai soldi senza batter ciglio in nome di valori più importanti, è anche colui che forse più di qualsiasi altro suo collega aveva capito da tempo dove sta andando il calcio. E dove, se non verso il suicidio? Non sembra essere altro il destino di uno sport preso dentro una spirale che riguarda costi, stipendi, prestazioni dei calciatori, frequenza delle gare, sponsorizzazioni, e così via, il tutto in vertiginosa e folle progressione. Fino all'inevitabile collasso del sistema.
    Andando controcorrente, e riuscendo miracolosamente a stare a galla nel più infido dei mari, Prandelli da anni costruisce le sue squadre con raro senso della misura, senza farsi abbagliare dai presunti campioni strapagati ma puntando soprattutto sui giovani. Con risultati eccellenti, come sa chiunque segua il calcio. E non è solo questione di intelligenza. Ma di spessore umano. Quello spessore umano senza il quale non sarebbe stato possibile a un protagonista di questo sport compiere una rinuncia tanto difficile come se fosse una cosa del tutto naturale.
    Proprio come la vita, di cui è una perfetta metafora, il calcio non cessa di stupire. Come concedere credito a uno sport ormai prigioniero della televisione, che lo ha trasformato in evento ad alta spettacolarità in funzione pubblicitaria? Eppure se questo sport è ancora capace di esprimere un personaggio come Prandelli, sul calcio non è detta l'ultima parola. Forse il suo stupefacente potere di attrazione ha ragioni meno effimere di quel che si crede. Quantomeno esso è uno specchio di quel che siamo, e non solo nel male. Prandelli ce lo ha dimostrato. Anche per questo motivo egli merita gli si dica grazie.




    A questo mondo esistono gli uomini e i conigli, l'As Roma in questi due mesi ha conosciuto entrambi.


    Grazie Mister e in bocca al lupo
    La Speranza ha due figli, lo sdegno e il coraggio. Il primo serve a raccontare le ingiustizie del mondo e il secondo a cambiarle...
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    Lettera di Cesare Prandelli


    ROMA, 27 agosto 2004

    Come forse saprete in questo ultimo periodo ho vissuto alcune difficoltà legate a problemi familiari. Nonostante ciò ho provato a svolgere il mio incarico nel modo più professionale possibile soprattutto perché ho trovato persone e un ambiente straordinario.

    In queste ultime ore ho capito di non riuscire a trovare la serenità necessaria per svolgere il mio lavoro: per il rispetto che devo a questa Società, ai giocatori e a tutti i tifosi della ROMA ho deciso di rinunciare a tutte le opportunità professionali e di privilegiare le necessità personali legate alla mia famiglia.

    Per questo ho ritenuto opportuno dare le mie dimissioni.
    E' con grande difficoltà che ho maturato questa decisione, nella convinzione però che sia la cosa giusta in questo momento della mia vita.

    Voglio ringraziare tutti coloro che mi sono stati vicino, in particolare la famiglia Sensi per la disponibilità e la sensibilità; Franco Baldini per essere stato un riferimento non solo "tecnico"; Daniele Pradè, Elena Turra per la comprensione e l'affetto dimostrato; Antonio Tempestilli, Mario Brozzi per aver contribuito a creare per me le migliori condizioni lavorative; il capitano Francesco Totti in rappresentanza di tutta la squadra per la professionalità e la collaborazione; lo staff tecnico e medico e tutti coloro che hanno reso questa breve esperienza indimenticabile.

    Auguro a questa Società e tutti i tifosi le soddisfazioni e i successi che meritano.
    La Speranza ha due figli, lo sdegno e il coraggio. Il primo serve a raccontare le ingiustizie del mondo e il secondo a cambiarle...
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    Originally posted by OTAN
    fossero tutti così di sani principi i romanisti... :rolleyes:

    :asd:





    Non te la posso far passare.... lo capisci vero??? perchè forse tu non sai che gli juventini i sani principi non li conoscono nemmeno di nome, roba che se dai la mano a un milanista subito dopo te lavi le mani, se dai la mano a no juventino subito dopo te conti le dita! ma mi faccia il piacere hehe
    La Speranza ha due figli, lo sdegno e il coraggio. Il primo serve a raccontare le ingiustizie del mondo e il secondo a cambiarle...
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    Originally posted by Arichan
    [...] perchè forse tu non sai che gli juventini i sani principi non li conoscono nemmeno di nome[...]


    Un sano principio Juventino? SE DEVI FARE UNA COSA, FALLA BENE!

    Nel calcio si ruba? e loro rubano di più! hai visto quanti scudetti? :asd:
    "Tutto ciò che ha un inizio, ha una fine" (Matrix revolutions)
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    Originally posted by OTAN
    Un sano principio Juventino? SE DEVI FARE UNA COSA, FALLA BENE!

    Nel calcio si ruba? e loro rubano di più! hai visto quanti scudetti? :asd:



    io non ho parole......
    La Speranza ha due figli, lo sdegno e il coraggio. Il primo serve a raccontare le ingiustizie del mondo e il secondo a cambiarle...
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    CHI VA VIA PER VIGLIACCHERIA E CHI PER LEALTA'


    Che strana, la vita! Nel breve volgere di un’estate due allenatori se ne sono andati. Dall’esterno qualcuno potrebbe pensare che il rimpianto di noi romanisti sia andato al primo, quello col quale abbiamo vinto uno scudetto e conquistato di giocare tre volte la Champion’s League, mentre il secondo, quello visto solo in qualche partita amichevole, non ci abbia coinvolti più di tanto. Solo che noi romanisti siamo strani (è proprio per questo che siamo romanisti!), per noi gli allori contano meno dei sentimenti e di certi principi dimenticati come la lealtà. Noi siamo visti dal mondo come feroci ultras capaci solo di pestare di botte gli avversari, di prendere a sprangate le automobili o anche di farci accoltellare pur di gridare alta la nostra fede. Magari siamo anche questo, ma siamo pure quelli che credono nel rispetto: nel rispetto umano e nel rispetto verso la nostra squadra. Se tutti, a cominciare, ovviamente, da noi, hanno ammirato la scelta di Prandelli di rinunciare a un incarico prestigioso per restare accanto alla moglie malata, noi, oltre alla scelta umana del “nostro Cesare”, gli siamo grati per il rispetto che ha saputo dimostrare alla Roma, perché restando, ma con la mente altrove, non avrebbe potuto darle quello che la squadra si aspettava e meritava da lui. Questo si chiama lealtà, ma sono rimasti in pochi ormai a ricordare questa parola, questo concetto, questo principio, questo modo di essere che è il modo di essere di noi romanisti, di quelli che riescono a infischiarsene degli scudetti di fronte a valori più importanti, che poi sono solo quelli che dovrebbero identificare lo sport e che invece proprio nello sport sembrano oggi non contare più nulla. Solo noi, quei pazzi scriteriati casinisti di romanisti, ci crediamo ancora.


    Gens Romana
    La Speranza ha due figli, lo sdegno e il coraggio. Il primo serve a raccontare le ingiustizie del mondo e il secondo a cambiarle...

  Dal Messaggero su Prandelli

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