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    Quelli che non vogliono dimenticare l'Heysel
    19/03/2005 - di copy/paste ; Fonte: http://www.indiscreto.it

    di Stefano Olivari
    > 29/12/2003

    Non ci sono parole per spiegare a un ragazzo dai vent'anni in giù che cosa sia accaduto il 29 maggio 1985 a Bruxelles, prima della finale di Coppa Campioni fra la Juventus di Platini e dei campioni del Mondo e il Liverpool di Dalglish e Rush. Non a caso tutti gli articoli commemorativi sono basati più sulle reazioni a quei fatti che sui fatti in senso stretto, come se una tragedia avesse valore solo quando ci tocca da vicino. Non ci sono parole, ma c'è un libro, 'La verità sull'Heysel', di Francesco Caremani, che abbiamo letto pur avendo la presunzione di sapere ormai tutto, su quei 39 morti e su quelle centinaia di feriti, dopo aver letto e ascoltato centinaia di testimonianze e di polemiche.

    E a leggerlo abbiamo fatto bene, perchè i fatti hanno una forza che anni e anni di ipocriti 'quel giorno è morta anche una parte di me stesso' pronunciati da chi quella coppa l'aveva festeggiata non hanno per nulla sminuito. Va detto che quella di Caremani è una ricostruzione dei fatti che non ha come stella polare l'originalità, essendo stato scritto sull'argomento tutto e il suo contrario, ma che proprio per questo il libro sconvolge. La sensibilità dello scrittore, ma anche del conoscitore di calcio internazionale, impedisce lo schematismo inglesi hooligans animali e italiani simpatici escursionisti pacifici (i giornali dell'epoca ce li ricordiamo, tre quarti degli articoli erano di questo tenore), ma nel caso specifico le biografie di vittime (32 italiani su 39 morti) e carnefici parlano da sole. Non a caso in quel settore Z non era prevista nessuna presenza di tifo italiano organizzato, ma una sorta di zona cuscinetto. Per vari canali, da bagarini a rivendite belghe fino ad agenzie viaggio che si erano procurate quei biglietti fiutando l'affare, però in quel settore c'erano principalmente italiani, nemmeno tutti juventini e quasi nessuno ultrà.

    Tante storie che messe insieme valgono più della somma delle singole storie. Le testimonianze di chi c'era, per capire l'inadeguatezza dell'Heysel ad ospitare l'evento. Il cantiere vicino allo stadio, per i più pericolosi tifosi del Liverpool vera miniera di armi. L'ottusità nei controlli, con gli hooligans che entravano a gruppi e gli italiani del settore Z (ripetiamo: che tutto erano tranne che ultras) perquisiti in maniera tignosa. La faciloneria dell'Uefa, dopo il buon andamento, sul piano dell'ordine pubblico, di Roma-Liverpool dell'anno prima (merito dell'organizzazione italiana, una volta tanto). La arrogante inettitudine della polizia belga. Il muro crollato, per alcuni causa di molte morti in più, per altri apertura di una via di salvezza. Gesti generosi e gesti di sciacallaggio, lo scempio dei cadaveri, con autopsie fatte con supponenza e razzismo. Sì, autopsie con razzismo. Senza tirare fuori Marcinelle, il Belgio ne esce a pezzi. E poi il processo, che fa giurisprudenza introducendo il principio della corresponsabilità dell'Uefa (o di chiunque organizzi un evento) nei fatti accaduti allo stadio, ma con la condanna solo di pesci piccoli, qualche relitto della società inglese, la censura dell'operato di qualche poliziotto sull'orlo della pensione, e un po' di soldi distribuiti fuori tempo massimo. Con la sentenza proprio durante i Mondiali del '90, che cade nel vuoto mediatico.

    Un libro scritto da un giornalista che è stato un ragazzo juventino, ma che a diversi juventini non è piaciuto e non piacerà, non fosse altro che per la sottolineatura dell'indifferenza manifestata da dirigenti e da atleti nel 'dopo', volendo proprio assolverli per le reazioni a caldo. Questa è una recensione, non un processo, e in un altro spazio affronteremo il tema dei giocatori che forse 'sapevano' e della partita 'finta', con esultanza finale dei giocatori che però era sembrata vera. Allo stadio ma anche al ritorno in Italia, scendendo dalla scaletta dell'aereo con la coppa in mano, e con tanti inviti non espliciti, ma proprio per questo più odiosi, a dimenticare. Forse nel nome dello spettacolo che deve andare avanti. Da juventino Caremani avrebbe voluto la restituzione della coppa, con un 'Non assegnata' nell'albo d'oro che avrebbe impedito l'oblio, ma nella società bianconera questa tesi non ha mai trovato terreno fertile. E crediamo nemmeno fra la maggioranza dei tifosi juventini.

    Un libro giornalistico con tanti punti di forza e uno solo, secondo noi, di debolezza: quello di ritenere le morti di calcio o per il calcio più assurde di altri tipi di morte, e quindi, in un certo senso, più gravi. L'autore era amico personale di uno dei morti dell'Heysel, Roberto Lorentini, medico eroico (aggettivo per una volta non usato a sproposito), che nel fuggi fuggi generale avrebbe potuto salvarsi se non si fosse fermato a praticare la respirazione bocca a bocca a un altro tifoso sfortunato, un bambino. Pochi secondi che hanno fatto la differenza fra la vita e la morte: per il padre Otello, intervistato da Caremani, e per le tante persone che gli volevano bene, rimangono l'orgoglio e una medaglia d'argento al valor civile. Per quella d'oro bisognava morire due volte, forse.

    Recensione di Stefano Olivari

    Le verità sull'Heysel - Cronaca di una strage annunciata, di Francesco Caremani (Libri di Sport)
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    Originally posted by Giovanni1982
    scusate non ho capito se per voi è stata una vergogna l'atteggiamento di alcuni giocatori juventini o l'atteggiamento dell'uefa e degli hoolingas responsabili della morte di 39 persone.
    per me è stata una vergogna che siano morte 39 persone :(
    quello che è successo prima e dopo mi sembra accennato abbastanza bene nell'articolo postato da reco
    solo due cose sono infinite l'universo e la stupidita' delle persone
    A. Einstein


    [SIZE=1][I]Il mago fece un gesto e scomparve la fame, fece un altro gesto e scomparve l'ingiustizia, poi un altro ancora e te

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