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    Era un ragazzo introverso e insofferente verso ogni costrizione.

    Povero Edo, morto tragicamente, forse anche volontariamente, a soli 25 anni! Un’esistenza, la sua, bruciata in fretta per incapacità di viverla in normalità, con angosce e malesseri antichi che ogni tanto venivano allo scoperto, lasciando stupiti e sconcertati coloro che lo conoscevano poco, convinti che la vita del calciatore in carriera – e lui lo era, ancora giovanissimo titolare del Brescia, nazionale non occasionale Under 21, grande promessa subito nel mirino di società ricche e prestigiose – sia in sostanza una sorta di giardino di delizie, in grado di esorcizzare disagi e infelicità.
    Se l’equazione successo – appagamento funziona per quasi tutti, non è valsa invece per il povero Edo, che a un certo momento se n’è uscito per sua scelta dal calcio professionistico, con un taglio brusco quanto deciso con il passato.
    C’è chi sostiene che ciascuno di noi nasce con il destino inevitabilmente segnato. Ricordate la storia del soldato che, nei festeggiamenti tumoultuosi della vittoria, crede di intravedere una donna vestita di nero, che egli identifica con la morte? Atterrito da quella visione agghiacciante, salta a cavallo e galoppa per giorni e notti fino a Samarcanda: ed è qui, nella città d’oro, che la morte lo aspetta all’appuntamento fatale, scritto nel libro del destino.
    A volerla rivisitare oggi, ci si accorge che la vita di Edo recava in sé, neanche tanto dissimulate, le stigmate della tragedia. Un’infanzia non priva di disagi e di traumi interiori, un carattere non facile e chiuso, anche per la timidezza che gli rendeva difficili i rapporti, il calcio – per il quale era naturalmente vocato: di rado ho visto qualcuno più ricco di talento innato. Dapprima come passione e poi come mestiere, ma pur sempre “diverso”, introverso e diffidente, con una crescente insofferenza nei confronti di tuto ciò che per lui si configurava come un eccesso di costrizioni: ed eccolo , già ragazzo al quale tutti pronosticavano capacità e quel dono divino che si definisce classe, eccolo tornarsene a casa per incompatibilità con un allenatore di ruvido carattere, finchè un mio amico – che lo conosceva bene e sapeva con bonarietà comunicare con lui – non lo andò a riprendere a Gavardo, il suo paese, per riportarlo nelle giovanili azzurre.
    Dal paese Edo non si è mai voluto staccare: lì aveva i suoi amici d’infanzia, gli unici amici con i quali non sembrava avvertire disagi. Ma che fossero tutti bravi, a quel che si sentiva dire, proprio non pare. Così, quel cordone ombelicale mai troncato, lo tenne nell’ambiente in cui era nato, quasi con attacamento morboso.
    Fu a Lucca, giocando contro i rosoneri locali, che Edo riportò un grave infortunio per un’entrata proditoria di Paci, una frattura alla gamba che lo costrinse a star fermo per quasi 4 mesi. Al rientro, da panchinaro, venne sorteggiato per il controllo antidoping, che evidenziò tracce di cocaina nel suo liquido organico.
    Fu così che Edo si prese un anno di squalifica. Verdetto mite, scrisse qualcuno, dimenticando che Maradona – grande campione e assuntore non occasionale di sostanze stupefacenti – non s’era beccato molto di più.
    Non vollero considerare i giudici della Federcalcio, che Bortolotti era reduce da un incidente e da altri guai he lo avevano angustiato ben oltre le previsioni demoralizzandolo e forse spingendolo a cercare rassicurazioni dove non doveva. Non aveva, come invece altri, fatto ricorso sitematico alla droga. Non allora, almeno. Fosse toccato a me di giucare, del suo particolare momento avrei tenuto conto, evitando una una sentenza che aveva tutta l’aria di volere essere esemplare e ammonente, a rischio di riusultare eccessiva.
    Da quel momento, credo che Edo abbia accentuato il suo disagio. E finì invischiato in un sottobosco di rovi e di spini, di amici-complici, di traffici ambigui. Se in precedenza aveva mosso qualche passo sulla cattiva strada, a tratti riuscendo a sottrarsi a quel richiamo interiore al cuplo dissolvi che si portava addosso, sotto pelle, mi pare di poter dire che da quel momento la sua resistenza si affievolì, fino a obsolere tutto.
    Lo incontrai casualmente una volta: lo trovai più scontroso e distante. Mi disse che non riusciva a reggere la professione di calciatore, troppo ossessiva e totalizzante, ma che il football gli piaceva sempre, tanto da volerlo giocare da dilettante. Ma le sue parole avevano il suono fesso di una moneta fasulla.
    Adesso Edo se n’è andato e io provo molta angoscia per il suo dramma e per quella vita buttata via così, come una cosa inutile, direi addirttura come un peso insostenibile di cui liberarsi. Se penso a lui, a ciò che avrebbe potuto essere, mi piange il cuore. Detto senza retorica, sunt lacrimae rerum.

    Giorgio Sbaraini

    La cronaca
    L'ultima intervista

    RIP:( :(
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    Edo Bortolotti la rondinella dalle ali spezzate
    Il dolore della mamma e della sorella: «Fu lasciato solo nel momento più difficile»

    Dimenticato. La storia di Edoardo Bortolotti, tragicamente scomparso dieci anni fa, si specchia proprio in questo vocabolo duro, impietoso, ma tremendamente vero. Dimenticato. Da molti, moltissimi, soprattutto da coloro che vedevano in lui (senza sbagliare) un giocatore dalle qualità tecniche superiori a quelle di tanti altri, ma che lo lasciarono solo quando ’’Edo’’ cominciò a giocare la partita più difficile: quella contro la droga prima, contro la depressione poi. La partita, insomma, contro la sua stessa vita. Dimenticato da molti, moltissimi, ma non da tutti: non certo dalla mamma Rita o dalla sorella Karin, alle quali gli occhi si illuminano ancora parlando di Edoardo, figlio e fratello. Non dai tifosi del Brescia, gli ultras, sempre pronti a dedicare il coro a quello che considerano ’’uno di loro’’. Non dagli amici veri, quelli che gli stavano accanto non per avere una maglia o un biglietto per andare allo stadio, ma perché apprezzavano l’Edoardo uomo, prima del calciatore. Quelli che ancora oggi portano un fiore sulla sua tomba, al cimitero di Gavardo. Dimenticato però è il vocabolo che più ricorre nella chiacchierata fatta con la signora Rita e con Karin a Gavardo: due donne forti, capaci di dipingere con le loro parole, con le loro espressioni, il ritratto di un Bortolotti inedito, che solo nell’ultimo periodo prima del suicidio aveva perso la voglia di vivere, mai mancata invece nei momenti precedenti, nemmeno durante l’infortunio alla gamba e la squalifica di un anno per uso di cocaina. La loro casa di Gavardo - che dal 2000 è rimasta orfana anche di papà Giacomo - parla ancora oggi di Edoardo: in salotto c’è il ritratto che i tifosi regalarono alla famiglia il giorno del funerale, sparse qua e là sue fotografie con la maglia biancoblù, una mentre affronta Ravanelli in un Brescia-Juventus, l’altra al fianco di Fonseca. No, qui ’’Edo’’ non è stato dimenticato e non poteva essere altrimenti. Ma nelle parole di mamma Rita e di Karin la rabbia è ancora tantissima: per chi ha portato il ragazzo fragile ed emotivo sulla strada della droga, per chi poi ha deciso di non dargli una mano. E per le tante porte chiuse trovate dopo la sua morte. Mamma e figlia parlano a ruota libera, il foglio con le domande preparato lascia subito spazio allo sfogo. Diretto, senza tanti giri di parole. «Per noi questi sono stati dieci anni tremendi - ammette la signora Rita - perché per i primi due Edo è stato ricordato, non tanto per volontà del Brescia Calcio ma per quella di Tonino Busceti, che faceva celebrare una Messa ad inizio settembre. Per il resto più nulla, nemmeno a Gavardo, il suo paese, quello al quale era tremendamente legato». «Speravo che almeno qui organizzassero un torneo alla sua memoria - si inserisce Karin - invece silenzio assoluto. E se mi chiedessero di farlo ora, a distanza di dieci anni, direi di no. Gli unici a ricordarsi sempre di Edo sono stati i tifosi, i quali so che gli dedicano un coro durante ogni partita. Lo so anche se non ho più messo piede al Rigamonti, pur essendo cresciuta a pane e calcio. Ma non ne voglio più sapere». «La rabbia - aggiunge mamma Rita - è che al di là del Brescia Calcio, nemmeno i suoi compagni di squadra di allora si sono fatti più sentire, tranne Maurizio Ganz, un ragazzo d’oro. E dire che non ho mai sentito Edoardo parlare male di qualcuno di loro, mentre invece alcuni si sono permessi di dire cattiverie sul suo conto. Eppure io sono convinta di una cosa: la cocaina gli venne data da chi era all’interno del ’pianeta calcio’: al momento si disse che la faccenda girava attorno ad amicizie del paese, ma non è vero. Tutto successe quando mio figlio, terminato il militare (con la cui nazionale diven ne campione del mondo, ndr) tornò a giocare nel Brescia e s’ infortunò in una brutta domenica di gennaio nel 1991. Rimase fuori un po ’ di tempo, per lui fu un duro colpo e cominciò a fare uso di droga. Poi tornò in panchina in primavera, non giocò mai, ma venne comunque sorteggiato per l’antidoping e trovato positivo alla cocaina. Non so, io da madre in tutto questo continuo a vederci qualcosa di strano.. . E ancora mi chiedo perché, quando chiesi le cartelle cliniche di mio figlio dopo la sua morte, mi vennero negate». Dopo la squalifica però Bortolotti trovò comunque la forza di riprendersi, ma per poco: poi la depressione, fino all’estremo gesto di togliersi la vita. «Sono state dette tante inesattezze, tante cattiverie - sbotta la signora Rita - soprattutto dopo che Edo decise di gettarsi dalla finestra della camera. Sapevamo che non stava bene, già aveva provato a togliersi la vita ingerendo pastiglie, ma riuscii a ’ prenderlo per i capelli’ e a riportarlo in vita. Gli stavamo sempre vicino, ma quel maledetto 2 settembre mio marito scese cinque minuti in giardino con il cane ed Edo rimase solo in casa. Cinque minuti, sufficienti per dire addio a tutti. Qualcuno poi disse che quel giorno i Carabinieri vennero in casa mia a cercare la droga: non è assolutamente vero, ma questa ed altre falsità fecero malissimo a Karin che cadde, nonostante fosse ancora piccolissima, in un profondo stato di depressione. A Gavardo la nostra sembrava una famiglia di delinquenti, ma questo già dopo la positività all’antidoping di Edoardo». «Io sola però - prosegue la mamma - so cosa ho passato nell’ ultimo anno di vita di Edoardo, quando in preda alla depressione venne lasciato solo come un cane, forse per invidia visti i traguardi che aveva raggiunto nonostante la giovane età, Nazionale compresa. Poi tutti, quando si tolse la vita, si rifecero sentire dicendo ’ma forse si poteva... ma forse se avessimo fatto questo...’. Parole inutili, e dette troppo tardi: i ragazzi bisogna aiutarli quando soffrono, non pensarci dopo. Tutto ciò l’ho rivissuto con la morte di Pantani: stesse scene, stessi discorsi del tutto inopportuni». Per la signora Rita e per Karin è anche doloroso ricordare l’ultimo tentativo di Edoardo di avvicinarsi al pallone, quando iniziò a fare allenamento nella squadra del suo paese, il Gavardo. «Una sera tornò a casa e, senza spiegarmi il perché, mi disse che non voleva più andare al campo. Al momento non capii, poi mi riferirono che qualcuno aveva deciso che sarebbe stato meglio che mio figlio non fosse più andato ad allenarsi, perché avevano paura per i bambini. Anche questo contribuì ad accentuare il suo stato di depressione». Durante l’infortunio alla gamba e poi la squalifica per doping però, Bortolotti trovò sempre la forza di andare avanti. «Lo ricordo bene, con gli occhi della mamma: aveva una voglia immensa di tornare in campo, perché Edo adorava giocare a calcio. Quando lo fece, a mio parere lo caricarono troppo di lavoro negli allenamenti ed ebbe problemi alle ginocchia. Venne operato tre volte, ma dopo l’ultimo intervento diceva di non essere più lo stesso, di avere problemi ogni volta che provava a saltare. Da quel momento iniziò la fase discendente di Edoardo, anche perché si sentiva sotto osservazione: non so quante volte andarono a controllargli l’armadietto per verificare che non facesse più uso di cocaina, non ricordo le volte in cui lo sottoposero ad analisi. Ma lui, dopo essere stato trovato positivo, aveva smesso con quella porcheria, ne sono certa, anche perché ero io stessa a dargli i soldi per i vestiti e per la benzina. Purtroppo però si lasciò andare, ma l’amore per il calcio rimase: tutte le mattine si alzava presto e andava a correre vicino a casa, in Faita, per tenersi in allenamento». «Edoardo non aveva un carattere facile - dice Karin - e spesso mi viene da paragonarlo a quello di Cassano. Lui sembrava un ragazzo forte, a volte magari menefreghista, ma non era così: era molto dolce, sensibile, fragile internamente. Per lui il calcio era tutto, ma aveva nella casa il suo nido, quello nel quale si toglieva la divisa del Brescia e viveva la sua vita» . Quella vita poi spezzatasi il 2 settembre del ’95. «L’ultimo periodo è stato tremendo - ricorda la signora Rita - perché non so quante volte ho sentito Edoardo dirmi: ’Mamma, quando guarisco? Quando?’ . E io a spiegargli che per uscire dalla depressione ci vuole tempo... Andò in cura da due psichiatri, che riuscirono in effetti un po’ ad aiutarlo, ma non bastò. Solo io però, a dispetto di tante cattiverie dette sul nostro conto, so davvero com’è stato l’ultimo anno di vita di mio figlio, in preda alla depressione. Non riusciva nemmeno a dormire e allora lo portavo a passeggiare in giardino, per farlo stancare. A volte siamo addirittura andati in ospedale: gli facevano l’anestesia per permettergli di dormire. E poi aveva sempre paura che qualcuno gli facesse del male, o lo facesse alla sua famiglia: una paura per me non infondata, trasformatasi poi in mania di persecuzione». Nel cuore della famiglia Bortolotti, oltre a tanta rabbia e a tante domande senza risposta, dopo dieci anni rimane comunque l’ affetto di molti tifosi del Brescia nei confronti di Edoardo.
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    Mi chiamo Edoardo Bortolotti e sono morto il 2 settembre del 1995. Forse qualcuno si ricorda ancora di me. Sono stato per diversi anni un promettente terzino del Brescia, ho giocato in serie A e in serie B. Nella Nazionale Under 21 di Cesare Maldini ho collezionato quattro presenze, ma potevano essere molte di più perché spesso ho rinunciato alle convocazioni sostenendo di essere infortunato, ma detto tra noi non erano infortuni terribili, semplicemente non mi andava, o avevo di meglio da fare.
    Il mister Maldini deve averlo capito, perché a un certo punto ha smesso di convocarmi, e per me è stato un sollievo. Ho cominciato a giocare a calcio a dieci anni, nel Voluntas, una società satellite del Brescia, insieme a Eugenio Corini e a Luca Luzardi. Mi ricordo che un anno ci mandarono pure a fare un giro negli Stati Uniti, una specie di tournée, e fu uno dei momenti più belli della mia carriera calcistica. Non mi sono mai più divertito così. Non ho mai più trovato compagni di squadra come Eugenio e Luca. In seguito ho anche giocato con Spillo Altobelli, e per me era un mito, uno dei pochi, perché a osservarlo da vicino non sembrava uno che era stato campione del mondo. Quando segnava non esultava mai, alzava solo un pugno, al cielo. Era l’unico con cui parlavo dopo l’allenamento, lo consideravo un amico, anche se fra noi due c’erano quindici anni di differenza. Ho giocato titolare fisso nel Brescia fino all’inizio del ’91, poi mi sono infortunato a una gamba, stavolta veramente, non per finta. Tre mesi di stop. Quando sono rientrato, in occasione di Brescia-Modena, sono stato sorteggiato per l’antidoping insieme a un altro mio compagno, nonostante non avessi giocato nemmeno cinque minuti e fossi rimasto tutto il tempo in panchina. Una settimana dopo nella sede del Brescia è arrivato un fax che diceva: “A seguito delle analisi effettuate dal nostro laboratorio dell’Acqua Acetosa, vi comunichiamo che un vostro tesserato è stato trovato non negativo all’esame antidoping”, e quel tesserato ero io. Ero io Edoardo Bortolotti. Fui squalificato per un anno dai campi di gioco. Il mio “caso” scoppiò poco dopo quello di Maradona e anticipò quello di Caniggia, trovato positivo nel marzo del 1993. Durante il periodo di squalifica ho continuato ad allenarmi con la squadra, a presentarmi al campo tutti i giorni, anche se non rivolgevo la parola a nessuno ed ero sempre cupo come un temporale. Dopo l’allenamento, una doccia volante e via, ero il primissimo ad andarmene, tanto più che Spillo nel frattempo aveva appeso le scarpe al chiodo e Corini e Luzardi erano stati venduti a società importanti e avevano fatto carriera. Nella stagione 1992-93 ho giocato solo undici volte, scampoli di partita o poco più. L’anno dopo sono stato ceduto a una società di C1, il Palazzolo. Ho resistito quattro mesi, e poi ho mollato. Sono tornato a giocare nella squadra del mio paese, il Gavardo. Qualche allenamento, un paio di partite e poi ho chiuso definitivamente con il calcio, a ventiquattro anni. Nemmeno a calcetto con i vecchi amici ho voluto giocare più, nemmeno a calciotto. La mattina ho cominciato ad alzarmi tardi, mi vestivo, mi lavavo, e non avevo più niente da fare. Allora uscivo, con la mia Lancia Delta rossa, giravo tutto il giorno per il paese e la provincia, senza pace e senza meta. Una volta mi sono fermato a un Tatum Shop e mi sono fatto tatuare su un braccio una donna bellissima: ogni poco mentre guidavo me la guardavo e riguardavo e speravo di incontrarla veramente quella donna, ma purtroppo non l’ho mai incontrata. Quasi tutti i giorni andavo a trovare mia nonna, a volte rimanevo a dormire da lei, ci facevamo compagnia. Poi lei è morta, e io ho parcheggiato la macchina in garage e non sono uscito più. Stanco di vedermi sempre a casa, mio padre mi ha trovato un lavoro in un’azienda metalmeccanica, come magazziniere, ma anche lì non è durata. La gente ha cominciato a mormorare che avevo problemi di droga, che ero imbottito di psicofarmaci. Una volta ho commesso il grave errore di scendere a comprare le sigarette al bar del paese con la vestaglia da camera e le pantofole… non me l’hanno mai perdonato. Una mattina di sabato, verso le nove, sono uscito in terrazzo per prendere un po’ d’aria: ho fumato mezza sigaretta ammirando le colline verdi in lontananza, gli orli degli alberi. Dopo essere salito sul davanzale ho guardato sotto e mi sono immaginato il gessetto che avrebbero inciso i carabinieri per delimitare il punto esatto, la macchia di sangue sull’asfalto. Per un attimo ho pensato ad Agostino Di Bartolomei, a quello che doveva aver provato lui un secondo prima di compiere il gesto. Ho pensato alla donna del tatuaggio, la donna bellissima che non ho mai incontrato. Ho pensato alla mia adorata nonna, a Eugenio e Luca, a Spillo Altobelli, ho pensato al funerale che ci sarebbe stato il giorno dopo, alle parole di Don Ziglioli, alle facce dei miei genitori, agli occhi rossi e gonfi di mia sorella Karin, alle urla e ai cori degli ultrà della curva, alla mia maglietta con il numero sei poggiata sulla bara di noce chiara, poi ho chiuso gli occhi e non ho pensato più a niente. Mi chiamo Edoardo Bortolotti e sono morto il 2 settembre del 1995. Forse qualcuno si ricorda ancora di me.

    di Massimiliano Governi

  2 Settembre 1995

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