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    Burdisso: "Torno a vivere"
    L'argentino dell'Inter racconta sette mesi di angoscia per la sua bimba malata: "Ma Angelina sta meglio, in questa storia è lei che vince. E Moratti ha un cuore enorme"

    APPIANO GENTILE (Como), 23 settembre 2005 - "Se c’è un eroe in questa storia, è Angelina, non io. Decine di persone, in Argentina come in Italia, mi hanno detto: 'Nicolas Burdisso, che cosa grande che hai fatto'. No: è stata Angelina a essere grande. Non le è successa una cosa normale, ma lei ha reso tutto normale. Tutto più facile. Con il suo sorriso, sempre: anche quando la sua casa, la nostra casa, era in realtà una clinica. Ed è stato così per mesi".
    "La prima volta che siamo dovuti entrare in un ospedale, al Niguarda di Milano, fu a novembre dell’anno scorso. Un paio di mesi prima - era più o meno il 20 settembre ed eravamo a casa del Cuchu (Cambiasso; n.d.r.) a vedere calcio argentino - Angelina era caduta battendo la testa. Le venne un bernoccolo, una cosa normalissima per un bambino. Solo che due mesi dopo quel bozzo era ancora lì, sempre lì. 'Niente di grave, purché non cresca', ci dissero. E lo stesso a Natale, dopo una visita medica in Argentina. Io ero tranquillo, un po’ meno Maria Belem, mia moglie: l’istinto materno le diceva che qualcosa non andava, anche se i medici erano rassicuranti. Angelina no, era sempre la stessa, una bambina piena di gioia: aveva paura solo quando doveva entrare in ospedale".
    "Siamo tornati al Niguarda a fine gennaio, per una Tac: quel bernoccolo nel frattempo era cresciuto un po’. 'Meglio toglierlo', ci hanno detto. Non pareva un intervento urgente, abbiamo deciso di far passare il suo compleanno, il 14 febbraio. Il 3 marzo, era un giovedì, Angelina è stata operata a Buenos Aires. Sono ripartito per l’Italia tranquillo. Mi sono allenato il 7 marzo, anche l’8 mattina: ero venuto via da poco dalla Pinetina, poi è stato un attimo, il tempo di una telefonata. La biopsia non lasciava spazio a dubbi: leucemia linfoblastica acuta con rischio standard. Per fortuna, il rischio più basso dei tre: era lo stesso come una sentenza".
    "Ero solo con mio padre, in quel momento. Non sapevo cosa fare. Sono sceso da Seba Veron che abita sotto di me, mi sono sfogato con lui, ho parlato con il mio procuratore chiedendogli di avvertire la società e Mancini. Pensavo a come partire per andare da Angelina, e basta. Sul primo volo per Buenos Aires c’era solo un posto libero, in fondo all’aereo. Ho viaggiato da solo, senza neanche mio padre vicino: io e la mia angoscia, i miei pensieri. Non finiva più, quel volo. Mi dicevo: 'Non pensare male, la tua vita, quella della tua famiglia, torneranno come prima'. Ma non smettevo di farmi una domanda: 'Davvero tornerà tutto come prima?'".
    "Avevo soltanto 23 anni e da calciatore avevo già vinto due coppe Intercontinentali, un’Olimpiade, un Mondiale under 20: non mi era mai successo di pensare 'Quando arriverà il male?', ma semmai a cosa fare di buono per aiutare gli altri. Io sono cattolico da sempre, credo fortemente in Dio: quel giorno ho messo in mano tutto a Lui e alla Vergine. 'Che sia fatta la tua volontà', come dice il Padre Nostro. Ma speravo anche che facesse di tutto perché Angelina guarisse. Il tutto che potevo fare io era una cosa soltanto: stare vicino a mia figlia. Avrebbe dovuto sottoporsi ad una terapia molto 'cattiva', mesi di chemio, e io dovevo essere lì. Angelina avrebbe cominciato il primo ciclo il 24 marzo. Sono tornato in Italia il 20 e ho detto a Branca che ero disposto a lasciare tutto - l’Inter, il Mondiale, i soldi - che potevano comperare un altro difensore, se era quello che serviva all’Inter. Non c’era una via di mezzo: o stavo con Angelina, oppure giocavo a calcio. Un po’ con l’Inter e un po’ con Angelina no, non aveva senso".
    "Poi ho parlato con Moratti e anche a lui ho spiegato che ero disposto a restare senza squadra e senza soldi. Lui mi ha risposto senza parole: si è commosso. In quel momento ho capito che avevo di fronte l’uomo con il cuore più grande che ho trovato in Italia. 'Nicolas, fai quello che vuoi: l’Inter è a tua disposizione', mi ha detto qualche minuto dopo. Dico la verità: non speravo tanto, pensavo che magari l’Inter mi avrebbe proposto di giocare per un anno in Argentina, e magari sarebbe stato più facile anche per me. Ho avuto solo la forza di rispondergli: 'Mi dia sei mesi e tornerò'. E sono ripartito per Buenos Aires con il cuore leggero: potevo pensare solo a mia figlia, la mia famiglia del calcio mi avrebbe aspettato".
    "Da quel giorno, dal primo giorno che sono tornato in Argentina, ho cominciato a pensare a quando tornare all’Inter. Sarebbe stato solo verso la fine della chemioterapia, ma sapevo che sarebbe successo. Prima del calcio c’era Angelina, però. 'Perché proprio a lei?', mi chiedevo. Ma il medico che ci ha spiegato cos’era necessario fare, è stato molto chiaro: 'Questa malattia guarisce nell’80% dei casi. Avete qualche giorno per assorbire il vostro dolore, che è come un lutto, poi dovrete concentrarvi solo su quello di cui vostra figlia avrà bisogno'".
    "Io e Maria Belem per quasi tre mesi abbiamo abitato in clinica, con una mascherina in faccia. Ho imparato i termini medici, ho visto dolori e angosce ben più grandi dei nostri, speranze distrutte in un attimo. Ho sempre pensato positivo, anche perché Angelina reagiva bene: giocava con le sue bambole - ne voleva tre: una per ognuno di noi - disegnava, aspettava Facundo che era nella pancia della mamma e che è nato il 5 settembre. E poi c’era un sacco di gente a darmi forza: anche chi non sapeva bene cosa mi stesse succedendo, anche Maradona, che mi ha chiamato per dirmi parole di speranza. Lui è così e in Argentina lo sanno tutti: se c’è qualcuno che ha bisogno, Diego c’è".
    "Adesso Angelina sta bene: è una bambina celestiale, proprio come un angelo, sì. Più passa il tempo e più è difficile che ci sia una ricaduta, ma noi a questo punto possiamo fare solo una cosa: pregare perché tutto vada bene. Il ciclo di chemioterapia non è ancora terminato: le manca un mese, poi aspetterà più o meno un paio di settimane per alzare le sue difese immunitarie e poter prendere un aereo. Fra massimo due mesi, tutta la mia famiglia sarà qui. Io qui sono già tornato, e questo significa che sono tornato a vivere. So che la mia famiglia si aspettava da me quello che ho fatto, ma ora la mia famiglia vuole che torni a fare il calciatore".
    "Nell’ultimo mese e mezzo mi sono allenato quasi tutti i giorni, domattina (stamattina; n.d.r.) farò i test atletici, poi deciderà Mancini: per la prossima settimana spero di essere disponibile, se fosse per me giocherei domenica. Ma cosa volete che conti una settimana in più o in meno, per me, adesso? Prima di oggi non ho voluto parlare di questa storia: non prima di essere sicuro che le cose andassero davvero per il verso giusto. Adesso so che può servire, può aiutare chi sta come stavo io sette mesi fa: stordito, senza forze. Nessuno può essere preparato ad una cosa così: la medicina sì, ogni giorno che passa lo è sempre di più, ma in certi momenti ho capito che si ha bisogno di poco, anche semplicemente di un sorriso, una speranza. La storia di Angelina lo è: per questo ho scelto di raccontarla".
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    Originally posted by Zanetti_Capitano
    "Poi ho parlato con Moratti e anche a lui ho spiegato che ero disposto a restare senza squadra e senza soldi. Lui mi ha risposto senza parole: si è commosso. In quel momento ho capito che avevo di fronte l’uomo con il cuore più grande che ho trovato in Italia. 'Nicolas, fai quello che vuoi: l’Inter è a tua disposizione', mi ha detto qualche minuto dopo.
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    commuovente...moratti ha un gran cuore...:( :( , meno male non è successo niente di grave alla piccola :( sono contento che ora è tutto a posto...:cry:



    Cordinamento I.N.S.I (Io Non Sono Interista)

    -Simo_Juve-Tony Manero-Giovanni1982-Knaz-Kaiserniky-Massituo-SCA-TTANTE-Joey (gemell.

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