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    Vialli: "Ti capisco ma rialzati"
    L'ex campione della Juventus scrive una lettera aperta ad Adriano, con parole di comprensione e di incoraggiamento: "Tu sei l’Imperatore e questo non te lo devi scordare mai"
    Adriano, 23 anni, esce deluso dal campo. Afp

    Caro Adriano,
    ti seguo con interesse sin da quando, qualche anno fa, ti sei affacciato, prepotente come uno dei tuoi favolosi tiri di sinistro, sul palcoscenico del nostro campionato, mostrando immediatamente di possedere le stigmate del fuoriclasse. Potente, elegante, talentuoso, ottimo finalizzatore, hai fatto vedere le tue qualità adattandoti velocemente alle difficili marcature e ai rigidi, tu spirito libero, dettami tattici del calcio italiano. Hai dimostrato chi sei e che cosa sai fare nel mitico Brasile e nella grande Inter, la squadra per cui batteva il mio cuore di fanciullo, di cui sei diventato la stella e il giocatore più rappresentativo. Ora non stai attraversando un momento di grande forma e sembri arrabbiato, anche se forse è più onesto dire che stai giocando male e sei incazzato nero.
    Voglio dirti che capisco quello che stai provando. Lo capisco perché qualche anno fa, quando io giocavo e tu eri ancora un bambino, ho provato le stesse cose. Anch’io ero considerato un campione e, come te, ero spesso al centro dell’attenzione. Anch’io, come te, sono stato caricato di grandi responsabilità, calcistiche s’intende, quando ero ancora un ragazzo con qualche pregio e molti difetti. Anch’io avevo un rapporto con la maggior parte dei giornalisti basato sulla massima sfiducia e comunque li consideravo una bella scocciatura. A volte li evitavo con lunghissimi silenzi stampa, preferendo, come si dice, parlare con i fatti o meglio con i gol. Durante i periodi di scarsa vena, puntualmente cominciavano a circolare strane voci. Una volta dissero che giocavo male perché ero in rotta con il mio presidente Mantovani. Secondo alcuni ben informati, avevo messo incinta, io che ero già fidanzato, la figlia di un potente armatore genovese. Per pagarne il silenzio, avevo chiesto al Presidente un regalo di 800 milioni (lire!) e arrabbiato per il suo rifiuto avevo deciso di giocare male.
    Un’altra volta dissero che non segnavo perché ero in crisi con il mio compagno di squadra, oggi il tuo allenatore, Mancini, con il quale avevo una relazione tanto intima quanto segreta. Oggi, scrivendo e ricordando queste cose, mi viene da sorridere. Ma allora mi arrabbiavo e mi incupivo, un po’ come te e smettevo di sorridere, soprattutto in campo. Anche certi compagni di squadra cominciavano a risultarmi antipatici e invece di apprezzarne i pregi, in campo e fuori, mi concentravo sui loro difetti, inconsciamente incolpandoli della mia situazione. Anche io ho avuto momenti di incomprensione con grandi allenatori. Pensa che una volta, toccando il punto più alto di stupidità della mia carriera, ho rifiutato la Nazionale perché non ero in sintonia con Sacchi. Anch’io, come te, ho dovuto convivere con il fardello della responsabilità di essere considerati degli esempi, dei leader. Dai compagni che ti guardano e sono pronti a seguirti, ai tifosi che ti vorrebbero il più bravo in campo e immune da qualsiasi tentazione fuori.
    La vita del campione è fatta di onori ma soprattutto di oneri. Leader è colui che smette di chiedere cosa la squadra sta facendo per lui e comincia a domandarsi cosa può fare lui per la squadra. Come a Torino, contro la Juve, quando forse avresti potuto farti «sentire» di più anche se la tua squadra, impegnata a difendersi, non ti forniva il supporto di cui necessitavi. Anche io, come te, ho sofferto di infortuni piccoli e grandi che hanno condizionato le mie prestazioni. Oggi pensando ai momenti difficili della mia carriera di giocatore, provo un po’ di nostalgia. Perché erano comunque momenti importanti. Perché è quando le cose non funzionano che si impara a conoscere se stessi, di che pasta si è fatti. Quando devi guardarti dentro e cercare il coraggio, la forza e la determinazione per cominciare la risalita. Perché si dice che si cade per imparare a rialzarsi.
    Piano piano ho imparato che ci vuole pazienza. Ho capito che in certi momenti la cosa più importante era allenarsi seriamente per ritrovare la forma e la gioia di correre veloci senza fare fatica. Ho capito che era importante arrivare al campo per primi e andarsene per ultimi curando tutto nei minimi dettagli. Ho capito che era altrettanto giusto ed importante staccare la spina e vivere i propri 20 anni, ma sempre con un po’ di giudizio e buon senso. E poi, raccontare la tua verità, ponendo fine a tutte le illazioni perché c’è un sacco di gente che ti vuole bene ma che ora non sa più a cosa credere. Parla e spiegati sempre con i compagni e con Mancini. Lui, come me, sa cosa provi e lui, come te, vuole fare grande l’Inter. Roberto, come tutti i grandi giocatori diventati allenatori, è molto esigente, ma so che ti stima e sta lavorando per farti diventare il più forte di tutti. Tu sei Adriano l’Imperatore e questo non te lo devi scordare mai. Scusandomi per l’intrusione con affetto e ammirazione
    Gianluca Vialli

  vialli adriano

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