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    L'intervista - Magdi Allam: “Basta con i complessi terzomondisti se vogliamo battere il terrorismo islamico”
    di Paolo Della Sala

    Abbiamo incontrato Magdi Allam in occasione di un incontro organizzato dall’Istituto Piepoli e dalla Associazione PerCorso sul tema: Il futuro dell’Italia attraverso l’eliminazione della conflittualità. Allam è vicedirettore del Corriere della Sera, è un saggista di successo e uno degli opinion leader più influenti. Ma è anche una persona squisita e affabile, il cui comportamento corrisponde alle idee. Valore aggiunto rilevante. Le relazioni tra l’Europa e i paesi di cultura islamica hanno una grande importanza. In un suo articolo sul Corriere della Sera, Allam si è espresso con grande realismo: “Per quanto ci si possa sforzare di apparire diplomatici, bisogna prendere atto che il partenariato euro- mediterraneo è sostanzialmente fallito. Per due ragioni evidenti: 1) i regimi arabi, i cui leader hanno boicottato in massa il vertice di Barcellona, sono irriformabili motu proprio dall'interno; 2) l'Ue, più che mai screditata come soggetto politico, non è riuscita a innescare genuini processi democratici a Sud e a Est del Mediterraneo facendo leva sugli aiuti economici”.

    In relazione al quadro fosco emerso dal fallimento del vertice, la domanda iniziale è stata sulla alleanza tra Europa e Lega Araba, iniziata nel 1973, un argomento trattato dalla studiosa egiziana Bat Ye’or (autrice di “Eurabia”)
    “Il rapporto tra Europa e i paesi del sud Mediterraneo si è fondato sulla dipendenza dal petrolio, ed ha attribuito ai servizi di intelligence un ruolo chiave nella gestione della politica internazionale. Questo quadro esiste ancora oggi, per uscirne c’è una sola strada: l’affrancamento dalla dipendenza di forniture energetiche. Le politiche che si sono sviluppate in base alle indicazioni di intelligence dei servizi sono miopi perché mirano a ottenere risultati immediati, nel breve termine”.

    Se i rapporti internazionali sono stati gestiti dalla intelligence dei paesi coinvolti, perché la conflittualità islamica continua ad emergere?
    “Occorre ricordare che il termine “musulmani” è un plurale che indica una varietà di regole, tradizioni, nazioni. L’appartenenza a una religione non può essere un criterio di identificazione universale e non esiste l’homo islamicus. L’involuzione nel Medio Oriente si instaura già nel 1967. L’integralismo è nato attraverso la creazione del dualismo manicheo noi/infedeli. Un contesto storico determinante è stata la vittoria dei talebani in Afghanistan, perché in quel momento [grazie anche alla caduta dello shah in Iran, ndr] i leader integralisti si sono illusi di poter conquistare il mondo.
    Occorre infine precisare che il terrorismo è una variabile indipendente rispetto alle guerre, alle alleanze, alle politiche internazionali. Non si tratta di un fenomeno reattivo ma aggressivo.

    Come si combatte l’integralismo e la violenza?
    “L’Occidente ha un vizio di origine, dal momento che si considera al centro del mondo. Perciò, nel caso di crisi internazionali, di conflitti o attentati, tende comunque ad attribuire la responsabilità di ognuno di questi eventi a se stesso. Gli errori e gli orrori sarebbero dovuti a sbagli dell’Occidente, e non a una azione autonoma della controparte. In questo modo non si risolve la conflittualità perché si propone un quadro irrealistico. Al contrario occorre una informazione corretta e contestualizzata”.

    L’informazione corretta può salvare il mondo?
    Occorre almeno liberarsi dai luoghi comuni, e bisogna contestualizzare ogni evento all’interno dei processi storici e culturali: la Francia, che sembrava lo Stato della convivenza possibile, è invece il paese più severo e rigido nella regolamentazione dei rapporti con i cittadini di cultura islamica. I media non evidenziano abbastanza le ragioni endogene che stanno trasformando l’Europa in una fabbrica del terrorismo. Si tratta di produrre un quadro più ampio e realista di quello proposto da una informazione de-culturalizzata: uno dei terroristi della metropolitana di Londra era un cristiano convertito all’Islam, una cittadina belga si è fatta esplodere a Bagdad. Chi poteva immaginare l’esistenza di kamikaze europei fino a qualche tempo fa? I servizi segreti?

    Quali differenze ci sono tra il terrorismo che colpì la Achille Lauro e quello attuale?
    Il terrorismo degli anni ’70-90 era prevalentemente di ispirazione laico-nazionalista mentre quello attuale è religioso e ideologico. Si tratta di fenomeni diversi sia nel loro manifestarsi sia negli obiettivi. Hanno però una matrice comune nella concezione manichea della vita, nella predicazione dell’odio verso gli “altri”. Il nichilismo attuale non è più quello descritto da Albert Camus [ne L’Uomo in rivolta, ndr], dal momento che il suicidio-omicidio dei kamikaze viene oggi considerato un rito religioso, e non un atto contro la società ma anche contro ogni religione, come avveniva ne I fratelli Karamazov.

    L’esportazione del capitalismo e della ricchezza nei paesi del Medio Oriente e in Africa può essere considerata la migliore strategia possibile? Non si risolverebbero molte questioni etiche e non si spezzerebbe la condanna all’emigrazione?
    La maggior parte dei paesi arabi è capitalista ed ha un’economia libera basata su piani di sviluppo creati dopo il periodo coloniale. Ciò che manca non è il capitalismo quanto la sua parte materiale, i suoi valori impliciti: la centralità dell’individuo, i diritti e il primato della persona, la cultura della vita. Direi che la strada migliore per l’Europa è l’esportazione di valori alternativi a quelli del fondamentalismo. Ciò è possibile solo dopo che nei paesi arabi la materialità non sarà più considerata contrapposta alla spiritualità.

    Mentre UE e paesi arabi continuano a discutere, l’Asia è diventata il motore dell’economia mondiale. Adesso Eurabia rischia la marginalizzazione?
    E’ un rischio concreto, ma lo sviluppo dell’Asia aggrava una crisi già esistente. Europa, paesi del Medio Oriente, l’area del Maghreb e dell’Africa nordoccidentale, devono rivedere profondamente identità e strategie, creando un mercato e modelli di sviluppo alternativi a quelli asiatici.

    Magdi Allam in occasione del vertice di Barcellona ha trattato in un articolo la questione dei finanziamenti: “…Effettivamente i soldi, 20 miliardi di euro in 10 anni distribuiti tra i 10 Paesi mediterranei, non sono stati tanti. Così come è chiaro che sono stati male impiegati, visto che il divario di ricchezza tra il Nord e il Sud del Mediterraneo si è accresciuto. Il sogno di trasformare l'area nel più grande mercato comune del mondo per il 2010 appare un miraggio”.
    Si tratta di parole chiare e inequivocabili. L’Europa deve rivedere la propria missione nelle aree vicine: la Russia ormai considera l’India e la Cina come interlocutori prioritari; i paesi arabi sono preda della guerra civile tra i seguaci di Bin Laden e regimi che Magdi Allam definisce: “speculari all’integralismo”, in quanto “autocratici, corrotti e inefficienti”. Ma anche l’Europa ha le sue colpe: da troppo tempo ha perso le radici (sia laiche sia religiose) e i frutti (liberali o socialisti). Senza un sentire comune, senza identità economica, come si può attuare qualsiasi politica internazionale?
    ...è la natura dell'uomo che spinge a odiare chi sta bene quando è lui a star male...

    [img]http://gif-animate.per-il-mio-sito.com/bandiere_italiane/bandiera-

  Magdi Allam e il terrorismo islamico

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