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    Originally posted by Kaiserniky
    http://www.zeusnews.it/index.php3?ar=stampa&cod=4563&numero=999


    :sbam: :sbam:



    Qui sotto si parla dell'Indonesia...stessi sghei...
    Qualche settimana fa a C'era una volta (RAI) andavano in giro a cercare un villaggio in Thailandia che risultava ricostruito con i soldini tut tut...
    Manco l'ombra...
    Prima di postare...indaghiamo su dove sono finiti DAVVERO, e su come i soldini tut tut sono stati spesi...
    Non lasciamolo fare alla Bonino &C.

    (Detto FRA noi...prima di un bel tot di interpellanze...LO stato si incassava il 20% di taxurelle...sugli sms degli italiani...
    E il resto...Banco).

    Detto FRA me...Un euro e po pu'...Un euro e basta...Facile e veloce...Scarica l'anima...

    Invito ad indagare, sul serio...sul come e il perchè di quei soldini...Con affetto per chi li ha devoluti in un tut...


    Indonesia - Banda Aceh - 24.12.2005
    Viaggio al centro dello Tsunami
    Banda Aceh, la ricostruzione e le montagne di soldi non spesi



    Scritto per noi da
    Gianluca Ursini


    “L’onda era come un tappeto blu scuro, alto venti metri, che si srotolava sulla strada inghiottendo palme, persone, automobili...Io la vedevo dallo specchietto retrovisore e spingevo sull’acceleratore, tutto il piede giù, premendo sul ginocchio con la mano sinistra per schiacciare al massimo. E’ un terrore che non si può descrivere”. Le parole di Ipan, uomo d'affari di Banda Aceh, fanno capire cosa dev’essere stato fronteggiare quel muro d’acqua nella provincia più vicina all’epicentro del sisma: Aceh, nord di Sumatra, Indonesia.
    Solo qui 126mila morti accertati, oltre 90mila dispersi. Mezzo milione i rifugiati presso parenti, nelle tende dell’Alto Commissariato Onu o nelle baracche di Croce e Mezzaluna rossa. A un anno dalla tragedia, in 250mila cercano ancora casa. La situazione sulla costa Ovest è in alcuni casi peggiore, lì dove l’epicentro del sisma è più vicino: oltre 100 chilometri a sud di Banda Aceh, verso le rovine di Calang e Meulaboh, non è rimasta strada, mancano strutture sanitarie in muratura, gran parte dei villaggi, dove il 90 percento degli abitanti è morto, non si sa se ricostruirli.


    Come Hiroshima. “Se prendi la jeep e vai verso nord da Meulaboh, lo scenario che incontri è molto simile, beh, è quello che mi immaginavo io per rappresentarmi Hiroshima il 10 agosto del 1945, il day after”, ricorda con PeaceReporter Frank Butler, un medico dopo sei mesi di volontariato presso una Ong indonesiana nel distretto di Sumatra Ovest. “Secondo me da quelle parti siamo in ritardo: in sei mesi avrò visto un paio di funzionari Onu fare sopralluoghi per la ricostruzione. Non hanno le idee chiare su come calibrare l’intervento”, incalza Butler, che ha aperto un blog sulla sua esperienza di volontariato asiatico.
    “Impossibile fare prima – ribatte un’altra americana, Barbara Jenina, addetta relazioni esterne del Brr, coordinamento indonesiano per la ricostruzione - l’onda ha spazzato via tutto per una decina di chilometri, ha abbassato il livello precedente del terreno, ha fatto rientrare la linea della costa per centinaia di metri. Solo a inizio ottobre abbiamo completato una specie di catasto villaggio dopo villaggio; la foresta vergine si è ripresa il terreno dove prima sorgevano i villaggi; è un lavoro che porterà via anni ”. Il Brr è stato fondato 6 mesi or sono da Giacarta per coordinare il lavoro delle associazioni umanitarie ed evitare sovrapposizioni. Ha ricevuto 7 milioni di dollari come prima donazione dagli Usa per andare avanti.
    Frank Vellenga è un regista olandese, autore di un documentario per la tv pubblica andato in onda il 15 dicembre. “Mi sono interessato solo a mostrare la vita delle persone normali nei villaggi vicino Calang, dove è sopravvissuto solo uno su 10 – spiega a PeaceReporter– là si sta andando molto a rilento, soprattutto per capire chi avrebbe ricostruito cosa, dove. E’ difficile fare un vero censimento dei sopravvissuti, stabilire a chi spetti una casa, e su quale terreno: il territorio non è lo stesso di prima”.


    Quattro miliardi per sei anni. Secondo stime ufficiali fornite da Ocha e Echo (uffici di coordinamento dello sforzo umanitario di Onu e Unione Europea), nella sola Aceh arriveranno 4 miliardi di dollari, da qui al 2010. Di questi sono stati spesi finora 775 milioni, in gran parte per interventi d’emergenza, come sgombrare il terreno dalle macerie, ripulire i canali di irrigazione o bonificare i campi dall’acqua salmastra, attraverso il sistema ‘cash for work’ (contanti per lavoro) con il quale le stesse vittime del sisma venivano pagate per ritornare a vivere. Da settembre è partita la ricostruzione: 80mila case da costruire per il Brr. Finora ne sono state realizzate 16mila, di cui 4mila nel solo capoluogo di provincia, che ha avuto 120mila vittime su 270mila abitanti. Iniziata anche la ricostruzione di migliaia di scuole e cliniche. A contendersi i miliardi sono calate su Banda Aceh centinaia di organizzazioni non governative: erano cento a fine luglio per il Brr, a 8 mesi dalla tragedia. PeaceReporter ne ha contate 260 a inizio novembre, ma gli ultimi inviati parlano di oltre 300. Con il passar del tempo, a emergenza sempre più lontana aumentano le ong: come si spiega? “I soldi veri arrivano adesso: con la ricostruzione le agenzie Onu e nazionali come noi stanziano fondi per aprire cantieri. Finora abbiamo però fatto molta attenzione a come spendere i soldi, per questo ne sono stati utilizzati una piccola parte”, ci spiega Pino Antuzzi di Cooperazione Italiana, del ministero degli Esteri. “Tante ong sono arrivate senza conoscere davvero la situazione, senza esperienza di intervento di ricostruzione. Senza far nomi, quando vedo organizzazioni che si occupano di soccorso medico, venute per l’emergenza, rimanere per ricostruire di scuole, mi viene il dubbio che rimangano per accaparrarsi gli appalti”. “La verità è che stanno arrivando troppi soldi” ci confida a patto dell’anonimato una cooperante di una ong italiana che da dieci anni in Indonesia si occupa solo di assistenza ai disabili.



    Troppi schei. In effetti l’arrivo dei Buleh (albini, in Bahasa, sta per ‘uomo bianco’) ha portato una massa di soldi mai vista prima in una provincia isolata per trent'anni dal resto del mondo da un conflitto strisciante tra indipendentisti Gam e Giacarta. Secondo i dati Undp, agenzia Onu per lo sviluppo, lo stipendio medio accinese era sugli 80 dollari mensili. “Adesso in gran parte guadagnano tra i 250 e i 300 dollari al mese, e non vogliono accettare lavoro sotto queste cifre” spiega a PeaceReporter Francesca Iacona, supervisore dei progetti della ong milanese Alisei nei Paesi colpiti dallo tsunami. “Gli affitti sono andati alle stelle: i buleh Onu pagano senza battere ciglio cifre pari a dieci volte quello che pagherebbero i locali. Una villa nella nostra zona Est, Sigli, viene affittata per circa 10mila dollari l’anno; costruirla costerebbe il doppio. Tanti proprietari si sono trasferiti a Giacarta a vivere di rendita solo dell’affitto”.
    “Noi abbiamo deciso di non pagare la nostra manovalanza come i buleh: pagheremo un quarto di Oxfam o Save the Children”, spiega Budi, della ong tedesca ‘Uplink’, filiale indonesiana. Il coordinatore nazionale di questa ong impegnata nel microcredito per riavviare attività commerciali ha detto a PeaceReporter di non “potere nemmeno immaginare quanto guadagni un bianco che lavora per Undp”. Sollecitato a dire una cifra, azzarda un “non so, dev’essere tantissimo, fai 900 dollari”. I cronisti italiani vivono un momento d’imbarazzo: non sanno se riferire all’interlocutore che secondo tabelle ufficiali, un dipendente a progetto Onu, alla sua prima missione dopo la laurea (un junior), guadagna 4mila dollari netti mensili.


    Vicoli e pozzanghere. PeaceReporter è andata a vedere sul posto come vive la gente dei villaggi maggiormente colpiti sulla costa Ovest, sud di Lamno, (ex) strada verso Calang. In una sola giornata, su tre villaggi visitati, decine di persone intervistate, si ripete lo stesso copione: in gran parte hanno riferito di aver visto nei primi mesi funzionari Onu, ma poi per dieci mesi più nessuno. “A novembre sono tornati dei signori della nostra Protezione civile - dice Adani, anziano del villaggio di Bahagia, distretto di Lamno - per fare un sopralluogo e chiederci dove ricostruire. Per febbraio hanno promesso le case finite. Noi aspettiamo”. Sta piovendo a dirotto e le baracche di legno dove i superstiti di Bahagia (230 dei 900 originari) sono sistemati non sembrano garantire caldo e asciutto. I vicoli sono infangati ed è difficile camminare tra scivoloni e pozzanghere. Per arrivarci da Lamno si passa da una mulattiera impossibile, tutta buche, una striscia di fango sotto la pioggia. La strada s’interrompe là dove c’era un ponte spazzato via. Ora si traghetta su di un ingegnoso battello fatto di galleggianti legati e coperti di assi di legno. “Gli americani rifaranno anche il ponte, no problem”, prevede fiducioso Adani.


    Thanksgving Party. Intanto a Banda Aceh fervono i preparativi del venerdì sera: la comunità internazionale (che sarebbero europei ed americani) si vuole rilassare dopo una settimana di lavoro defatigante in giro per campi profughi. Il pezzo forte della serata è la festa per il Giorno del Ringraziamento americano nella sede del Pam (programma alimentare mondiale, Onu) in Jalan General Sudirman. Il bar del World Food Program è il più gettonato tra i buleh di Banda, uno dei pochi posti dove ti danno alcool sottobanco. Cosa che aveva destato scandalo tra i mullah accinesi: da tre anni qui vige la sharìa e la vendita di alcol è punita con il carcere. Ma ai buleh è concesso tutto, purché continuino a portare soldi, tanti soldi.

  per fralex e per tutti: soldi sms Tsunami

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