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    Guido Rossi: ecco la prima regola che devi riscrivere...


    02/08/2006


    «Pignorate il premio dell'Italia Mondiale»



    Morte di un baby calciatore: la Figc non paga



    Quella dell'Italia che vince il Mondiale di calcio è un'immagine di gioia. Per tutti gli italiani, esclusa la famiglia Riva di Milano. Per loro, quella vittoria significa solo un po' meno dolore: perché potrebbe significare un po' più di giustizia. La stanno inseguendo dal millennio scorso. Il 17 novembre 1999 Emanuele Riva era un ragazzo di quattordici anni.

    Faceva il difensore nella Viscontini, squadra milanese in trasferta a Vigevano per un recupero del campionato Giovanissimi. A due minuti dalla fine, Emanuele si sentì male. Morì poco dopo in ambulanza per «una cardiopatia di base (severa ipertrofia cardiaca biventricolare) implicante un'aritmia malignacon successivo arresto cardio- circolatorio». Insomma, il suo cuore era malato.

    Tutte cose che si scoprirono dopo, con l'autopsia. Fino a quella partita Emanuele era stato considerato sano e perfettamente idoneo all'attività sportiva dal medico del Centro di medicina sportiva «Nuova Decathlon» di Corsico (Milano) che lo aveva visitato. La famiglia Riva fece causa a lui e alla Figc, cui compete il diritto/dovere di vigilanza e controllo sulla salute di chi partecipa a competizioni ufficiali.

    «Ero e sono per la giustizia. Non per l'odio, il rancore, anche il carcere a che serve?» disse in un'intervista Gabriella, la madre di Emanuele: «È più importante far capire a chi ha in mano la medicina di usarla come si deve. Ma che razza di visite facevano ai ragazzi? Pure formalità, e il mio ragazzo non c'è più».

    Poco meno di sei anni dopo la famiglia Riva ha visto riconosciute le sue ragioni: il 10 ottobre 2005 il Tribunale di Vigevano ha condannato in primo grado il medico a quattro mesi per omicidio colposo (pena poi sospesa). E stabilì che il cardiologo, quel Centro di medicina sportiva e la Federazione avrebbero dovuto risarcire la famiglia pagando da subito 750 mila euro.
    Avrebbero. Perché oggi, a dieci mesi da quella sentenza, la famiglia Riva non è ancora riuscita ad ottenere nulla. Non ci è riuscita neppure dopo l'invio di quello che tecnicamente si chiama un «atto di precetto notificato», con cui il 21 febbraio scorso si chiedeva alla Figc di pagare entro dieci giorni il denaro spettante alla famiglia Riva.

    Dalla Federcalcio nessuna risposta. Né per iscritto né, dicono gli avvocati Gabriele Calvetto e Benedetta Guzzoni, con una semplice telefonata. Così, il 9 maggio i due legali hanno chiesto il pignoramento dei conti correnti di cui la Federcalcio è titolare alla Banca nazionale del lavoro. La Bnl si è però detta impossibilitata a saldare quel debito: perché quei conti risultavano vuoti.

    Non avendo ritenuto convincente questa spiegazione, gli avvocati della famiglia Riva hanno inviato il 12 luglio un nuovo atto di precetto alla Figc in cui nel frattempo (per il terremoto conseguente allo scandalo di Calciopoli) è cambiato tutto. Ma la risposta è stata la stessa, cioè il silenzio.
    E così i legali della famiglia Riva hanno tentato nuovamente di percorrere la strada del pignoramento. Che si incrocia con la nazionale campione del mondo in Germania. La Puma, azienda tedesca che paga alla Figc 12,4 milioni di euro l'anno per fornire le divise ai calciatori, si era impegnata (insieme con altri sponsor), a concedere 4 milioni di premio in caso di vittoria al Mondiale. Ed è proprio da questa cifra che gli avvocati hanno chiesto il pignoramento del denaro dovuto dalla Figc alla famiglia Riva. Ieri l'atto è stato notificato a Milano, nella sede italiana dell'azienda.

    Se ne riparlerà il 15 ottobre al Tribunale di Milano: lì sono state convocate Puma e Federcalcio. Che, intanto, sostiene di avere appellato la sentenza, perché in via Allegri non sarebbe mai giunta notifica del processo di primo grado. Per questa ragione la Figc ha chiesto anche la sospensione del provvedimento economico a suo danno. «Hanno fatto appello solo contro la sentenza penale », replica l'avvocato Guzzoni. «Ma la notifica fu inviata. Nessuno si presentò e la Figc è stata considerata contumace. D'altra parte, agli atti di precetto, che fanno parte del processo civile, non hanno mai risposto».

    È giusto tuttavia riconoscere che tra Calciopoli, trionfi mondiali e vertici da ricostruire, i primi mesi da commissario del professor Guido Rossi sono stati difficili e intensi. Ma sarebbe bello, da oggi, vedere che qualcosa nella Federazione italiana gioco calcio è cambiato: magari anche nell'atteggiamento verso storie come quella di Emanuele e della sua famiglia. Per esempio, evitando di costringerla a passare ancora altro tempo in Tribunale. O a tifare Italia per ragioni improprie.



    Tommaso Pellizzari

    FONTE CORRIERE DELLA SERA

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