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    Henry, il mistero dei gol senza sorriso

    "Da bambino feci 6 reti e mio papà mi sgridò: da allora, quando segno non so esultare"

    Aveva sette anni, un pulcino della banlieue con gli occhi tristi e il fuoco nei piedi. «Un giorno la mia squadra vinse 6-0. Io segnai tutti e sei i gol. Corsi da mio padre Antoine: papà, papà, hai visto come sono stato bravo? E lui, gelido: sì, ma non hai giocato affatto bene». Di storie di genitori e figli, genitori-carnefici e figli-vittime, lo sport è pieno. Ma nessuno come Thierry Henry, attaccante dell'Arsenal e della nazionale francese, 248 reti distribuite con generosità nel mondo (e, magari, domani contro le Isole Far Oer nelle qualificazioni europee), porta incise sul volto, e nell'anima, le cicatrici dell'infanzia. Osservatelo, in campo. I calzettoni senza una grinza, la maglia ben rimboccata dentro i pantaloni, quelle accelerazioni feroci come rimanendo fermo, sul posto. Le labbra serrate, anche col fiatone. Non una smorfia. Non un gesto fuori luogo. Rarissimi sorrisi. L'esultanza sempre sotto la linea di galleggiamento, soffocata da una vergogna che viene da lontano, da un indirizzo preciso: Les Ulis, periferia di Parigi, casa. Perché quando giochi sei sempre così mesto, Thierry, gli ha chiesto di recente Champions, la rivista dell'Uefa? «I miei primi ricordi con la palla includono mio padre. Mi urlava dietro, mi sgridava anche se non avevo fatto niente di male. La cosa più difficile del mondo, da ragazzino, era gestire la pressione che mio padre mi metteva addosso. Non era mai contento, non gli bastava mai.

    Ecco perché, in campo, ho quella faccia. Sembra che io sia triste, anche quando segno. Ma non è vero. Non sono triste: è che non so come dimostrare la mia gioia». La fuga di Titi, il ragazzo che non è capace di esultare, è sempre stata il gol. Ma il pallone, poi, rimane lì, impigliato nella rete, insieme all'impossibilità di essere te stesso. «Sono diventato un calciatore perché era quello che tutti, in famiglia, si aspettavano da me». Antoine Henry, nato in Guadalupa a La Désirade dove c'è ancora la capanna di nonno Teka, divorziato quando Thierry aveva 8 anni, morto tre giorni prima del debutto del figlio contro la Danimarca a Euro 2000. Improvvisamente. Titi gli dedicò una fuga di sessanta metri palla al piede verso la porta di Schmeichel, gli occhi pieni di lacrime trattenute e il cuore come piombo: «Questa rete è per lui, come tutte quelle che verranno. È stato severo con me, ma forse era ciò di cui avevo bisogno». Mamma Maryse, martinicana di Fort-de-France. Autoritaria, la sberla facile. «Mi voleva sui libri, anziché sul campo». Ma c'era Antoine, da compiacere. Che guaio per Titi, l'uccellino chiuso in gabbia. «Qualsiasi ritardo, anche di cinque minuti, era intollerabile. Mi ha insegnato a non perdere mai la calma e a essere educato». Thierry tiene sempre la porta aperta a una signora, «e non importa se poi lei non mi ringrazia». È cresciuto a Clairefontaine, Monaco, Torino, Londra. Senza mai smettere di segnare. Già il gol, la sua fuga. Se si ferma, muore. Si veste sempre di nero, guida auto scure e tedesche, chiede ai suoi gatti le coccole che non ha ricevuto. «Mai stato in discoteca, mai amato il sole e il mare, mai fatto le ore piccole, mai sofferto di nostalgia». Ha sposato una modella inglese, Nicole, vive a Hampstead, ricca banlieue londinese.

    Tutto un po' freddino, come lui. Era nei Bleus che nel '98 a Saint- Denis e nel 2006 a Francoforte eliminarono il Brasile dal Mondiale, campione del mondo a 21 anni. «L'unica volta che ho pianto in pubblico». Un regalo a se stesso: «Non ho resistito». Nella Juve di Lippi, la squadra malata che Ancelotti non riuscì a guarire, prendeva le botte da Thuram: «Mi picchiava in allenamento a fin di bene. È così che si impara». Uno strazio: 15 presenze, solo 3 gol. L'ennesima evasione dalla gabbia, direzione Arsenal. Wenger, che stravede per lui, è il padre gentile che non ha mai avuto. «Un grande allenatore, gli devo molto». Si conoscono da otto anni, ma Titi continua a dargli del lei, con lo stesso rispetto e la medesima distanza con cui maneggia le emozioni, queste sconosciute. I suoi amici si chiamano Siaka, Akim, Mourad, Ousmane, Cyrille. Vivono ancora a Les Uils, sobborghi della capitale, a sei chilometri di curve dalla vita. «Quando vengono a vedermi, mi sento a casa». In tribuna, accigliato e serio, c'è Antoine. «Dopo ogni gol, mi volto. E mi pare di vederlo ancora...». E allora urla, Titi, urla con quanto fiato hai in gola


    :)

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