1. Deus In Macchina  
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    Originally posted by Zanetti_Capitano
    ah, e questo è il pdf del file word :D

    :soldier:
    ho gia' un buon archivio, ma questo e' molto piu' completo:) :approved: ne vedremo e sentiremo delle belle:rolleyes: scommettiamo su quante smentite?:asd: :asd: :asd:







    http://www.repubblica.it/2006/12/sezioni/esteri/caso-litvinenko-2/scaramella-testa-prodi/scaramella-testa-prodi.html

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    YOU GOT MUCH COMPLEX THAN THE FIRST MAY CONCERT!
    c'hai più complessi tu ch'er concerto der primo maggio
  2.     Mi trovi su: Homepage #4503669
    :soldier:

    Per difendersi dall'accusa di calunnia il consulente della Mitrokhin chiama in causa la spia uccisa
    Ma non convince il magistrato. Per la Procura romana deve restare in carcere
    Scaramella sotto torchio per sei ore
    "La mia fonte era Litvinenko"

    di CARLO BONINI

    ROMA - Nel carcere di Regina Coeli, dopo tre giorni di isolamento, Mario Scaramella parla, parla e - almeno in questo concordano i presenti all'interrogatorio di garanzia - sembra non voglia smetterla più. Sei ore filate. Ma a tirare le somme, l'esito di un interminabile pomeriggio è molto lontano dall'approdo che l'ex consulente della Commissione Mitrokhin immaginava o voleva lasciar credere di immaginare. Il suo avvocato, Sergio Rastrelli, lascia il carcere con parole di routine ("È stato un confronto estremamente lungo, serio e collaborativo. Riteniamo che Scaramella abbia apportato tutta la propria conoscenza dei fatti in termini estremamente puntuali e in funzione di questo rimaniamo profondamente ottimisti") e deposita una richiesta di scarcerazione su cui il gip deciderà entro i prossimi cinque giorni, ma su cui, significativamente, il pubblico ministero Pietro Saviotti ha espresso immediatamente parere negativo.

    Per dirla con le parole di un inquirente, "la difesa di Scaramella e la storia che oggi propone, non spostano di nulla il quadro indiziario che lo accusa, semmai lo rafforzano". Anche perché, costretto oggi a difendersi da un'accusa a suo modo residuale, ma molto concreta (la calunnia nei confronti del cittadino ucraino Alexsandr Talik), rispetto al cuore della vicenda che lo vede protagonista (la costruzione di una calunnia nei confronti di Romano Prodi), Scaramella è costretto a una trovata che non convince la pubblica accusa e, soprattutto, non regge alla prova dei fatti.

    Per liberarsi dell'accusa di calunnia che lo ha portato in carcere, l'ex consulente della Mitrokhin indica infatti in un morto, Alexandr Litvinenko, la fonte principale delle notizie che - a suo dire - lo "convinsero" dell'esistenza di un piano dei Servizi russo-ucraini diretto alla sua eliminazione fisica e a quella del senatore Paolo Guzzanti. Un piano che avrebbe appunto avuto quale snodo Alexandr Talik, cittadino ucraino con un passato nei Servizi russi e residente a Napoli, dove, come falsamente accreditato dallo stesso Scaramella in due circostanze, lo stesso Talik avrebbe tentato di mettere insieme una piccola santabarbara. Ora con granate provenienti dall'Ucraina (e fatte sequestrare a Teramo), ora con armi automatiche ammassate in un appartamento di vico Ventaglieri.

    Nella difesa proposta da Scaramella, l'ex colonnello Litvinenko e la corona di fonti che l'ex consulente della Mitrokhin aveva raccolto intorno a sé - il cittadino russo Euvgenij Limarev; il fratello di Litvinenko, Maxim; i fratelli ucraini residenti a Roma Vlodymour e Tarak Kobik - diventano insomma lo strumento per accreditare un ragionamento che suona così: "Ricevevo informazioni da qualificate fonti russe e, quando l'ho ritenuto opportuno, come nel caso di Talik, non ho fatto che girarle alla polizia italiana. Che altro potevo fare?".

    Ebbene, la storia - per quel che riferiscono fonti della Procura - non sembra aver retto a nessuna delle contestazioni mosse durante l'interrogatorio. Scaramella avrebbe ammesso che i suoi rapporti con Alexandr Talik risalgono al 2004, un anno prima cioè di indicarlo come il reclutatore dei suoi fantomatici assassini. Non solo, l'ex consulente avrebbe goffamente cercato di giustificare le ragioni per le quali, nemmeno un mese fa, a fine novembre, avvertì l'urgenza di parlare telefonicamente con lo stesso Talik (che, a suo dire, era l'uomo che lo avrebbe voluto morto) dopo aver saputo che la Digos di Roma intendeva ascoltarlo.

    Soprattutto, Scaramella avrebbe faticosamente riconosciuto - anche di fronte alla trascrizione di alcune conversazioni telefoniche avute con la moglie - che "effettivamente, già nel novembre del 2005, la sensazione di pericolo per la sua vita e per quella del senatore Guzzanti si era sostanzialmente affievolita". Un'ammissione che, di fatto, chiude l'ex consulente ancor di più in un angolo. E questo non solo perché Scaramella non rese pubblico il venir meno di quel pericolo, nel novembre del 2005. Ma perché, ancora nell'ottobre scorso, scelse, insieme al senatore Guzzanti, di continuare ad accreditarlo nell'aula del processo che, a Teramo, si sta celebrando nei confronti di quattro ucraini sorpresi con quelle famose granate che - oggi è certo - dovevano accreditare un piano stragista di cartapesta.

    Le agenzie di stampa, ieri sera, hanno riferito che durante l'interrogatorio, Scaramella si sarebbe nuovamente soffermato sull'esistenza di un "mandante politico italiano" del piano di attentato nei suoi confronti e nei confronti del senatore Guzzanti. Ma la circostanza viene smentita con nettezza da autorevoli fonti della Procura. Le stesse che spiegano come il cuore politico della vicenda - dalla costruzione dell'accusa nei confronti di Prodi, ai rapporti tra Scaramella e Guzzanti - sarebbe rimasto assolutamente sullo sfondo dell'interrogatorio, nonostante l'ex consulente avesse mostrato gran voglia di affrontarlo immediatamente. Insistendo - come pure ha fatto - sulla circostanza che tutti i suoi comportamenti sarebbero stati "ispirati al fedele rispetto del mandato ricevuto dalla commissione Mitrokhin".

    Il pubblico ministero Pietro Saviotti deciderà nei prossimi giorni quando tornare ad ascoltare Scaramella e, soprattutto, se farlo. Anche perché le fonti di prova raccolte in un mese di indagini della Digos di Roma sono tali - ad avviso della pubblica accusa - da poter smontare e capovolgere la fragile ricostruzione offerta ieri dall'ex consulente.

    Fonte: www.repubblica.it
  3.     Mi trovi su: Homepage #4503672
    Nel messaggio, il consulente della Mitrokhin invita il russo
    a firmare il documento da lui redatto. Le conferme ai magistrati
    Quell'e-mail a Litvinenko
    che ora incastra Scaramella

    E' la prova del falso sul progetto di attentato a Guzzanti

    di CARLO BONINI

    Una e-mail inviata nel dicembre 2005 da Mario Scaramella all'ex colonnello del Kgb Aleksandr Litvinenko documenta l'infedeltà istituzionale dell'ex consulente della commissione Mitrokhin. Lo indica come il fabricator del falso che verrà utilizzato per accreditare artificiosamente l'esistenza di un "mandante politico" (sin qui rimasto innominato) di un "progetto di aggressione con armi non convenzionali" contro se stesso e il presidente della commissione, il senatore Paolo Guzzanti (un progetto - è oggi dimostrato - calunniosamente attribuito a dei cittadini ucraini).

    La e-mail (intercettata un anno fa dalla squadra mobile di Napoli e oggi agli atti della Procura di Roma) conferma il metodo di lavoro del "professore" napoletano, ne svela nitidamente obiettivi ed esiti: guadagnare del credito nei confronti della commissione, dissimulare le proprie mosse abusive, offrire un argomento che, a partire da quel dicembre 2005, il senatore Guzzanti spenderà pubblicamente e che, il 9 ottobre, ripeterà nell'aula del tribunale di Teramo, dove tutt'oggi si celebra il processo ai suoi immaginari sicari: "Scaramella ha redatto un rapporto segretato che costituisce il quadro politico e pure criminale, se vogliamo, di questa e altre vicende. Questo rapporto è custodito in una cassaforte del Parlamento ed è stato redatto, insieme, dal dottor Agostino Cordova e dal professor Scaramella. Contiene informazioni compromettenti per un personaggio politico circa il possibile attentato".

    La mail, dunque. Nel dicembre 2005, Scaramella ha già precostituito il posticcio quadro di accuse che deve puntellare la frottola del progetto di attentato. A metà ottobre, ha fatto arrestare quattro ucraini a Teramo (la polizia li sorprende su un furgone proveniente dall'Ucraina con due granate). Un quinto, Alexandr Talik (ex agente dei servizi russi, da tempo riparato a Napoli), lo denuncia come organizzatore del plot. Ma tutto questo non basta. Scaramella scrive a Litvinenko.

    La sua mail (che non immagina intercettata) contiene un allegato. E' un testo scritto in prima persona in cui - riferiscono fonti investigative - si traccia un confuso quadro internazionale che tiene insieme la guerra di Putin in Cecenia, la mafia e i servizi segreti ucraini, il Kgb. Che contiene le "ragioni politiche" per le quali è stata decisa l'eliminazione fisica del "presidente della Mitrokhin (Guzzanti), del suo consulente (Scaramella), dei suoi interpreti", condannati a morte per il lavoro di indagine che hanno condotto. Il testo allegato alla mail è scritto da Scaramella, ma non è lui che ne deve assumere la paternità. Nella lettera a Litvinenko, l'allora consulente invita infatti il russo a stampare quel documento, a firmarlo, ad assumere l'esclusiva responsabilità delle informazioni che contiene e per questo gli raccomanda di inviarlo personalmente a Roma, agli uffici della Commissione Mitrokhin. Contemporaneamente, Scaramella contatta telefonicamente Maxim Litvinenko, chiedendogli di stare addosso al fratello Alexandr. Di fargli firmare quel che c'è da firmare e di non far uscire per nessun motivo il nome "Scaramella" in questa storia. E' l'ulteriore prova dell'imbroglio. Che, come la e-mail, finisce in un brogliaccio di intercettazioni.
    Il falso costruito con Litvinenko nel dicembre 2005 fiorisce e trova la strada di San Macuto, sede della commissione. Ve n'è traccia nei documenti che il pubblico ministero di Roma ha acquisito al Senato. Nel gennaio 2006, in una nota all'ufficio di Presidenza, Mario Scaramella fa riferimento al pericolo che incombe sulla sua vita e su quella del presidente Guzzanti, sul contesto politico in cui la minaccia si alimenta e, nel farlo, cita espressamente quale autorevole fonte di questa circostanza il "documento in atti" fatto pervenire autografo da Alekandr Litvinenko. Ma che di Litvinenko - lo abbiamo visto - ha soltanto la firma.

    Mercoledì, a Regina Coeli, durante l'interrogatorio, quando il pubblico ministero Pietro Saviotti gli ha contestato questa prova documentale, Scaramella ha farfugliato. Il copione che aveva preparato prevedeva che gli stessi argomenti e lo "scenario" contenuti in quel falso del dicembre 2005 (Putin e la Cecenia, il Kgb, la mafia e i Servizi ucraini sullo sfondo di un progetto di attentato), l'autorevolezza della fonte cui erano stati fatti fraudolentemente accreditare (Litvinenko), potessero essere nuovamente spesi per avvolgere in una cortina di fumo le responsabilità delle sue mosse abusive. Voleva giocare su un terreno che gli è familiare, che ha e continua ad avere una eco pubblica nelle dichiarazioni del senatore Guzzanti. Non c'è riuscito. Ha dovuto spiegare la storia di quella mail a Londra. Ne è uscita una storia che sta in piedi come un sacco vuoto. Scaramella ha ammesso di essere lui l'autore del documento spedito a Litvinenko, ma di averlo fatto rielaborando una bozza che lo stesso Litvinenko gli aveva fatto avere tempo prima. Di aver quindi telefonato al fratello Maxim, preoccupato che questo suo "innocuo" intervento di "correttore", potesse, se rivelato, metterlo in imbarazzo. Va da sé che di quella fantomitaca "bozza" non esiste, né è mai stata trovata traccia.

    Del resto, la difficoltà di Scaramella nel trovare in solitudine argomenti plausibili che lo smarchino dalla costruzione del falso ad uso politico consegnato alla Mitrokhin, non incrocia soltanto la storia della e-mail. Durante l'interrogatorio, l'ex consulente ha tentato, finché ha potuto, di tenere distinte le sue mosse abusive dalla figura del presidente della commissione (ha sostenuto, per esempio, di aver taciuto a Guzzanti i segnali che pure aveva ricevuto del venir meno del pericolo di attentato nei loro confronti). Almeno fino a quando un'insistita domanda del pm lo ha costretto ad afferrarsi al senatore Guzzanti. "Perché - è stato chiesto a Scaramella - lei non ha ritenuto opportuno portare in commissione Alexandr Litvinenko? Avrebbe potuto farlo, visto che il russo è stato a Roma almeno tre volte". Scaramella ha allora confermato i suoi incontri di Roma con il russo (in un caso, ha detto, informalmente a San Macuto), ma ha aggiunto che la decisione di non rendere "trasparente" la deposizione dell'ex colonnello del Kgb fu di Paolo Guzzanti, che l'avrebbe ritenuta "inopportuna": "Il Presidente riteneva che soltanto io e lui, che eravamo in una fase più avanzata di elaborazione dei dati raccolti, avremmo potuto apprezzare la rilevanza della testimonianza di Litvinenko. Ma che la stessa cosa non sarebbe valsa per il resto della commissione. Dunque, decise per il no".

    Fonte: www.repubblica.it

  Commissione Mitrokhin: lo scandalo

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