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    Il ricordo è vivo…

    Un giorno del Maggio 1994 mia madre rientrò dalla sua giornata lavorativa con un cd di un gruppo che io sentii solo nominare e di cui conoscevo qualche copertina stampata sui vinili di papà. Era “The Division Bell” dei Pink Floyd. Misi il cd nello stereo e già dalle prime note mi innamorai di questo gruppo. Avevo sette anni.

    Marzo 2006: dodici anni più tardi l’ascolto di quel album io cominciai a perdere la speranza di non vedere neanche solo un componente del mio gruppo preferito in tour, dato che avevo perso la mia unica opportunità di vedere David Gilmour a Milano. I prezzi erano elevati, dicevo allora, e peccato perché mi sarebbe piaciuto andare all’Arcimboldi.

    Maggio 2006: la preparazione agli esami di maturità era ormai cominciata quando venni a sapere che David Gilmour e Roger Waters facevano due tour estivi che toccava diverse città italiane, e la mia reazione fu spontanea: stavolta non me ne frega niente: almeno un concerto loro DEVO vederlo. I prezzi ancora una volta non erano molto accessibili e mi ritrovai a scegliere tra uno dei due musicisti. Scelsi David Gilmour: il suo modo di suonare la chitarra mi ha sempre affascinato molto ed ha scritto canzoni di cui io non mi scorderò mai la prima volta che le ascoltai su quei 33 giri che ancora conservo gelosamente. Chiamai subito un mio amico amante della Musica, convinto che il concerto dei Queen con Paul Rodgers al Forum di Assago fosse il più bello mai ascoltato: bello si, ma io pensavo ci fosse qualche cosa di più bello da ascoltare sul pianeta Terra, e quello era il concerto dell' ultimo leader dei Pink Floyd. Lo convinsi a spendere ottanta euro per il concerto, altri 55 per un treno Eurostar Milano C. Le- Firenze S. M. N. andata e ritorno e altri 45 per una camera d’albergo a Firenze per il due di agosto 2006.“ Certo, il costo per questo concerto non è dei migliori, ma sicuramente ben spesi”, io dicevo quel giorno di metà Maggio.

    2 agosto 2006: dopo quasi tre mesi dall’acquisto del biglietto quel giorno arrivò. Sveglia alle 4.00, treno da Rho a Milano C. Le alle 6.28, pendolino Milano C.Le - Napoli C.Le alle 8.00, arrivo a Firenze S.M.N. alle 11.00. Il cielo sopra le nostre teste non sembrava uno dei migliori a quell’ora ed arrivati in piazza del Duomo le prime gocce cominciarono a cadere. Arrivo in hotel e riposo fino a tardo pomeriggio. Ore 19.35: arrivo in Piazza Santa Croce: la tensione incominciò a salire e, guardando il cielo, si vede che nuvole mattiniere erano sparite.
    Il posto non è uno dei più vicini, ma il palco si vede tutto, e pure bene! Ore 20.55: la gente continua a prendere posto sulle sedie, quando ad un certo punto incomincia a sentirsi il suono un battito cardiaco che si fa sempre più forte col passare dei secondi. Oddio, INCOMINCIA!!!

    “Breathe” è la prima traccia che il gruppo si accinge a suonare. L’adrenalina è a mille e la sensazione di vedere uno dei miei musicisti preferiti da vicino mi esalta come mai mi era accaduto in precedenza. Finita la prima canzone al pubblico non viene dato il momento di respirare perché partono immediatamente gli orologi di “Time”, altro brano storico dei Pink Floyd. Il pubblico è già entusiasta di quello che sta sentendo, eppure siamo solo alla seconda canzone. L’esecuzione è perfetta e il chitarrista ringrazia il pubblico alla fine della canzone suonata. Il sole è calato ormai e il gioco di luci incomincia a farsi notare all’inizio della terza esecuzione “Castellorizon”. David Gilmour in questa traccia strumentale da il meglio di se alla chitarra, sferrando un assolo tra i migliori di tutto il concerto che fanno da introduzione alla meravigliosa “On An Island”. Canzone meravigliosa su cd, ma nella versione live Sir Gilmour è capace di ricreare le stesse atmosfere che ha caratterizzato i live mastodontici del gruppo in cui militava fino a qualche anno fa.

    Finita questa esecuzione, il chitarrista presenta la band: Phil Manzanera alla chitarra e voce, Guy Pratt al basso, Steve DiStaislao alla batteria, John Carinn alle tastiere, Dick Parry ai sassofoni. La presentazione di Richard Wright, altro importantissimo componente dei Pink Floyd, alle tastiere e all’hammond, viene lasciata per ultima, accolta da un lungo applauso dal pubblico. Lo storico chitarrista inglese inoltre spiega che il concerto sarà diviso in due parti, e nella prima verrà eseguito tutto il suo ultimo LP “On An Island”. Qualche secondo dopo parte “The Blue” , un pezzo “diverso” rispetto alle prime canzoni suonate dal gruppo, ma che riesce a coinvolgere tutti gli ascoltatori presenti in piazza in quel momento.
    Di questa parte sono da citare delle eccellenti esecuzioni di “Then I Close My Eyes”, rivalutata molo in questa esecuzione, dato che sul cd non era sicuramente il pezzo migliore, “This Heaven”, pezzo blues eseguito perfettamente e la bellissima “Red Sky At Night”, resa veramente stupenda in questo concerto fiorentino. La prima parte si conclude: la musica viene eseguita perfettamente, le note suonate dal gruppo coinvolgono molto gli ascoltatori per tutta la durata delle canzoni suonate, l’atmosfera è magica e la gente accorsa era entusiasta.

    La mia felicità era tantissima, ero ancora convinto che il prezzo del biglietto valesse tanto, anche se davanti a me una sottospecie di donna con dei capelli che le permetteva di assomigliare di più ad un cocker mi oscurava parzialmente la vista. Nonostante tutto aspettavo con impazienza che la seconda parte iniziasse. Le luci della piazza si spensero dopo un quarto d’ora circa dalla fine della parte e David Gilmour in persona ringraziò ancora il pubblico per il calore riservato a lui e alla band, ma allo tempo chiedeva di stare zitti per la prima parte del pezzo che doveva suonare. Le prime note incominciarono a riecheggiare nell’aria e i riflettori si accesero su quattro persone sedute intorno a un tavolo che suonavano l’intro di “Shine On You Crazy Diamond” con dei bicchieri. Si, proprio così, dei bicchieri!!! Infatti l’album “Wish You Were Here”, da cui è estratto questo pezzo, inizialmente doveva essere suonato con degli oggetti da cucina, e l’intro suonato dal vivo era dunque quello originale mai pubblicato da nessuna parte. Inoltre quella di Firenze, è stata una delle prime volte in assoluto in cu il gruppo ha suonato questa parte della canzone in pubblico.

    Tutti i presenti volevano esplodere in un applauso lunghissimo e caloroso dedicato ai musicisti a alla persona a cui era stata dedicata nel lontano 1975 e morta poco meno di un mese prima dalla data dal concerto: Syd Barrett. “Shine On You Crazy Diamond” è semplicemente un pezzo straordinario anche nella versione riproposta dal chitarrista, con una parte centrale il cui si sentono solo voce, chitarra ed hammond di Richard Wright.. Alla fine dell’esecuzione il pubblico esplode finalmente con quell’applauso che avevano pronto da quasi un quarto d’ora. Segue “Wearing The Inside Out”, estratta dall’ultimo lavoro floydiano “The Division Bell”, anch’essa rivalutata anche grazie all’assolo finale di David Gilmour che rende sempre ogni canzone stupenda.
    La musica si interrompe per qualche secondo, quand’ecco che incomincia a sentirsi una voce che sembra provenire dallo spazio e un segnale morse. Il pubblico esplode un’altra volta: è iniziata “Astronomy Domine”, pezzo scritto da Syd Barrett e capolavoro della musica non solo psichedelica, ma di sempre. L’esecuzione è ancora una volta perfetta e non si pensa che il grupo di musicisti sul palco possano superarsi ulteriormente. Invece il chitarrista inglese imbraccia una chitarra acustica, la strimpella qualche secondo per sentire se è accordata, e poi incomincia a suonare una cosa che è più di una semplice canzone: “When the fat old sun in the sky is falling Summer evenin' birds are calling Summer's thunder time of year The sound of music in my ears Distant bells, new mown grass…” E’ una grandissima esecuzione di un pezzo che sembra non avere età, completata perfettamente con un assolo finale di chitarra elettica da pelle d’oca, o più semplicemente “Fat old Sun”. David Gilmour aveva dedicato questa esecuzione all’amico di liceo Barrett.

    “Coming Back To Live” e “High Hopes” mantengono altissimo il livello e il pubblico apprezza tantissimo, ma qualche cosa di straordinario doveva ancora iniziare. PIIIIIIIIINGGGGGGGGGGGGGBasta solo questo suono per far esplodere il pubblico in un boato mai sentito per tutto il concerto PIIIIIIIIINGGGGGGGGGGGGG Qualcuno stava pensando ancora “Oddio, sarà mica… ” PIIIIIIIIINGGGGGGGGGGGGG Dopo questo terzo rintocco incominciò a suonare anche Richard Wright e chi era aveva qualche dubbio sulla canzone che stava iniziando, ottenne una grandissima conferma: il folto gruppo di musicisti sul palco aveva iniziato a suonare un’opera musicale: “Echoes”. Inizio perfetto e alla fine del primo ritornello e sulla nota più alta suonata si spengono le luci. Black-out? Effetti creati apposta? Durante la seconda strofa il due ex-componenti dei Pink Floyd vennero illuminati con due luci blu e il gruppo non aveva sbagliato niente, facendo così pensare agli effetti luci erano creati appositamente.

    I minuti passavano e la gente era ormai impazzita: alcuni suonavano un’immaginaria batteria, altri una chitarra e altri (tra cui il sottoscritto) un basso facendo ondeggiare la testa a ritmo di musica. A questo punto arriva la parte più importante dell’opera: i famosi echi provenienti dall’infinito composti da basso, tastiere e chitarra, millenni durati secondi: la dimensione live è mastodontica e ogni volta che la chitarra riecheggiava la gente sembrava che dovesse raggiungere un orgasmo a breve. E dopo, riprende in crescendo questa canzone fino alla fine, alla sospensione definitiva in tastiere, che portò all’ ovazione definitiva del pubblico, durata per più di cinque minuti. Un pezzo epocale, mastodontico, inimitabile.
    Io ormai ero in trance, e non potevo credere a cosa avevo appena finire di ascoltare e di vedere, grazie al gioco di luci veramente notevole. Il gruppo torna a suonare dopo più di cinque minuti, quando la standing ovation era ancora in corso. Le prime note riconducono ad una delle canzoni più famose dei Pink Floyd: “Wish You Were Here”. Qualcuno incomincia a commuoversi, qualcun’altro invece sembra voler ricordare qualcuno che non c’è più. Grazie a queste note però tutti cantano il testo di questo pezzo che è diventato uno dei più grandi di sempre, una canzone che chiunque avrebbe voluto comporre.

    Chiude il concerto un’altra grandissima composizione chiamata “Comfortably Numb”, a cui non servono aggettivi per descriverla. Il concerto è stato perfetto, senza una sbavatura, epico, grandioso, non suonato, ma dipinto. Gilmour e il suo gruppo ringraziano tutta quella gente che è arrivata da tutta Italia per vederli. Un lungo applauso ricambia ancora una volta. Le mie mani sono rosse per gli applausi, la mia testa non c’è più, offuscata dalle emozioni create durante il concerto. Durante il ritorno in albergo anche il mio amico ha dichiarato che non si sarebbe mai aspettato un concerto del genere. Dopo queste tre ore di concerto, mi sono tornati in mente tutti quei giorni in cui ho ascoltato per ore la musica dei Pink Floyd, dal primo all’ultimo, chiedendomi come cacchio facevano a comporre pezzi del genere.

    Ma se penso ai vinili che posseggo di questo gruppo, la passione della musica che mi è stata iniettata fin da piccolo anche grazie a te nonostante ti abbia visto solo per i primi cinque anni della mia vita, se penso che ho indicato sulle ultime note di “Wish You Were Here” una stella in cielo e se penso che il gruppo in questione era anche il tuo gruppo preferito e tu non hai potuto mai vederlo, il concerto di David Gilmour sono andato a vederlo anche per te.

    Spero sia piaciuto anche a te, vero?… e mai si spegnerà.

    Recensione dedicata a M.T. (1952-1993)
    IO il 25 Agosto 1970 C'ERO :cool:
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    Quando in una canzone troviamo tranquillità e isteria, felicità e tristezza, luci e tenebre, pur senza che una persona si accorga di tutto ciò e al posto di cambiare traccia emana emozioni mai provate prima, è semplicemente un capolavoro. Questa è “Mojo Pin, prima traccia di questo “Grace”, album osannato dalla critica ma, al momento della sua pubblicazione, deludente nelle vendite, e questo è uno degli errori più grandi che ci siano stati nella storia del rock.
    Jeff Buckley, figlio di Tim Buckley, nel 1994 ha pubblicato dieci tracce, considerate tra le più belle di sempre per la loro freschezza e qualità, musica raramente ascoltata precedentemente. Il cantante mette nello stesso album più generi musicali, mescolandoli perfettamente e non perdendo mai un colpo.
    Come detto in precedenza, “Mojo Pin” può essere considerato unico, un canto dell’anima. Pacata e ossessiva nel finale, da rimanere colpiti dal primo ascolto. La title track è un folk rock molto più orecchiabile rispetto alla traccia precedente, in cui la voce unica di Jeff Buckley prima accarezza l’ascoltatore, lo ammalia ed infine lo turba in un crescendo finale drammatico e catartico.

    Le tracce passano ed è un piacere ascoltarle, passando dal pop rock meraviglioso di “Last Goodbye” alla struggente ed emozionante cover di James Shelton “Lilac Wine”, in cui la delicatezza e l’anima che aveva nelle corde vocali il giovane americano vengono fuori in tutta la sua interezza.
    “So Real” è la quinta traccia dell’album, ipnotica e coinvolgente come poche canzoni, ma la sesta traccia “Hallelujah” scritta da Cohen, che riprende ciò che è stato lasciato il “Lilac Wine”, è un inno struggente in cui la voce emozionata regala brividi in continuazione. Chitarra riecheggiante e una magica voce accompagnano l’ascoltatore per quasi sette minuti in terre e pensieri mai sfiorati precedentemente. Una canzone da ascoltare da soli con la luce soffusa.
    Purtroppo siamo già verso la fine di questo LP, ma le sorprese non mancano.
    “Lover, You Should've Come Over” è una grandissima ballata, equilibrata, perfetta, capace di catturare una persona in qualsiasi istante in cui la si ascolta.
    “Corpus Christ Carol” è la canzone più angelica di tutti, la voce è impeccabile. Neanche un millesimo di secondo ed inizia un pezzo completamente diverso dal resto del disco. In “Eternal Life” sembra esserci tutta la cattiveria accumulata dall’autore in cinque minuti. Il suono è grezzo e ruvido, Buckley lancia delle grida sfrenate. Mai ascoltato tutto questo in quaranta minuti di grandi composizioni e, nonostante tutto, non sfigura e rende completo l’intero LP.
    Chiude “Dream Brother”, il brano psichedelico scritto per un suo grande amico Chris Dowd.
    Jeff Buckley è stato uno dei pochi autori capaci di rigettare sulla pelle dell’ascoltatore le emozioni di cui è pieno. Un album completo, che comprende più sfaccettature del rock
    La cosa più assurda è che questo fu il primo ed ultimo album registrato in studio dal cantante americano. Il 27 maggio 1997 Jeff Buckley era a Memphis per comporre il suo album in compagnia di un suo amico e verso sera, i due andarono sulle rive del Wolf River. Dopo qualche minuto il cantante non c’era più. Il 5 giugno 1997, Jeff Buckley fu stato trovato morto nelle acque Mississipi completamente vestito. Qualche anno dopo si seppe che era depresso e al momento del suicidio non aveva assunto droghe di nessun genere. Morì all’età di 30 anni.
    In Conclusione “Grace” può essere considerato un canto dell’anima del musicista Californiano. Provare per credere.
    IO il 25 Agosto 1970 C'ERO :cool:
  3. I'm only happy when it rains  
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    Originally posted by Torre878
    Quando in una canzone troviamo tranquillità e isteria, felicità e tristezza, luci e tenebre, pur senza che una persona si accorga di tutto ciò e al posto di cambiare traccia emana emozioni mai provate prima, è semplicemente un capolavoro. Questa è “Mojo Pin, prima traccia di questo “Grace”, album osannato dalla critica ma, al momento della sua pubblicazione, deludente nelle vendite, e questo è uno degli errori più grandi che ci siano stati nella storia del rock.
    Jeff Buckley, figlio di Tim Buckley, nel 1994 ha pubblicato dieci tracce, considerate tra le più belle di sempre per la loro freschezza e qualità, musica raramente ascoltata precedentemente. Il cantante mette nello stesso album più generi musicali, mescolandoli perfettamente e non perdendo mai un colpo.
    Come detto in precedenza, “Mojo Pin” può essere considerato unico, un canto dell’anima. Pacata e ossessiva nel finale, da rimanere colpiti dal primo ascolto. La title track è un folk rock molto più orecchiabile rispetto alla traccia precedente, in cui la voce unica di Jeff Buckley prima accarezza l’ascoltatore, lo ammalia ed infine lo turba in un crescendo finale drammatico e catartico.

    Le tracce passano ed è un piacere ascoltarle, passando dal pop rock meraviglioso di “Last Goodbye” alla struggente ed emozionante cover di James Shelton “Lilac Wine”, in cui la delicatezza e l’anima che aveva nelle corde vocali il giovane americano vengono fuori in tutta la sua interezza.
    “So Real” è la quinta traccia dell’album, ipnotica e coinvolgente come poche canzoni, ma la sesta traccia “Hallelujah” scritta da Cohen, che riprende ciò che è stato lasciato il “Lilac Wine”, è un inno struggente in cui la voce emozionata regala brividi in continuazione. Chitarra riecheggiante e una magica voce accompagnano l’ascoltatore per quasi sette minuti in terre e pensieri mai sfiorati precedentemente. Una canzone da ascoltare da soli con la luce soffusa.
    Purtroppo siamo già verso la fine di questo LP, ma le sorprese non mancano.
    “Lover, You Should've Come Over” è una grandissima ballata, equilibrata, perfetta, capace di catturare una persona in qualsiasi istante in cui la si ascolta.
    “Corpus Christ Carol” è la canzone più angelica di tutti, la voce è impeccabile. Neanche un millesimo di secondo ed inizia un pezzo completamente diverso dal resto del disco. In “Eternal Life” sembra esserci tutta la cattiveria accumulata dall’autore in cinque minuti. Il suono è grezzo e ruvido, Buckley lancia delle grida sfrenate. Mai ascoltato tutto questo in quaranta minuti di grandi composizioni e, nonostante tutto, non sfigura e rende completo l’intero LP.
    Chiude “Dream Brother”, il brano psichedelico scritto per un suo grande amico Chris Dowd.
    Jeff Buckley è stato uno dei pochi autori capaci di rigettare sulla pelle dell’ascoltatore le emozioni di cui è pieno. Un album completo, che comprende più sfaccettature del rock
    La cosa più assurda è che questo fu il primo ed ultimo album registrato in studio dal cantante americano. Il 27 maggio 1997 Jeff Buckley era a Memphis per comporre il suo album in compagnia di un suo amico e verso sera, i due andarono sulle rive del Wolf River. Dopo qualche minuto il cantante non c’era più. Il 5 giugno 1997, Jeff Buckley fu stato trovato morto nelle acque Mississipi completamente vestito. Qualche anno dopo si seppe che era depresso e al momento del suicidio non aveva assunto droghe di nessun genere. Morì all’età di 30 anni.
    In Conclusione “Grace” può essere considerato un canto dell’anima del musicista Californiano. Provare per credere.



    G - R - A - N - D - I - O - S - O !!!!!

    Questo disco è un capolavoro per me! :love: :love: :love:

    Il babbo non mi è mai piaciuto tanto come il figlio, ma è innegabile che entrambi abbiano dato tantissimo alla musica e in pochissimo tempo....

    Hanno vissuto mi pare 57 anni in due! :eek: :eek: :eek:

    Chissà cosa avrebbero combinato in più tempo..... magari anche qualche duetto indimenticabile! :cry: :cry: :cry:
    Comincio a credere che non conta quanto tu ami qualcuno: forse quello che conta è quello che riesci a essere quando sei con qualcuno.
  4. I'm only happy when it rains  
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    Originally posted by Torre878
    Mercoledì sera entrai nel mio negozio di dischi, e il deserto mi apparse in un secondo. Niente novità. Allora mi sono detto di riproporre in chiave ufficiale la mia recensione come disco del mese.


    Azz hai un negozio di dischi e non mi dici nulla????

    Infame! :cool:
    Comincio a credere che non conta quanto tu ami qualcuno: forse quello che conta è quello che riesci a essere quando sei con qualcuno.
  5. aaa  
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    i "dischi del mese" passati
    Ottobre 2005: "Depeche Mode - Playing The Angel"
    Novembre 2005: "Noir Désir - En Public"
    Dicembre 2005: "The Darkness - One Way Ticket To Hell...And Back"
    Gennaio 2006: "Baustelle - La Malavita"
    Febbraio 2006: "Louise Attaque - A Plus Tard Crocodile"
    Marzo 2006: "Toto - Falling In Between"
    Aprile 2006: "David Gilmour - On An Island"
    Maggio 2006: "Bruce Springsteen - We shall overcome/The Seeger sessions"
    Giugno 2006: "Indochine - Alice & June"
    Luglio 2006: "Pink Floyd - Pulse D.V.D."
    Agosto 2006: "Kari Rueslåtten - Other people's stories"
    Settembre 2006: "Wolfmother - Wolfmother"
    Ottobre 2006: "Kasabian - Empire"
    Novembre 2006: "Charlotte Gainsbourg - 5:55"

    i dischi da avere dei mesi passati
    Ottobre 2005: "Dire Straits - Love Over Gold"(1982)
    Novembre 2005: "Queen - A Night At The Opera"(1975)
    Dicembre 2005: "Pink Floyd - Ummagumma"(1969)
    Gennaio 2006: "Toto - Toto IV"(1982)
    Febbraio 2006: "Paul McCartney: Chaos And Creation In The Backyard"(2005)
    Marzo 2006: "Roberto Vecchioni: Calabuig, Stranarome e altri incidenti"(1978)
    Aprile 2006: "Noir Désir - Tostaky"(1992)
    Maggio 2006: "Genesis - Nursery Cryme"(1971)
    Giugno 2006: "Pink Floyd - Meddle"(1971)
    Luglio 2006: "Bruce Springsteen - The wild, the innocent and the E-Street shuffle"(1973)
    Agosto 2006: "H.I.M. - Razorblade Romance"(2000)
    Settembre 2006: "Indochine - Paradize"(2002)
    Ottobre 2006: "Ben Harper And The Blind Boys Of Alabama - There Will Be A Light"(2004)
    Novembre 2006: "Elio E Le Storie Tese - Eat The Phikis"(1996)
    IO il 25 Agosto 1970 C'ERO :cool:

  I dischi del mese di Dicembre 2006

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