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    L'ex portiere del Napoli di Maradona lavora per il Canavese San Giusto: fa l'osservatore e si occupa di mercato. "Sono direttore sportivo diplomato, ma il grande calcio mi ha emarginato"

    MILANO, 23 gennaio 2007 - Il portiere che parava con piedi, pancia e chiappe. “Ci ritorni in mente” apre agli italiani e ripesca Claudio Garella, il più originale dei numeri uno. Vinse scudetti in città che mai ne avevano vinto (Verona e Napoli). Fu prescelto da Diego Maradona. Si guadagnò una battuta dell’Avvocato Agnelli, privilegio a non molti riservato: “Garella è il più forte portiere del mondo. Senza mani, però”. Oggi, a 51 anni, il pane è un po’ duro. Garella lavora per il Canavese, serie D girone A. Fa l’osservatore, si occupa di mercato. Passione a pacchi, denaro quanto basta per campare. “Vivo dimenticato — si sfoga —. Il grande calcio si è scordato di me e non so perché. Sono direttore sportivo diplomato a Coverciano e da anni aspetto una telefonata che non arriva. Spiegazioni? Non mi sono inginocchiato davanti a nessuno, non frequento i giri giusti”.

    SOPRANNOMI - Beppe Viola era un giornalista Rai degli anni Settanta, si divertiva a miscelare parole e a lui si deve il primo neologismo dedicato a Claudio. “Garellate”, sentenziò Viola una domenica per sottolineare un paio d’errori del nostro, che stava alla Lazio. A Roma sono feroci e in un amen eruttarono l’appellativo: “Paperella!”, strillò un laziale, e sembrava l’inizio della fine. Garella, però, restò in alta quota e a Verona convinse un giornalista dell’Arena” a cambiargli il nome d’arte: “Garellik”, scrissero sul giornale locale per lodare certe parate non contemplate dai sacri testi, e cominciò un’altra carriera, così diversa che Diego Maradona convinse Ferlaino presidente del Napoli a prendere Garella. La raccomandazione del “Pibe”, altro attestato per pochi.

    ANOMALIE - “Sono stato un portiere anomalo — riconosce il protagonista della storia —, nessun allenatore ha cercato di cambiarmi. Istinto? Non solo, avevo un mio codice. Ricordo ciò che disse Italo Allodi, il manager che mi portò al Napoli: "L’importante è parare, non conta come"“. E Garellik parava. Di piede, come all’oratorio? Embé? Ai ragazzi piaceva perché incarnava il portiere in teoria alla portata di tutti. Le uscite basse erano spettacolari, Claudio allargava le manone avvolte in guanti enormi e poi deviava il pallone con la trippa o la punta di una scarpa o il lembo di un orecchio. Maradona lo testava sulle punizioni, in allenamento: “Ogni tanto qualcosa prendevo, non so come, e Diego se la rideva. Sono orgoglioso della mia carriera, sono stato il portiere del più grande”. Un rammarico: mai una presenza in Nazionale. “A quei tempi la concorrenza era forte. Galli, Zenga, Tancredi. Non so se mi spiego. Oggi c’è Buffon e stop”.

    VINO - Garella gioca ancora, nella Wineland, rappresentativa messa su per fare beneficenza e reclamizzare i prodotti enogastronomici dell’Astigiano e del Monferrato, che assieme alle Langhe rappresentano il cuore contadino del Piemonte. E’ un po’ ingrassato, ma non è che sia mai stato un figurino. Al momento i suoi sono gli orizzonti di un treno interregionale: “Noi del Canavese (squadra di San Giusto, paese vicino a Ivrea, ndr) lottiamo col Savona per la promozione in C2. Siamo secondi in un girone di ferro, con Casale e Alessandria”. Tutto sommato non c’è da lamentarsi, poco tempo fa Garella era d.s. del Pecetto, Torino, in Promozione. Dategli una chance, ché Garellik se la caverà. A modo suo, è chiaro.

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