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    Da corriere.it

    Da quando il calcio italiano è entrato in una spirale di violenza, i miei amici italiani mi fanno molte domande: come hanno fatto gli inglesi a risolvere i loro problemi della violenza negli stadi? Che cosa può imparare l'Italia dall'Inghilterra? Perché il calcio, unico tra tutti gli sport, provoca tali eccessi di violenza tra i suoi tifosi?
    Non mi sento la persona più qualificata per rispondere a tali profondi quesiti, ma alcuni aspetti dell'esperienza inglese appaiono molto chiari. Il primo ci costringe a riflettere: la realtà è che l'Inghilterra non ha risolto il problema della violenza tra i tifosi, quel problema esiste ancora. È vero, la violenza è stata ridotta rispetto alla situazione di vent'anni fa. Ma non è sparita. Se un inglese vi assicura che non esiste più, o è vittima di una pia illusione, o non presta attenzione a quanto accade ogni giorno. Il secondo fattore importante nel calcio inglese è che in realtà noi abbiamo dovuto affrontare due problemi distinti, che si sono combinati per produrre un'immane tragedia.
    Da una parte il problema degli scontri tra le tifoserie opposte; dall'altra, il fatto che gli stadi in Gran Bretagna erano costruzioni antiquate e assai pericolose quando si trattava di accogliere decine di migliaia di spettatori. La tradizione di consentire agli spettatori di stare in piedi sugli spalti affollati, anziché servirsi dei posti a sedere, abbinato alle vie d'uscita insufficienti per la folla, nel 1989 ha prodotto la tragedia di Sheffield, nel nord-est dell'Inghilterra, quando 96 persone furono calpestate a morte nella calca all'interno dello stadio. Questa disgrazia non fu causata dalla violenza dei tifosi, bensì provocata dall'atmosfera di paura e pericolo che si respirava all'epoca in quei vecchi stadi, e dalle alte inferriate che erano state erette per tener lontani i tifosi violenti dal campo di calcio, finendo così per intrappolarli. Fu questa la crisi che ha cambiato il calcio inglese. Era l'ultima di una lunga serie di tragedie, nelle quali la violenza aveva giocato il suo ruolo, in particolare i terribili avvenimenti dello stadio Heysel in Belgio nel 1985, quando i tifosi del Liverpool si scontrarono con quelli della Juventus e crollò un muro di sostegno, causando la morte di 39 persone.

    Ma la reazione a queste tragedie della violenza fu in ultima analisi assai limitata: i club inglesi furono esclusi dai tornei europei e si tentò di identificare e punire i tifosi violenti. La tragedia di Sheffield innescò invece una reazione più estesa ed articolata. Le società calcistiche, sia grandi che piccole, sono state costrette a modernizzare i loro impianti sportivi, privilegiando le misure di sicurezza per gli spettatori. Pertanto è stato necessario ricostruire gli stadi, dotare ogni spettatore di posto a sedere, e con vie d'uscita molto migliorate per le emergenze. Questo ha consentito inoltre, sia alla polizia che alle società sportive, di controllare l'ubicazione delle diverse tifoserie e di limitare i loro movimenti all'interno dello stadio per scatenare risse. Alla fin fine, tuttavia, la battaglia contro la violenza negli stadi si riduce a una questione assai banale, sebbene costosa: dipende dalla volontà della polizia e delle società calcistiche di lavorare insieme per ottenere informazioni sulle gang e sui singoli tifosi violenti; dalla loro volontà di servirsi di quelle informazioni per negare l'accesso agli stadi agli elementi più recalcitranti e scatenati; e infine dalla presenza negli stadi di migliaia di poliziotti a ogni partita, oltre agli uomini dei servizi di vigilanza messi in campo dalle società calcistiche.

    In Inghilterra, è stata proprio questa misura a ridurre la frequenza degli scontri violenti all'interno e all' esterno degli stadi nel giorno delle partite. Ma la violenza non è stata eliminata del tutto, perché il calcio attira ancora un pubblico di giovani relativamente poco istruiti e inclini alla violenza, che amano raggrupparsi in bande tribali, pronti a sfruttare le emozioni del «gioco più bello del mondo» come scusa per risse e scontri. Pertanto gli inglesi non possono vantarsi o compiacersi eccessivamente per i loro successi, e non hanno motivo di sentirsi superiori al calcio italiano.

    Beh, forse una ragione c'è, ma solo una. In Inghilterra, dopo la tragedia di Sheffield, le società calcistiche stesse hanno realmente deciso che era venuto il momento di fare qualcosa di concreto per rendere le partite più sicure. Si sono convinte, in parte sotto la spinta della magistratura, in parte per timore di compromettere le loro attività, che era necessario agire: non era una situazione che poteva essere delegata unicamente alla polizia. Questa consapevolezza però non sembra aver attecchito ancora in Italia.

  Gli inglesi.....

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