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    Il retroscena dell'infortunio dell'attaccante svedese.

    Nella questione Ibrahimovic che ha diviso l'allenatore e il medico dell'Inter, Roberto Mancini ha ragione e dunque ha torto. Il controsenso non c'è. Mancini ha torto nell'aspettarsi dopo due settimane la disponibilità di un calciatore che ha subìto un trauma cranico con edema. La prognosi per un cittadino qualunque è di una decina di giorni, dunque per un atleta che è a rischio di ulteriori traumi la prudenza è per forza maggiore. C'è in ballo, più che la salute, la vita di un ragazzo la cui responsabilità per quanto riguarda la sua attività professionale non è del tecnico ma del dottor Combi. Il medico dell'Inter ha fermato Ibra dopo la risonanza magnetica del 29 gennaio e lo ha frenato dopo il consulto di mercoledì scorso con il professor Giovanni Broggi, primario del Besta e neurochirurgo di fiducia della famiglia Moratti.

    Mancini ha ragione quando si aspetta invece di averlo a disposizione per quella partita, perché in effetti Ibrahimovic avrebbe potuto recuperare prima: con una terapia cortisonica i risultati potevano essere superiori. Ma in questo caso il giocatore (dunque l'Inter) avrebbe corso un altro rischio, quello di risultare positivo all'antidoping. E in tal caso anche il lavoro di Mancini si sarebbe complicato. Perciò in definitiva l'allenatore ha torto. Solo con un'autorizzazione preventiva Ibra avrebbe potuto giocare. Ma perché la commissione Uefa che può rilasciarla dia un parere definitivo servono almeno 15-20 giorni.

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