1. Quanti Teddy bisogna inventare per tutta la vita ?  
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    Valeri Vasilevich Lobanovsky, scritto anche Valeri Lobanovski (Валерій Васильович Лобановський ; 6 gennaio 1939 - 13 maggio 2002) fu un giocatore divenuto poi allenatore di calcio ucraino.

    Cominciò come brillante calciatore nel 1955 nella Dinamo Kiev, società nella quale ha sempre vissuto professionalmente e che ha portato ai vertici del calcio europeo.

    È famoso per aver allenato la Dinamo Kiev, la nazionale ucraina e la nazionale sovietica. Nel 1975 era l'allenatore della Dinamo Kiev, che allora divenne la prima e unica squadra dell'Unione Sovietica a vincere un trofeo europeo dopo aver sconfitto gli ungheresi del Ferencvaros nella finale della Coppa delle Coppe. Oltre ai successi Lobanovski rimane celebre per il suo approccio scientifico e ferreo alla professione. Portò al Pallone d'oro Oleg Blochin e Igor Belanov; anche Andriy Shevchenko, Pallone d'oro nel 2004, fu allenato da Lobanovski nella prima parte della sua carriera.

    La sua morte, nel 2002, fece commuovere il mondo intero. Sentendosi male durante una partita (ormai anziano), salì con le proprie gambe sull'autoambulanza per recarsi in ospedale. Purtroppo non arrivò vivo in ospedale. Nella finale di Champions League disputatasi pochi giorni dopo venne osservato un minuto di silenzio in suo onore. Lobanovski fu insignito del titolo di Eroe d'Ucraina, la più alta onirificenza della nazione. Anche lo stadio della Dinamo Kiev è stato nominato Stadio Lobanovski in suo onore.
    Non consiste forse nel rompere il tuo pane con chi ha fame, nel portare a casa tua i poveri senza tetto, nel vestire chi è nudo, senza trascurare quelli della tua stessa carne?
  2. Quanti Teddy bisogna inventare per tutta la vita ?  
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    «SONO un allenatore. Il significato della mia vita è in questo». «Tutto è numero». Le due frasi, pronunciate dal più celebre “colonnello” che il calcio abbia mai avuto dopo il magiaro Ferenc Puskás (che in realtà era maggiore), raccontano gli ultimi quarant’anni del football sovietico prima e ucràino poi.
    Valery Vassilyovic Lobanovski nasce il 7 gennaio 1939 a Kiev, ieri «madre delle città sovietiche», oggi capitale dell’Ucraina, seconda per numero di abitanti e terza per superficie fra le quindici ex repubbliche federate in quello che una volta l’Occidente considerava lo spauracchio URSS.
    Compiuta la trafila nelle giovanili, Lobanovski entra nella prima squadra della Dynamo Kyiv a 19 anni. Potente ed estroso esterno di centrocampo, Valery gioca spesso ala sinistra nel temibile trio d’attacco che forma con Basilevich e Kanevsky. Nel 1961 fa parte della squadra di campioncini (Rudakov, Szabo, Serebrianikov, Muntjan e Byschovets) che, guidata in panchina da Vjacheslav Solovjov, discepolo dell’apripista Oleg Oshenkov («correre velocemente è utile, pensare rapidamente è indispensabile»), conquista il primo titolo nella storia del club: l’unico, insieme con la Dinamo Mosca, ad aver sempre militato nella massima divisione. La forza e il limite di quella formazione è il collettivo, cui manca la classe necessaria per confermarsi ai massimi livelli. Tre anni dopo, alla guida della squadra che al centrocampista Szabo e all’attaccante-poeta Byschovets (che con il pragmatico Lobanovski proprio non si prende) ha aggiunto il difensore Turjankin e la punta Khmelnitski, approda Viktor Maslov. Per la Dynamo si apre il primo grande ciclo di successi, ma Lobanovski non ne farà parte. Visto con gli occhi di oggi sembra incredibile: ma, vinta la Coppa dell’URSS del ’64, Valere, indole ribelle, se ne va sbattendo la porta e accusando Maslov di spersonalizzare l’inventiva dei giocatori e di opprimerli con allenamenti durissimi e noiosi esercizi ripetuti fino alla nausea. Lobanovski gioca ancora per due stagioni, la 1965-66 al Chernomorets Odessa e quella successiva nello Shakhtar Donetsk. Poi, archiviate le due presenze in Nazionale (dove aveva esordito il 4 settembre 1960, Austria-URSS 3-1) e riposta in soffitta la laurea di ingegnere termotecnico conseguita al Politecnico di Kiev, si dedica alla difficile arte della panchina.
    Nel 1969 è l’allenatore più giovane del paese quando, appena 30enne, assume la direzione tecnica del Dnepr. Nel ’74 torna a “casa”, alla Dinamo Kyiv, per il primo di tre interregni (1974-82, 1984-90, 1996-2002) che in totale lo vedranno su quella panchina per ben vent’anni. Vinti al primo tentativo campionato e coppa sovietici, gli ucraini conquistano anche l’Europa: il 14 maggio ’75 completano a Basilea (3-0 al Ferencváros Budapest, doppietta di Onishenko e sigillo di Blokhin) la cavalcata trionfale che li ha visti eliminare i bulgari del CSKA Sofia (doppio 1-0), Eintracht Francoforte (3-2 in Germania, 2-1 interno), i turchi del Bursaspor (battuti 1-0 a Kiev e 2-0 fuori) e gli olandesi del PSV Eindhoven (3-0 e 1-2). Tempo pochi mesi e arriva anche la Supercoppa Europea, ai danni del Bayern Monaco di capitan Beckenbauer, regolato 1-0 all’Olympiastadion e 2-0 al Respublikanski sempre grazie all’incontenibile Blokhin.
    Dopo la doppia affermazione che mette Kiev sulla carta del calcio continentale, Lobanovski viene chiamato a raccogliere l’eredità (invero non troppo pesante) di Eduard Malofeev alla guida dell’Unione Sovietica. Come prevedibile e forse auspicabile, il neo-Ct, al primo dei suoi tre mandati (1975-776, 1982-83, 1986-90), non può fare altro che innestare in nazionale il blocco-Dynamo e applicarvi i metodi che lo hanno reso famoso: disciplina tattica, preparazione atletica, schemi ripetuti fino a farli diventare automatici. Insomma, ciò che accadeva ai tempi di Maslov, con la differenza che «in campo le sole improvvisazioni che tollero sono quelle che mettono in difficoltà gli avversari», che si aggiunge a un carisma fuori del comune e il rivoluzionario approccio scientifico nello studio delle partite e dei giocatori. La sua Dynamo è la prima ad avviare, all’inizio degli anni Ottanta, un accordo di sponsorizzazione tecnica con un’azienda di computer per monitorare prestazioni e caratteristiche fisico-atletiche della rosa a sua disposizione e degli avversari. «Ai miei tempi era difficile valutare i giocatori. Non c’erano video da visionare né computer. L’allenatore poteva dire a un calciatore che questi non si trovava al posto giusto, ma il giocatore poteva semplicemente replicare che non era d’accordo». Il dissenso non era previsto, o quanto meno ben visto, nel “laboratorio” di Lobanovski.
    A Mexico 86 l’URSS debutta con una straordinaria dimostrazione di forza e spettacolarità: 6-0 all’Ungheria, già sotto di tre reti dopo 23’ e rivelatasi, agiochi fatti, poca roba. Dopo l’1-1 con la Francia e lo scontato 2-0 al Canada, i sovietici escono a sorpresa per mano del Belgio (3-4 dts) negli ottavi, ma forse più per le distrazioni dell’arbitro Fredriksson e dei suoi collaboratori che per l’effettiva forza dei “diavoli rossi”, avvantaggiati dalla convalida di due gol palesemente irregolari. Al di là degli episodi, la sostanza dei fatti dice che, se si esclude il bis nellaCoppa delle Coppe ’85-86 (3-0 in finale all’Atlético Madrid), e nonostante i successi in patria (8 Campionati sovietici e 5 ucraini, 6 Coppe dell’URSS e 3 d’Ucraina), a livello internazionale “il calcio del Duemila” sembra ancora di là da venire, perlomeno sul piano dei risultati. Dopo il brillante e sfortunato secondo posto agli Europei tedeschi dell’88 (0-2 dalla super Olanda di Gullit e van Basten, affrontata però con la difesa priva dei titolari Bessonov e Kutznetov) e Italia 90 (fuori al primo turno nel gruppo con Camerun, Romania e Argentina), complici i gravi disturbi cardiaci che da tempo non gli danno tregua, il Colonnello comincia a percorrere il viale del tramonto. Glasnost e Perestrojka, le svolte epocali introdotte da Michail Gorbatjov, e di cui beneficeranno molti “dynamovtsy” (campioni e comprimari, da Blokhin a Zavarov, da Protassov a Alejnikov, da Shevchenko a Rebrov) che a Lobanovski devono tutto, permettono a Valery, poi Ct degli Emirati Arabi (’90-93) e del Kuwait (’94-96), di arrotondare con un po’ di petrodollari la modesta pensione dell’Armata Rossa. Ma quella del giramondo non è la vita che fa per lui: così torna alla Dynamo e, dal marzo 2000, va a dirigere part-time la selezione d’Ucraina, Paese indipendente dal ’91 nel quale campionatoi e coppa sono esclusivo terreno di caccia della Dynamo rispettivamente dal ’96 e dal ’98.
    La parabola del figliol prodigo si esaurisce in due anni, quando il suo provatissimo fisico gli presenta il conto di un’esistenza vissuta da protagonista: il 7 maggio 2002, nel finale della trasferta con il Metallurg Zaporozhye, il Maestro viene colpito da un ictus. Le lacrime del suo “secondo”, l’ex sampdoriano Mikhailichenko la dicono più lunga di qualsiasi prognosi ufficiale.
    Lì per lì sembra che il “grande vecchio” possa farcela un’altra volta come gli era successo con le crisi cardiache precedenti. Si riprende, tanto da riuscire a salire con le proprie gambe su un’ambulanza gialla, di quelle “da rianimazione”, e, tre giorni dopo l’intervento chirurgico al quale viene sottoposto per combattere l’emorragia cerebrale, riconosce la moglie Ada. Sei giorni più tardi, il Paese è listato a lutto: alle 20,35 si era spento, 63enne, l’uomo che aveva rivoluzionato il calcio ucraino, proiettandolo nell’era della scienza e alla ribalta internazionale.
    Il 15 maggio il Presidente ucraino Leonid Kuchma gli concede l’onorificenza postuma di Eroe d’Ucraina, conferita in presenza della figlia, Svetlana, e del nipotino di Valery, Bogdan, e davanti a 80 mila persone (diventate 150 mila per la stampa internazionale, in un rigurgito da tempi del Politburo) raccolte allo stadio che ne ammirò le gesta e che da quel giorno ne avrebbe portato il nome. Un anno dopo, a rendergli omaggio al cimitero di Baikove a Kyiv, dove la salma era stata tumulata accompagnata dall’inno nazionale, uno dei suoi figliocci prediletti, Andriy Shevchenko, aveva tenuto fede a una promessa: portargli la Coppa dei Campioni che il Maestro aveva invano inseguito ma che senza i suoi insegnamenti (e divieti: come quello di fumare, a 18 anni, due pacchetti di sigarette al giorno, attuato a costo di fargli iniettare della nicotina) mai il milanista avrebbe conquistato, per di più da protagonista. Se la vita è fatta (anche) di numeri, allora per Lobanovski è stata sì quella di «un allenatore», ma dal significato che, lì dentro, ci sta proprio stretto.
    Non consiste forse nel rompere il tuo pane con chi ha fame, nel portare a casa tua i poveri senza tetto, nel vestire chi è nudo, senza trascurare quelli della tua stessa carne?
  3. Quanti Teddy bisogna inventare per tutta la vita ?  
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    1 Rinat DASAEV

    2 V.BESSONOV 3 A.CHIVADZE 10 Oleg KUZNETSOV 5 A.DEMIANENKO

    7 Ivan YAREMCHUCK 8 P. YAKOVENKO 20 S. ALEJNIKOV 9 A. ZAVAROV

    19 Igor BELANOV 11 Oleg BLOKHIN

    16 Chanov 22 Krakovski 4 Morozov 6 Bubnov 15 Larionov 21 Rats
    13 Litovchenko 12 Bal 14 Rodionov 17 Evtuschenko 18 Protasov

    Coach:Valery LOBANOVSKI

    Fondata sull’ ossatura della Dynamo Kiev, di cui Lobanovski è anche allenatore, l’URSS mette in mostra un calcio veloce e divertente che raccoglie però ancora troppo poco, in un cammino che porterà i giocatori russi per la prima volta ad essere tesserati per squadre europee, fino al culmine degli europei del 1988, dove perderà solo in finale con l’Olanda.

    Partite disputate:
    Ungheria 6-0 Francia 1-1 Canada 2-0 Belgio 3-4 (d.t.s.)
    Non consiste forse nel rompere il tuo pane con chi ha fame, nel portare a casa tua i poveri senza tetto, nel vestire chi è nudo, senza trascurare quelli della tua stessa carne?
  4. Quanti Teddy bisogna inventare per tutta la vita ?  
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    La Dinàmo Kiev (ucraino: ФК Динамо Київ, FK Dynamo Kyiv - russo:Динамо Киев, Dinamo Kiev) è la principale società di calcio della città ucraina di Kiev. È la squadra più titolata dell'ex URSS e ha dominato la prima decade del campionato ucraino dopo la dichiarazione d'Indipendenza dell'Ucraina dalla Russia nel 1991.


    La Dinamo è stata fondata nel 1927 come branca sportiva della Polizia e del Ministero degli Interni, sulla scia di quanto accadeva in Russia dove, per esempio, dominava la Dinamo Mosca. Il termine Dinamo fa riferimento ai reparti di polizia. I giocatori non erano professionisti ma dipendenti del ministero da cui il club dipendeva.

    Nei suoi primi anni di vita il club non era considerato il migliore tra quelli della città e doveva cedere questo titolo al più quotato Lokomotiv Kiev. Contemporaneamente la capitale calcistica (ed anche politica) del paese era Kharkiv, che rappresentava l'Ucraina nei nascituri tornei dell'URSS, dato che non era ancora nato un vero e proprio campionato sovietico.

    Lentamente la Dinamo Kiev iniziò ad affermarsi come uno dei migliori club ucraini e, complice lo spostamento della capitale Ucraina da Kharkiv a Kiev, fu scelta come rappresentante dell'Ucraina nel primo campionato sovietico di football nel 1936.
    Il primo campionato vide la Dinamo classificarsi al secondo posto, nel 1937 al terzo ed al quarto posto nel 1938; in questi anni la Dinamo si impose anche sulla selezione francese Red Star di Parigi per 6 a 1 e per 9 a 1 sulla nazionale turca venendo successivamente sconfitti 3 a 1 da una selezione basca.
    Numerosi giocatori della Dinamo rappresentavano quanto di meglio l'Unione Sovietica potesse offrire e, allenati dal leggendario allenatore Mikhail Tovarovskiy contavano su giocatori quali Nikolai Trusevich, Anton Idzkovskiy, Mikhail Sviridovskiy, V. Shilovskiy, K. Schegodskiy, K. Piontkovskiy, V. Prokofiev, M. Volin, I. Lifshits, Nikolay Makhinya.

    Durante la Seconda Guerra Mondiale molti giocatori della Dinamo non riuscirono a mettersi in salvo dagli occupanti tedeschi e vennero impiegati come prigionieri di guerra nel locale panificio; venuti a conoscenza della presenza di questi calciatori i tedeschi decisero di mostrare la loro superiorità formando una selezione di tedeschi e ungheresi e sfidando una selezione formata da otto giocatori della Dinamo: Nikolai Trusevich, Mikhail Sviridovskiy, Nikolai Korotkikh, Aleksey Klimenko, Fedor Tyutchev, Mikhail Putistin, Ivan Kuzmenko, Makar Goncharenko e tre giocatori del Lokomotiv Kiev anch'essi rimasti a Kiev: Vladimir Balakin, Vasiliy Sukharev, e Mikhail Melnik.

    La selezione Ucraina sconfisse la selezione teutonica e, per rappresaglia, i giocatori ucraini vennero deportati in un campo di concentramento dove Nikolai Trusevich, Ivan Kuzmenko, Aleksey Klimenko e Nikolai Korotkikh furono fucilati.

    La Dinamo venne distrutta ed occorrerà molto tempo prima che torni ad occupare il ruolo che ricopriva nel football sovietico negli anni antecedenti la guerra, infatti la Dinamo tornò ai vertici solo nel 1952 finendo seconda in campionato e vincendo la coppa nel 1954; i principali giocatori di quell'epoca erano Oleg Makarov, A. Lerman, B. Golubev, N. Golyakov, P. Tischenko, T. Popovich, A. Larionov, M. Mikhalina, Edward Yust, A. Koltsov, Alexander Zazroev, Mikhail Koman, Z. Sengetovskiy, V. Zhilin, P. Vinkovatov, V. Bogdanovich, V. Zhuravlev, V. Fomin, V Terentiev.

    Nel 1955 Golubev, Fomin e Makarov vennero convocati nella nazionale sovietica e, unitamente ai giocatori sopracitati, costituirono l'ossatura per la squadra che vincerà per la prima volta il campionato sovietico nel 1960 portando per la prima volta il trofeo fuori da Mosca dove era rimasto sino ad allora; i giocatori fautori di questa vittoria epocale furono Valeri Lobanovski, Viktor Kanevskiy, Oleg Bazilevich, Andrei Biba, Valentin Troyanovskiy, Vladimir Anufrienko , Yuriy Voinov, Vassiliy Turyanchik, Joseph Sabo, Viktor Serebryannikov, V. Schegolkov, Anatoliy Suchkov e Nikolai Koltsov.

    La fama della Dinamo venne ulteriormente rafforzata dall'arrivo del nuovo allenatore V. Maslov nel 1963. Nel 1964 la Dinamo vinse il campionato e negli anni tra 1966 e il 1968 conquistò tre titoli consecutivi.

    Nel 1966 Ostrovskiy, Sabo, Porkuyan, Serebryannikov della Dinamo parteciparono ai Mondiali del 1966 in Inghilterra mentre Serebryannikov, Muntyan, Puzach, Byshovets, Khmelnitskiy, Rudakov parteciparono ai Mondiali messicani del 1970.

    Nel 1971 la Dinamo vince un altro campionato, mentre si affermano i nuovi metodi dell'allenatore Valeri Lobanovski, metodologie basate su una preparazione fisica sconosciuta sino ad allora e sul concetto di squadra, al cospetto del quale tutte le individualità perdono l'importanza. Saranno queste innovazioni a portare la Dinamo a realizzare l'accoppiata Campionato-Coppa delle Coppe nel 1974 (prima squadra dell'ex URSS a riuscire nell'impresa). A quei tempi nelle sue file militavano Oleg Blochin, Buryak, Onischenko, Veremeev, Kolotov e la sua formazione forniva dieci undicesimi dei suoi titolari alla nazionale sovietica.

    Nel 1975 la Dinamo vince un altro campionato dell'URSS e vince la Coppe delle Coppe battendo in finale gli Ungheresi del Ferencvaros e conquistandosi il diritto di contendere al Bayern Monaco la Supercoppa Europea conquistata ai danni del sucitato Bayern.
    Nel 1976 Blochin vince l'ambito Pallone d'Oro come miglior giocatore europeo di quell'anno. La Dinamo continua ad inserire giovani talenti su di un telaio collaudato e continua a mietere successi in patria continuando a formare l'ossatura (8 giocatori su 11) della nazionale sovietica che partecipa al Mondiale spagnolo del 1982

    Nel 1985 la Dinamo vince il suo 11° titolo e nella stagione 1985-1986 vince la Coppa delle Coppe battendo per 3-0 in finale l'Atletico Madrid. Negli anni seguenti il processo di democratizzazione dell'URSS consente a molti giocatori di lasciare la Dinamo e andare a giocare all'estero venendo rimpiazzati da numerosi giovani talenti che consentono alla Dinamo di vincere il suo tredicesimo titolo nel 1990 mentre non riuscirono a ripetersi nel 1991, anno dell'ultimo campionato sovietico della storia.

    Si chiude quindi l'era sovietica con la Dinamo detentrice del record di scudetti vinti (tredici) e si apre l'era del campionato ucraino dove ,inaspettatamente, la Dinamo esordisce lasciando il titolo del 1992 al Tavria Sinferopoli. Cionostante da quel momento la squadra inanella una striscia di 8 vittorie consecutive fino al 2001, quando si affaccia alla ribalta nazionale lo Shakhtar Donetsk, attualmente l'unica squadra capace di contrastare la Dinamo per il predominio calcistico dell'Ucraina.
    Non consiste forse nel rompere il tuo pane con chi ha fame, nel portare a casa tua i poveri senza tetto, nel vestire chi è nudo, senza trascurare quelli della tua stessa carne?

  Valeri Lobanovski

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