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    Da oggi in edicola con la Gazzetta un libro di 164 pagine a colori sullo scudetto dell'Inter. Ecco un estratto del diario di Mancini: "L’Inter stava decollando, un cambio sarebbe stato un delitto"

    MILANO, 27 aprile 2007 - Ci sono interviste nelle quali le domande cessano presto di assomigliare ai paletti di uno slalom, buoni per ritmare incalzanti cambi di direzione del discorso, per diventare le porte direzionali di una discesa libera, snodi per incanalare un racconto che desidera venire alla luce da solo, irresistibile nella sua forza narrativa. E’ una specie di magia che si attiva molto di rado, e soltanto per argomenti realmente importanti: la grande avventura dello scudetto interista lo è, e Roberto Mancini l’ha rivissuta con noi tappa dopo tappa, lasciandosi sedurre dal fascino di ricordi che, pur freschissimi, fanno già parte della storia nerazzurra. Ne è uscita una lunga e amichevole chiacchierata che ci è parso giusto inserire nel libro celebrativo in edicola oggi con la Gazzetta — un libro resta, e quelle del tecnico sono memorie gioiose che meritano di non andare disperse nel tempo — ma che contiene anche solidi agganci con l’attualità, e dunque alcuni cenni trovano doverosamente spazio sul giornale.

    LA TELEFONATA - Nel clima sereno di uno scudetto vinto dopo 18 stagioni di sofferenza (perché quello assegnato a tavolino venne vissuto come un indennizzo, non come una festa), Mancini per esempio racconta un episodio di cui da tempo si vociferava — una telefonata con Massimo Moratti, dopo i due k.o. in Champions e il pareggio di Cagliari, in cui circolavano voci di esonero — e che qui trova una spiegazione completa ed esaustiva: "Fui molto diretto: 'Presidente, non faccia sciocchezze'. Vorrei essere creduto, però, quando giuro che non ero preoccupato per il mio posto di lavoro: quelli vanno e vengono. La sciocchezza sarebbe stata rovinare un lavoro che era sul punto di esplodere, perché gli infortunati stavano rientrando e gli altri erano vicini alla forma migliore. L’Inter era in pista di decollo con i motori ormai al massimo, bloccarla con il caos di un cambio in panchina sarebbe stato un delitto".
    Agli amici più cari il presidente ha raccontato in questi mesi l’episodio, intimamente divertito e colpito dalla determinazione del suo allenatore. Quella telefonata fu uno dei momenti chiave della stagione, e Mancini ne uscì rinfrancato: "Moratti scoppiò a ridere e mi disse di stare tranquillo, perché non aveva mai pensato di esonerarmi. Sono certo che fosse la verità".

    GOL SCUDETTO - Nel racconto dell’allenatore le tappe fondamentali della grande corsa sono quelle facili da individuare, come la vittoria all’Olimpico sulla Roma o il soffertissimo successo sul Milan nel derby d’andata, con l’Inter in nove dopo l’espulsione di Materazzi e l’infortunio di Vieira a sostituzioni già esaurite; ma anche alcune partite delle quali all’epoca non si scorgeva l’effettivo rilievo, come il 2-1 prenatalizio all’Atalanta. "E’ una gara chiave — ricorda Mancini — perché non stiamo bene, i ragazzi hanno la testa all’aereo che dopo la gara li porterà a casa, e Doni segna subito un gran gol. Insomma, una partitaccia. Quando penso che sta arrivando la prima sconfitta, Adriano torna finalmente alla rete con uno splendido colpo di testa. Lì ho visto un segno del destino, difatti finiamo per vincere su autogol. La squadra è pazza di gioia per Adri, che a sua volta vorrebbe spaccare il mondo. Non so se in un campionato vinto con tanto margine si possa parlare di un gol-scudetto; ma se si può, è questo. Andiamo alla pausa col vantaggio invariato e un bomber ritrovato".

    AFFETTO - Il riferimento ad Adriano è rivelatore perché, analizzando la stagione gara dopo gara, abbiamo letto nei ricordi di Mancini una specie di (molto) pudico attaccamento ai suoi giocatori. L’allenatore dell’Inter è uomo dal carattere particolare, quello dei timidi che a volte si autoimpongono di non sembrarlo, e invece paiono ancor più a disagio. Non ha la comunicativa allegra di un Ancelotti, che accoglie con naturalezza fra le braccia le ruspanti affettuosità di un Gattuso; quando Stankovic lo strattona per coinvolgerlo nel trionfo del derby, lui si ritrae arrossendo. Ma l’indole riservata non ha nulla a che fare coi sentimenti: Mancini rivede se stesso in Ibrahimovic, e gli vuol bene, combatte l’animo dissipatore di Adriano, e gli vuol bene, apprezza la fedeltà alla causa di Zanetti, e gli vuol bene, benedice il carattere di Materazzi, e gli vuol bene. Non è il tipo che palesa le proprie emozioni, ma avremmo voluto vederlo il giorno del record, nello spogliatoio dello stadio di Torino: "A fine gara chiedo un attimo di silenzio, e faccio i complimenti a tutti". Dev’essere stato un momento di grande comunione, il vertice di un rapporto che ha prodotto uno scudetto nel luogo in cui da 18 anni non cresceva.
    Paolo Condò

  "Ho detto a Moratti: niente sciocchezze"

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