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    Caro giudice Falcone

    Sono passati 15 anni dalla strage di Capaci ma le cose non sono cambiate poi tanto. Anzi, dice Rosaria Schifani, vedova di uno degli agenti: «Lo Stato s'è fermato» e a Palermo la gente la evita

    di Alduccio

    Caro giudice Falcone, pensavo oggi, a 15 anni di distanza dalla tua morte, a come deve essere stata dura la tua carriera.
    Il duro lavoro del magistrato antimafia: lavorare in solitudine, sotto i continui attacchi da parte dei "corvi", dai politici garantisti, degli attentati della mafia che, dicevano, te li eri procurati da solo.E per cosa poi? "per spirito di servizio".

    Ma ne è valsa la pensa? Certo il maxiprocesso, gli arresti successivi alla stagione delle bombe, hanno decapitato i vertici dei Corleonesi. Ora la mafia non spara più per strada, come negli anni della mattanza.Ma una nuova mafia ha preso il suo posto: la borghesia mafiosa, la chiamano. Come un virus, che, dopo una cura da antibiotici, muta in una forma più radicata nell'organismo e più resistente.

    Pensavate che bastasse l'indignazione popolare, i cortei dei giovani per sconfiggere la mafia?
    "Caro Falcone, come fummo ingenui" scrive Giuseppe Ayala su l'Unità:

    Non v’è dubbio, insomma, che «il più capace e famoso magistrato italiano fu oggetto di torbidi giochi di potere, di strumentalizzazioni ad opera della partitocrazia, di meschini sentimenti di invidia e di gelosia (anche all’interno delle stesse istituzioni)».

    Non si tratta dell’opinione di un amico. Si tratta di una sentenza della Corte di Cassazione del 2004, anch’essa riportata da Monti nel suo libro. Leggere per credere. Il guaio fu che, naturalmente al di là delle singole volontà (tutte?), accadde esattamente quello che Giovanni aveva teorizzato nel suo colloquio con Marcelle Padovani. Queste le sue testuali parole: «Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno».

    Sono sicuro. In quel momento Falcone stava parlando di Falcone. E, come al solito, aveva capito tutto. Il gioco era diventato davvero troppo grande. E noi troppo ingenui. Il nostro era stato uno schema che ci sembrava talmente ovvio che lo davamo per scontato. Siamo la punta avanzata delle Istituzioni su uno dei fronti più decisivi per la crescita e la tenuta democratica del Paese. Facciamo bene il nostro lavoro. Portiamo a casa risultati sin’ora mai ottenuti. Lo Stato può vincere. La mafia può essere battuta. Potranno mai lasciarci soli? Ma figurati! E invece... Ma sì, ha proprio ragione il buon Mario Pirani: Falcone come l’Aureliano Buendia di Cento anni di solitudine che dette trentadue battaglie, e le perse tutte.

    «Poteva cambiare tutto, ma lo Stato si è fermato» , racconta Rosaria Schifani, vedova di un agente della scorta di Falcone. Non solo si è fermato lo stato, ma è avvenuto al suo interno una mutazione genetica, che rende difficile distinguere mafia e antimafia.
    L'importante è almeno non dimenticare. Come fa l'Unità, che oggi esce in edicola assieme al libro "Falcone e Borsellino" di Giommaria Monti.
    Perchè se anche i magistrati muoiono, le loro idee continuino ad andare avanti.

    «Trovo meraviglioso che a ricordare Giovanni Falcone arrivino giovani da tutta Italia perché questo significa che la memoria è diventata futuro e i giovani la portano sulle loro gambe. È il quindicesimo anniversario e ancora non si conosce la verità sui mandanti occulti delle stragi del ’92. Auguriamoci che la politica e questo governo facciano finalmente chiarezza»

    tratto da unoenessuno

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    :cool:
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    bello, ma altrettanto bella e forse più interessante deve essere un'intervista, che ho visto di sfuggita l'altra sera, di Enzo Biagi fatta nel 92 a Tommaso Buscetta, dopo che lui s'era pentito.
    Buscetta disse che parlando con Falcone gli disse che dovevano mettersi d'accordo su chi voleva morire prima. Buscetta disse che era sicuro moriva prima Falcone perchè non si era messo a fare la guerra solo alla mafia, cosa che gli stava riusciendo bene, ma voleva trovare gli agganci con la politica.

    E da qua mi aggancio con la frase: "«Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno»."

  Caro giudice Falcone

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