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    Il tecnico rossonero: "La cosa che mi rende più orgoglioso è di aver schierato in Grecia sette giocatori italiani su undici".


    Mentre la Luisa si coccola il terzo figlio, Carlo racconta sul fondo del jumbo la sua ultima impresa. «Questo successo viene dalla terra, dalle mie origini contadine» spiega per far capire il peso esercitato dall’umiltà sua e dei suoi guerrieri. «Avrei dei sassolini da togliermi ma non è il caso» racconta e che nessuno pensi a improbabili dissidi con la società per la storia inesistente del contratto non prolungato. «Mai ho pensato di vincere e andar via. Io resto, non dico a vita perché mai dire mai, ma resto fino a quando non mi sentirò sopportato e non avrò stimoli» è il primo avvertimento. Che significa una cosa sola: storia e favola continuano. Decisiva la scelta dell’eversore di Atene, il successore di Massaro dopo Atene ’94 (4 a 0 sul Barcellona).

    «Ho dato la precedenza a Pippo in omaggio alla sua esperienza e perché conosco alla perfezione come prepara certe sfide. Ho sciolto il dubbio martedì sera, dopo l’allenamento. Penso proprio che Inzaghi possa diventare il nostro Altafini, deve fare meno quantità di partite e moltiplicare la qualità della sua resa» i consigli per il futuro offerti all’eroe di Atene. La nuova sfida è già pronta, ci sono due città simbolo e due date da segnare in rosso sul calendario del Milan che verrà. «Il mio obiettivo è la coppa Intercontinentale, Tokio» la didascalica spiegazione di Carletto. Come per Atene dopo Istanbul, c’è un’altra ferita da sanare, un’altra rivincita da conquistare dopo aver perso, ai rigori, il duello con gli argentini del Boca Junior. E con Tokio, ecco la magia di un’altra capitale, Mosca 2008, la prossima finale di Champions. «Ma Carlo, scusi, di scudetto non si parla più?» gli chiedono quasi per provocarlo o per trovargli un nervo scoperto che scoperto non è. «Ma quale scudetto, la coppa dei Campioni è unica, un’emozione infinita» spiega prima di tornare dove c’è la sua Luisa che coccola la coppa gigante, questo terzo figlio con le grandi orecchie. «Ma il mio vero orgoglio è quello di aver schierato in finale sette italiani su undici» chiude Ancelotti. E non si tratta di un banale riflesso statistico. Anche perchè più avanti, a finale ormai vinta, l’ingresso di Favalli, ha reso ancora più consistente il plotone.

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