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    Il magnate russo si è stancato di spendere e spandere per il suo Chelsea: resterà come patron, ma non gestirà più il club in prima persona. Intanto Terry e Lampard non rinnovano e meditano l'addio

    LONDRA (Inghilterra), 28 maggio 2007 - Roman Abramovich ha detto basta. Il magnate russo è stufo di tirar fuori soldi per il Chelsea e ha annunciato ai dirigenti del club che, d’ora in avanti, si dovranno arrangiare da soli. In pratica, lui resterà il padrone del vapore, ma si è "chiamato fuori" dai giochi e non avrà più un ruolo chiave, come invece è stato in passato. Una decisione che sembrerebbe avvalorare la tesi di chi sostiene da mesi che Abramovich si sia raffreddato parecchio nei confronti dei Blues, come se il costoso "giocattolino" ormai non lo interessasse più, e che preferisca dedicarsi ad altri passatempi, non necessariamente meno dispendiosi ma sicuramente più stuzzicanti, come la splendida Daria Zhukova, la donna che è al suo fianco dopo il multimilionario divorzio dalla moglie Irina. Stando al pettegolo The Sun , l’uomo d’affari amico di Putin sarebbe totalmente assorbito dalla ragazza e seriamente intenzionato a trascorrere più tempo possibile con lei, preferibilmente all’estero. Non a caso, negli ultimi mesi le sue visite a Stamford Bridge sono state centellinate. E, sempre non a caso, Abramovich starebbe trattando l’acquisto per 20 milioni di sterline di una spiaggia privata in Montenegro, la Velika Plaza di Ulcinj, da destinare a resort di lusso per turisti, in una logica di diversificazione dei propri interessi e confermando, al contempo, il suo disamore per il Chelsea.

    LAMPARD E TERRY IN BILICO? - Stando al tabloid, Abramovich avrebbe comunicato la svolta ai suoi collaboratori più fidati (Peter Kenyon, Eugene Tenenbaum e Bruce Buck) durante la riunione di lunedì scorso, organizzata per stabilire le strategie in vista della prossima stagione. Riunione alla quale il tecnico Josè Mourinho non è stato invitato, malgrado qualche voce in capitolo la dovrebbe pur avere, visto che in ballo ci sono le future scelte di mercato. E una delle prime conseguenze di questa nuova politica societaria votata al risparmio potrebbe essere l’uscita di scena di Frank Lampard e John Terry: i due giocatori non hanno, infatti, accettato il ritocco all’ingaggio proposto dal club né, tantomeno, l’idea che ci possa essere un tetto ai salari, come invece ha imposto Abramovich. Da qui, la loro intenzione di andarsene dal Chelsea, malgrado l’accordo preveda ancora due anni. Nel caso di Lampard, i Blues hanno due possibilità: tenere il centrocampista ancora una stagione - ingaggio settimanale da 118 mila sterline (circa 173 mila euro) – e venderlo quasi per forza il prossimo anno a una cifra più o meno simbolica; oppure, puntare a fare cassa quest’estate e, in questo caso, Lampard potrebbe finire al Barcellona (in Spagna danno l’affare quasi praticamente fatto), anche se interessa anche alla Juventus, pronta, pare, ad offrire 17 milioni di sterline.

    BASTA SPRECHI - Comunque andrà a finire, quello che è certo è che da oggi il Chelsea non sarà più l’Eldorado che è stato fino all’anno passato, ma diventerà una squadra normale, che dovrà gestirsi con le proprie forze e senza contare sui soldi del padrone russo, che verrà informato solo se necessario. Insomma, basta spese folli come all’inizio dell’era Abramovich, quando in soli due mesi il magnate riuscì a bruciare 74 milioni di sterline (quasi 110 milioni di euro) per sette giocatori. E da allora, i conti non hanno fatto che peggiorare, arrivando all’astronomica cifra di 250 milioni di sterline (oltre 368 milioni di euro o, se preferite, oltre 720 miliardi di vecchie lire), in molti casi letteralmente buttate via per giocatori che hanno ampiamente deluso. Vedi Hernan Crespo, pagato 18 milioni di sterline (26,5 milioni di euro) quattro anni fa e rimasto sotto la pioggia di Londra appena due stagioni, prima di essere rispedito in prestito in Italia, dove ha vinto due scudetti con Milan e Inter (con metà dell’ingaggio da 90 mila sterline settimanali pagato ancora da Abramovich). Oppure Mutu e Del Horno, costati 12 milioni (circa 18 milioni di euro) e svenduti quasi a prezzi di saldo.

  Abramovich dice basta

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