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    14/06/2007 17:48 Cultura e libri LA SCOMPARSA DEI FATTI
    Travaglio colpisce ancora
    e svela i segreti dei media
    “Se in America il giornalismo è il cane da guardia del potere, in Italia è il
    cane da compagnia. O da riporto”. Il giornalista racconta dall’interno lo stato
    dell’informazione nel Belpaese
    E’ lui. Tagliente e ironico, dettagliatissimo e dannatamente insolente ma,
    soprattutto, senza peli sulla lingua. E’ Marco Travaglio. Il massimo esperto dei
    processi berlusconiani torna in libreria con un’analisi spietata del mondo
    dell’informazione in Italia. Ne emerge un quadro disperato: giornalisti corrotti
    e mercenari, notizie inventate ad arte e falsi scoop, dibattiti televisivi
    programmaticamente svuotati di contenuto. In una parola un efficientissimo
    “bufalificio”.

    Il peccato originale, padre di tutte le degenerazioni dell’informazione, è la
    scomparsa dei fatti stessi. E se i fatti vengono sostituiti dalle opinioni,
    allora tutti possono dire tutto e il contrario di tutto mentre il giornalista si
    riduce a megafono delle idee del politico di turno. Altro che cane da guardia
    dell’informazione, al massimo può diventare un “cane da compagnia o da riporto”.

    Ma perché un giornalista dovrebbe abdicare al suo ruolo e nascondere i fatti? Le
    ragioni sono le più disparate: c’è chi nasconde i fatti perché semplicemente non
    li conosce, chi per paura di querele, chi per non perdere i favori di qualcuno,
    chi per non contraddire la linea del giornale e, soprattutto, chi li nasconde
    perché “è nato servo”. Leo Longanesi l’aveva capito benissimo: “Non è la libertà
    che manca. Mancano gli uomini liberi”.

    Travaglio ripercorre i maggiori scandali che hanno attraversato il Paese, da
    Tangentopoli fino ad arrivare ai recenti Vallettopoli e Calciopoli, passando per
    la guerra in Iraq con annesse “armi di distrazione di massa” e per la “più
    grande bufala del nuovo millennio”, la temutissima e perlopiù sconosciuta
    influenza aviaria. Periodi caratterizzati da un alternarsi di indignazione
    collettiva, revisionismi di comodo e momenti di totale oblio informativo.

    Tra gli infiniti esempi di quella sindrome che il giornalista definisce
    “Giornalistopoli” spicca l’evergreen Bruno Vespa. L’inventore della saga di
    Cogne, con tanto di plastico modello ‘casa di Barbie’, viene descritto come un
    maestro del “parlar d’altro”. Un episodio più che esemplificativo: “Quando
    Previti viene condannato definitivamente in Cassazione a sei anni, l’amico Bruno
    opta per un tema ben più attuale: la dieta mediterranea”. Molti sono i
    giornalisti che guardano al professionista d’indiscussa fama come a un modello
    da imitare. Il simbolo dei “Vespa boys” è impersonificato, secondo Travaglio, da
    Stefano Mensurati, coraggioso conduttore di ‘Radio anch’io’. Il suo segreto sta
    in una formula semplice e gettonatissima: “Io faccio parlare, ho un modo di
    pormi che accoglie le richieste dell’ospite… Che diritto ho di contestare quel
    che il politico dice?”.

    Lo scatenato Travaglio ne ha per tutti, a destra e a sinistra. Da Giuliano
    Ferrara ad Ritanna Armeni, da Cesara Buoamici a Lamberto Sposini, da Enrico
    Mentana a Giovanni Floris, e ancora Vittorio Feltri, Lucia Annunziata, Vittorio
    Sgarbi, fino al quasi simpatico Emilio FEDE. Ma al top della hit parade c’è il
    “giornalista-spia”, il leggendario agente Betulla, alias Renato FARINA. Il
    vicedirettore di ‘Libero’ “ha confessato di aver preso migliaia di euro dal
    Sismi e per conto del Sismi ha pubblicato una serie di fandonie da
    competizione”. Il personaggio in questione è stato sospeso per dodici mesi
    dall’Ordine dei giornalisti. E TRAVAGLIO si chiede sbigottito: “Ma che deve
    fare, di grazia, un giornalista per essere radiato dalla professione. Forse
    afferrare un computer e sfasciare il cranio a dei colleghi in redazione?”.

    In un Paese affetto da mali ormai incancreniti, dove perfino la matematica è
    diventata un’opinione e i giornalisti mutanti “trasgenici” che tutto fanno
    anziché il loro dovere, c’è ancora speranza per sviluppare gli anticorpi? Non
    tutte le mele sono marce, ci sono ancora i giornalisti con la schiena diritta
    che fanno inchieste a dispetto delle querele e delle difficoltà. E il libro di
    Travaglio è come uno schiaffo in pieno volto, fa indignare, lascia l’amaro in
    bocca, ma non è una resa. E’ un grido di battaglia per ricordare che la missione
    del giornalista è una sola: “Raccontare i fatti. Possibilmente tutti.
    Possibilmente veri”.

    Marco Travaglio, La scomparsa dei fatti, Il saggiatore, pp. 316, 15 euro.
    di Alessia Gozzi

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