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    Il portoghese avverte Mancini senza nominarlo: «Sono rimasto all'Inter per essere protagonista. Non ci fosse stato Moratti me ne sarei andato».

    Perché l'idea iniziale dell'Arabia? «Mi ero messo in testa che non valeva più la pena continuare nei sacrifici imposti dal calcio di vertice. Per tutta una serie di cause: il logorio dei viaggi, dei ritiri, ma pure la constatazione di figurare meno tra le prime opzioni dell'Inter. Al momento di scendere in campo, intendo. Non ho mai accettato di buon grado la panchina, nemmeno quando avevo diciott'anni. Scaldarsi magari mezz'ora per giocare dieci minuti non fa per me. Se mi sento importante riesco a dare di più. A un certo punto ho cominciato a sentirmi meno importante, ho avvertito minore fiducia nei miei confronti da parte dell'allenatore. E siccome ho sempre accettato le decisioni di chi comanda, anche quando non ero d'accordo, mi sono detto: è il momento di un calcio meno stressante».

    Lei pensa di giocare di più la prossima stagione? «Non lo so. Quello che so è che sono arrivato a Milano due anni fa allettato da un progetto forte e dall'enorme sfida rappresentata da un grande club che non vinceva niente da tantissimi anni. Del resto io me ne sono andato da Madrid quando ho cominciato a sentire la mancanza di fiducia da parte del tecnico, quando ho capito che per lui non contavo più molto».

    E a Milano non è filato tutto come desiderava? «Nella prima stagione senz'altro sì, è andato tutto esattamente come mi aspettavo. In questa stagione, invece, la situazione è stata diversa altrimenti non avrei pensato all'Arabia».

    Quindi avrebbe anche potuto chiudere la carriera bruscamente. «Sì, potevo. Ma la verità è che non sono riuscito a dire di no al presidente Moratti, una persona unica sia nel calcio che nella vita. Nel suo club mi sono sempre sentito a mio agio, ci sono sempre stati una immensa tenerezza, rispetto e affetto verso di me da parte del presidente e dei tifosi. E la partita contro il Torino è stata a livello emotivo tra le più toccanti della mia carriera. Nel ricordare i cori della gente e dei compagni che mi chiedevano di restare, mi vengono i brividi».

    Allora si è già ricreduto sul pericolo di giocare di meno. «Non lo so, forse avrò bisogno di abituarmi al pensiero di non essere sempre l'opzione di chi decide. Ma se sono rimasto è perché voglio procurare un mal di testa all'allenatore ogni qual volta dovrà operare una scelta. Non resto per vivacchiare, per l'ingaggio, io voglio chiudere da protagonista».

    Si immagina già come? «Sollevando la coppa dei Campioni in mezzo a Massimo Moratti, ai compagni e al nostro popolo: questa è la mia ultima missione».

    Poi farà il dirigente? «E' la proposta di Moratti. Che accetterò solo se con il mio operato potrò fare il bene della società».

  Figo: «Farò venire il mal di testa all'allenatore»

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