1. 4 anni di infamie!  
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    Da La Stampa

    Il capitano azzurro:
    "All'estero saremmo ancora
    bloccati al Circo Massimo"
    ROBERTO BECCANTINI
    Nove luglio 2006. Fabio Cannavaro, ci pensa ancora?
    «Ci penso sempre».

    Capitano. Campione del Mondo. Pallone d’oro. Fifa World Player of the Year.
    «Troppa grazia san Gennaro».

    Adesso che è passato un anno, può dirlo: ci credeva?
    «No, nella maniera più assoluta. È stato un miracolo. Avevamo una squadra rabberciata, soprattutto in attacco. Vieri fuori alla vigilia, Totti con problemi alla caviglia, Inzaghi sul filo. Tanto per dire: nessun paragone con la Nazionale del 2002. Quella sì era forte. Molto più forte».

    La differenza?
    «Lippi. Straordinario. Ci ha fatto sentire importanti. Tutti. Dal primo dei titolari all’ultimo delle riserve».

    Sette partite, zero ammonizioni. La perfezione.
    «Mi sentivo così bene, così leggero, che sulla palla arrivavo sempre primo per distacco. Di solito, se mi accorgo che tira brutta aria, faccio il fallo tattico. In Germania no, non ne ho mai sentito il bisogno».

    Il momento chiave?
    «La vittoria sui cechi. Ci liberava dall’incubo fallimento e, visti gli incroci, ci spianava la strada».

    Quando ha detto: è fatta.
    «Quando ho alzato la coppa».

    Cannavaro, Materazzi: da fratellastri odiosi a fratelli d’Italia.
    «A saperlo prendere, Marco è un buono. Io, poi, ci avevo giocato insieme nell’Inter. E con noi in campo, già allora si prendevano pochi gol. Non siamo degli alieni. Siamo italiani fino al midollo, con l’orgoglio e la malizia della gente del Sud. Ma non dimentichi Nesta: umile e prezioso».

    Lei, Matrix, Gattuso: l’Italia dei guerrieri.
    «Ringhio. La mia prolunga. A molta gente, tedeschi compresi, facemmo capire che non era proprio il caso».

    Calciopoli vi aiutò?
    «Sì. La usammo come una chiave: per chiuderci dentro a noi stessi».

    La difesa di Moggi le costò un pubblico cicchetto da parte di Guido Rossi.
    «Se per difesa intende non chiamarsi fuori, allora lo difesi. Era il mio direttore generale alla Juve. E molti di coloro che avevano cominciato a sparargli, avevano ancora le ginocchia sbucciate dai troppi inchini».

    Cos’è rimasto di quei giorni, di quel trionfo?
    «Quasi nulla. Tutto ingoiato dalla B della Juve. All’estero, saremmo ancora bloccati al Circo Massimo».

    A Behrami e Mudingayi, però, poteva chiedere scusa: li massacrò.
    «Vede. Il problema è proprio questo. Il pregiudizio. Con Behrami glielo chiesi la sera stessa. Con Mudingayi ci siamo sentiti un sacco di volte, prima e dopo l’operazione alla tibia. Solo che a qualcuno fa comodo spacciarmi per un macellaio».

    Quando abbinano il titolo mondiale alla tele-flebo di Mosca, cosa prova?
    «L’ho detto e ridetto: farmi riprendere in quel modo fu una gran str... La sostanza, però, era assolutamente lecita. Magari volevano mettere in cattiva luce la Juve. O magari, perché all’epoca giocavo nel Parma, fu proprio la Juve a cavalcare quelle immagini. Boh».

    Adesso com’è il vostro rapporto con i farmaci?
    «Diciamo che in passato giravano troppi integratori. Oggi, la metà della metà. Merito di Zeman? Anche».

    L’avversario più difficile?
    «Fisicamente, Henry. Se mi guardo indietro, il Salas dei Mondiali 1998».

    La scuola italiana non produce più difensori.
    «Sono cambiati i gusti. Tutto, dal regolamento alla tv, è stato studiato per premiare gli attaccanti. Se lo farebbe lei il mazzo se non la inquadrassero mai?».

    Come si diventa Cannavaro?
    «Morsicando la vita. Da piccolo, a Napoli, giocavo a centrocampo. Un giorno mi misero in difesa e da lì non mi sono più mosso. Segno che funzionavo».

    Eppure non è che sia un watusso.
    «1,76. Conta essere all’altezza, non l’altezza. Conta la passione che ci metti».

    Guido Rossi?
    «Mai più visto. Ebbe il coraggio di confermare Lippi quando mezza Italia ne invocava la testa. Per noi, fu importante. E se mi restituisce i due scudetti della Juve, non mi offendo...».

    I politici pre e post Mondiale?
    «Dovrebbe conoscerli. Prima: “andare in giro con quei lazzaroni, gentaglia dedita alle scommesse e alle telefonate più turpi, non vorremo mica che il mondo ci rida dietro. Ritiriamoci. Tifiamo per il Ghana”. Dopo: “ragazzi, siete stati magnifici, avete riscattato lo sport, il Paese, la storia, tutto”. Il carro, al ritorno da Berlino, era zeppo».

    Un classico.
    «Appunto. Le confesso una cosa. A Madrid, non ho perso la fame di Nazionale. In compenso, mi è passata la voglia di una certa Italia. Quella lì».
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    Un anno dopo: Lippi "Italia, un'impresa magica"

    Milano, 8 luglio - Il 9 luglio del 2006, l’Italia si laureava campione del mondo, battendo ai rigori la Francia nella finale di Berlino. Marcello Lippi, il commissario tecnico di quell’impresa, ripercorre il cammino che ha portato gli azzurri a sollevare la Coppa del Mondo. Attraverso le parole e i ricordi dell’allenatore viareggino, riviviamo tutte le tappe del trionfo, dal raduno di Coverciano alla festa per le vie di Roma, per celebrare un traguardo storico.

    Mister Lippi, e` passato un anno dalla conquista del titolo mondiale. Quando ci pensa, qual e` la prima immagine che le torna in mente?
    “Non avendo lavorato tutto l’anno e non essendomi rituffato subito in una nuova avventura, ho avuto modo di pensarci praticamente quasi tutti i giorni. Le immagini che mi tornano in mente sono diverse, ma la piu` bella forse e` la gioia dei calciatori alla fine della partita con la Francia, quando, impazziti di gioia, hanno iniziato a correre per tutto il campo”.

    Ripercorriamo il percorso che ha portato l’Italia a diventare per la quarta volta campione del mondo. Il giorno del raduno a Coverciano, di fianco a lei c’era il commissario straordinario Guido Rossi. E’ stato importante, in quel momento difficile, mentre divampavano le polemiche, avere la fiducia della Federazione?
    “Guardi, la cosa veramente importante lo sa quale e` stata? E’ stata la qualita` delle persone con le quali io ho lavorato, per due anni. Non c’e` il primo giorno di raduno, la prima partita, la seconda o la terza… Ci sono due anni di lavoro splendidi con un gruppo di persone fantastiche: calciatori, staff tecnico, collaboratori, tutti insieme. E’ stata questa la vera grande forza di questa squadra, la compattezza, l’unita` di queste persone e gli alti valori morali e tecnici. Queste sono le cose importanti”.

    Il girone eliminatorio: Ghana, Stati Uniti e Repubblica Ceca. Al momento del sorteggio, era stato considerato uno dei gruppi piu` difficili.
    “Prima della gara d’esordio con il Ghana c’erano una grande attesa e una grande pressione, per tutta una serie di motivi. E’ stata una partita molto bella, ben giocata, vinta, ma e` stata anche molto dispendiosa, soprattutto psicologicamente. E questo lo abbiamo pagato nella seconda, pareggiata con gli Stati Uniti. Poi, invece, dalla vittoria con la Repubblica Ceca in avanti, c’e` stato sempre un crescendo”.

    Negli ottavi di finale la sfida con l’Australia, decisa dal rigore di Totti. Un match duro, con l’Italia a lungo in dieci per l’espulsione di Materazzi.
    “Questa vittoria, ottenuta al 94’, e` stata una grande iniezione di fiducia. Abbiamo giocato per un’ora in dieci, ma abbiamo dimostrato anche una ottima organizzazione di gioco. Pur essendo in inferiorita` numerica, non abbiamo rischiato quasi niente, anzi, abbiamo avuto delle occasioni da gol e poi abbiamo segnato su rigore”.

    Dopo aver superato piuttosto agevolmente l’Ucraina nei quarti, si e` arrivati alla storica semifinale con la Germania, a Dortmund, nello stadio in cui i tedeschi non avevano mai perso. Quel match e` stato probabilmente il piu` bello di tutto il Mondiale, non solo per quanto riguarda gli incontri disputati dalla Nazionale italiana, ma in assoluto.
    “E’ stata indubbiamente la gara piu` bella, la piu` emozionante. E’ stata anche quella che noi abbiamo giocato meglio, con autorita`, personalita`. E’ stata una grande partita, che ha dato l’ulteriore e definitiva convinzione alla squadra di essere forte e di poter battere anche la Francia in finale”.

    La finale con la Francia. Dopo l’immediato vantaggio francese, grazie al rigore segnato da Zidane, cosa ha pensato?
    “Non ho pensato nulla di particolare. Ho visto una grande reazione della squadra, la serenita` e la tranquillita` della squadra, che ha superato questo momento tra l’altro ingiusto, perche` il rigore era inesistente”.

    Poi, il pareggio di Materazzi e primi 90’ che si chiudono sull’1-1.
    “Dopo aver subito il gol, la squadra ha ricominciato subito a giocare, ha pareggiato, ha preso una traversa, ha fatto un ottimo primo tempo e, nel secondo, all’inizio, ha fatto anche un gol, annullato giustamente, ma per un fuorigioco di De Rossi, e non di che l’ha segnata la rete, vale a dire Toni”.

    I tempi supplementari, caratterizzati dalla testata di Zidane a Materazzi e dalla conseguente espulsione del francese.
    “Nei supplementari in effetti, onestamente, bisogna riconoscere che stavamo calando un po’. Avevamo speso molto nei supplementari con la Germania, io ho cambiato qualche giocatore, ho riequilibrato un po’ la squadra soprattutto a centrocampo e siamo arrivati in fondo senza piu` grandi occasioni, ne` da una parte ne` dall’altra. Del momento preciso della testata di Zidane a Materazzi non mi ricordo niente, perche` noi in panchina guardavamo da tutt’altra parte. La palla era dall’altra parte del campo, percio` guardavamo in quella direzione. Certo, poi e` chiaro che mi e` dispiaciuto, perche` Zidane e` un grande calciatore, che finiva la sua carriera, ed e` anche una persona straordinaria, di grande qualita`. Mi e` dispiaciuto, ma in quel momento ero concentrato sulla partita”.

    I rigori: e` stata semplice la scelta dei giocatori che li avrebbero calciati?
    “E’ stata molto semplice. Alla fine della partita tutti mi guardavano e c’era una grande disponibilita` da parte di tutti, a testimonianza del fatto che tutti volevano partecipare alla vittoria. Io non ho fatto altro che scegliere i rigoristi, che erano tutti entusiasti di tirare i rigori”.

    Infine, la Coppa del Mondo alzata da Cannavaro e, il giorno dopo, la grande festa a Roma. Momenti indimenticabili…
    “Una cosa fantastica, fantastica. Io credo che non ci sia mai stata una partecipazione cosi` grande per nessuna altra manifestazione sportiva. E’ stato molto, molto bello. Una parola per definire quest’impresa a distanza di un anno? Magica”.

  Cannavaro un anno dopo

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