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    «In questa Inter superforte mi gioco il mio prestigio. Mancini mi chiede pazienza? Vorrei solo essere considerato alla pari degli altri»


    Figo, come si rivoluziona un pezzo di carriera e anche di vita? «Sono successe tre cose. Anzitutto sono emersi dei problemi con il club arabo con cui avevo firmato a gennaio. Poi, proprio quando quella scelta diventava tutta da ridiscutere, mi ha fatto vacillare l'affetto di chi gioca con me, della gente».

    Quel pomeriggio della festa scudetto a San Siro, uno stadio intero che cantava «Dai Figo, resta a Milano»: ha quasi pianto, ricorda? «Quel giorno non avevo ancora deciso nulla del mio futuro. E' stato uno dei momenti più emozionanti della mia carriera e mi ritengo un giocatore fortunato, perché non sono stati pochi. Forse una cosa così non l'avevo mai vissuta ed è normale — anzi, è semplicemente umano — che certe cose ti restino addosso».

    E la terza cosa che è successa? «Non ho saputo trovare un modo per dire no a Moratti: non è facile, credetemi. Un giorno era a Madrid per lavoro e ci siamo visti lì, più o meno 15 giorni dopo la fine del campionato: ci siamo guardati negli occhi, ci siamo parlati e ho deciso».

    E Mancini cosa le ha detto? Oppure cosa lei ha detto a Mancini? «Abbiamo parlato prima che me ne andassi da Milano e poi anche durante le vacanze, diverse volte. Io so di dover lavorare, il meglio possibile, e che poi tocca a lui decidere. Lui sa che desidero una cosa sola: essere considerato alla pari degli altri».

    Mancini ha detto: Figo dovrà avere la pazienza di capire che gli anni passano per tutti. Ce l'avrà, questa pazienza? «Io farò di tutto per capire Mancini, Mancini capisce da solo — perché è stato calciatore — che ognuno di noi ci tiene a giocare, e che giocare le partite più importanti piace anche a me: se lo chiedete a mille calciatori, in mille risponderanno la stessa cosa».

    Intanto Mancini ha detto che, anche grazie a lei, potrà usare più spesso il tridente: le piace giocare da attaccante largo? «Mi piace attaccare e adeguarmi alla squadra: nel calcio di oggi non puoi, per il bene di uno, fare il male degli altri dieci. Non conta ciò che ognuno fa, ma che ognuno sappia ciò che deve fare».

    Una bella fetta del suo prestigio è frutto di quasi cento partite in Champions: quanto potrà contare la sua esperienza? «Io non basto: la prima cosa a cui deve puntare l'Inter è l'abitudine ad arrivare lontano. Guardate il Real Madrid, l'anno scorso il Milan: se sei in difficoltà, è quella che può fare la differenza».

    Una cosa che ha detto o dirà ad Adriano? «Deve decidere quello che vuole e fare dei propositi, darsi delle mete. Il resto verrà da solo: non gli mancano i mezzi».

    E il suo futuro all'Inter? Che ruolo avrà quando smetterà di giocare? «Adesso penso a giocare, poi spero di poter dare una mano con il mio lavoro e la mia esperienza. Ne ho parlato con Moratti, maè un discorso da definire: come idea dovrei occuparmi di relazioni con l'Uefa e con la Fifa. Grossa responsabilità, mi piace per questo ».

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