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    In un libro choc gli orrori del Comunismo

    "Sull'isola c'era una guardia di nome Kostja Venikov, era giovane. Faceva la corte a una bella ragazza, anche lei deportata. La proteggeva. Un giorno, dovendosi allontanare, disse a un compagno. 'Sorvegliala tu', ma quello, con tutta quella gente intorno non riuscì a fare granché… qualcuno la prese e la legò a un pioppo: le tagliarono il petto, i muscoli, tutto quello che si poteva mangiare, tutto, tutto… avevano fame. Bisognava pur mangiare".


    L'agghiacciante passo tratto da "L'isola dei Cannibali" non è l'ennesimo incipit compiaciuto di certa letteratura noir che sbanca nelle classifiche di vendita di tutto il mondo, indulgendo in particolari macabri e di dubbio gusto. L'isola raccontata da Nicolas Werth, che di professione fa lo storico, non l'epigono di Thomas Harris, esiste realmente. Si chiama Nazino ed è un piccolo villaggio sperduto sulle rive dell'Ob', Siberia, a 900 chilometri nord-ovest di Tomsk. Vera, purtroppo, è anche la testimonianza riportata. È stata raccolta il 21 luglio 1989, proprio a Nazino, da Valerij Fast, membro dell'associazione russa Memorial, nata in epoca gorbacioviana al fine di perpetuare il ricordo delle repressioni politiche nell'URSS.

    A parlare è Taisa Michajlovna Cokareva, anziana contadina di etnia ostiaca, testimone oculare di questa storia di orrore, accaduta nel 1933 nel Far East sovietico. A distanza di più di 70 anni da questi tragici eventi, Nicolas Werth - docente di storia presso l'Institut d'histoire du temps present del CNRS - ricostruisce, dati e testimonianze alla mano, una delle più brutali vicende dell'epoca stalinista. Una vera e propria operazione d'ingegneria sociale, pianificata dal partito e dalle forze di polizia, tesa a "epurare" e a "purificare" determinati spazi sovietici - in particolare i centri urbani, "vetrine del socialismo" - dai loro "elementi declassati e socialmente nocivi", deportandoli nelle cosiddette "zone pattumiera" della Siberia. Nel 1933 si assiste infatti al trasferimento forzato nell'estremo nord di elementi "socialmente nocivi" - ex kulaki, teppisti, vagabondi, individui "declassati"- e all'inizio di una sperimentazione sociale che potremmo definire di vera e propria "decivilizzazione".
    Le migliaia di persone scaricate a Nazino trasformeranno questa isoletta sul fiume Ob' in un autentico girone infernale. Disperati e affamati alcuni di questi deportati cercarono la fuga nelle campagne, altri dettero l'assalto alle case dei villaggi e si trasformarono in ladri, assassini e cannibali prima di morire d'inedia o di essere sommariamente giustiziati. Questo in estrema sintesi il racconto raccapricciante di ciò che accadde in quei giorni su quest'isola siberiana. Ciò che rileva ai fini storici è collocare questo episodio all'interno delle più complesse politiche attuate da Stalin nella sua opera di sovietizzazione dell'intero paese.

    La tesi sposata da Werth - supportata da tante evidenze empiriche tra cui le direttive riservate inviate dal dittatore georgiano ai suoi uomini, venute alla luce grazie all'apertura degli archivi del KGB - è che il "piano grandioso" proposto all'inizio del '33 rappresenta la seconda tappa del programma iniziato tre anni prima riguardante la "liquidazione dei kulak come classe". Tale progetto si proponeva un duplice obiettivo. Estirpare gli elementi che avrebbero potuto opporre resistenza alla collettivizzazione forzata delle campagne e colonizzare vaste aree della Siberia, del Grande Nord, degli Urali e del Kazakistan.

    http://canali.libero.it/affaritaliani/isoladeicannibali2206.html

    La vicenda di Nazino, in misura finanche superiore ad altre tragedie dello stalinismo - scrive Werth - è una storia di arbitrio, violenza "dove tutti sono armati, la vita umana non ha valore e la caccia all'uomo quando capita, sostituisce quella agli animali". Citando inconsciamente Hobbes, l'istruttore propagandista Velicko in una coraggiosa lettera a Stalin scriverà: "Sull'isola di Nazino, l'uomo ha cessato di essere un uomo. Si è trasformato in sciacallo". Pietra miliare nella letteratura sul comunismo sovietico degli anni '30, L'isola dei Cannibali, ci impone tante riflessioni costringendoci a riconsiderare la tragica storia del '900. Un secolo in cui, alla luce delle evidenze provenienti dall'ex Unione Sovietica, non ha più senso parlare di "giorno della memoria" riferendosi a un singolo orrore. Il quadro purtroppo è ben più complesso. Non sono più ammessi giudizi parziali.

    Massimiliano Di Pasquale

    http://canali.libero.it/affaritaliani/isoladeicannibali2206.html?pg=2
    Non consiste forse nel rompere il tuo pane con chi ha fame, nel portare a casa tua i poveri senza tetto, nel vestire chi è nudo, senza trascurare quelli della tua stessa carne?

  L'isola dei cannibali/ Un gruppo di "nocivi" deportati in Siberia e abbandonati

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