1. _________V_________  
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    http://magazine.excite.it/news/5757/Padre_Pio_e_le_stigmate_allacido_fenico


    Nel suo nuovo lavoro "L'altro Cristo. Padre Pio e l'Italia del Novecento" in uscita a Novembre, Sergio Luzzatto raccoglie nuove testimonianze tendenti, tra l'altro, a "sfatare" il mito del frate con le stigmate (guardane alcune foto) . In questo libro, scritto consultando riservatissimi documenti vaticani, l'autore ripercorre le tracce del "fenomeno Padre Pio" rivelando particolari storici capaci di metterne seriamente in discussione la "santità". Il romanzo è inoltre una avvincente storia d'Italia tra fascismo e repubblica da un punto di vista eccentrico e originale capace di ricomporre un'immagine esatta e spietata della nazione di quegli anni.

    Di seguito un estratto del libro in uscita (pubblicato su Corriere.it) in cui emergono due testimonianze ritenute attendibili che raccontano di come Padre Pio necessitasse con continuità e in gran segretezza di acido fenico e veratrina, due veleni fortemente caustici e capaci di provocare piaghe profonde e appariscenti.

    Il cerchio intorno a padre Pio aveva cominciato a stringersi fra giugno e luglio del 1920: poco dopo che era pervenuta al Sant'Uffizio la lettera- perizia di padre Gemelli sull'«uomo a ristretto campo di coscienza», «soggetto malato», mistico da clinica psichiatrica. Giurate nelle mani del vescovo di Foggia, monsignor Salvatore Bella, e da questi inoltrate, le testimonianze di due buoni cristiani della diocesi pugliese avevano proiettato sul corpo dolorante del cappuccino un'ombra sinistra. Più che profumo di mammole o di violette, odore di santità, dalla cella di padre Pio erano sembrati sprigionarsi effluvi di acidi e di veleni, odore di impostura.

    Il primo documento portava in calce la firma del dottor Valentini Vista, che a Foggia era titolare di una farmacia nella centralissima piazza Lanza. Al vescovo, il professionista aveva riferito anzitutto le circostanze originarie del suo interesse per padre Pio. La tragica morte del fratello, occorsa il 28 settembre 1918 (per effetto dell'epidemia di spagnola, possiamo facilmente ipotizzare). La speranza che il frate cappuccino, proprio in quei giorni trafitto dalle stigmate, potesse intercedere per l'anima del defunto. (...) Il dottor Valentini Vista era poi venuto al dunque. Nella tarda estate del '19, il pellegrinaggio a San Giovanni era stato compiuto da una sua cugina, la ventottenne Maria De Vito: «Giovane molto buona, brava e religiosa», lei stessa proprietaria di una farmacia. La donna si era trattenuta nel Gargano per un mese, condividendo con altre devote il quotidiano train de vie del santo vivo.

    Il problema si era presentato al rientro in città della signorina De Vito: «Quando ella tornò a Foggia mi portò i saluti di Padre Pio e mi chiese a nome di lui e in stretto segreto dell'acido fenico puro dicendomi che serviva per Padre Pio, e mi presentò una bottiglietta della capacità di un cento grammi, bottiglietta datale da Padre Pio stesso, sulla quale era appiccicato un bollino col segno del veleno (cioè il teschietto di morte) e la quale bottiglietta io avrei dovuto riempire di acido fenico puro che, come si sa, è un veleno e brucia e caustica enormemente allorquando lo si adopera integralmente. A tale richiesta io pensai che quell'acido fenico adoperato così puro potesse servire a Padre Pio per procurarsi o irritarsi quelle piaghette alle mani».

    A Foggia, voci sul ritrovamento di acido fenico nella cella di padre Pio avevano circolato già nella primavera di quel 1919, inducendo il professor Morrica a pubblicare sul Mattino di Napoli i propri dubbi di scienziato intorno alle presunte stigmate del cappuccino. Non fosse che per questo, il dottor Valentini Vista era rimasto particolarmente colpito dalla richiesta di acido fenico puro che il frate aveva affidato alla confidenza di Maria De Vito. Tuttavia, «trattandosi di Padre Pio», egli si era persuaso che la richiesta avesse motivazioni innocenti, e aveva consegnato alla cugina la bottiglia con l'acido. Ma la perplessità del farmacista era divenuta sospetto poche settimane dopo, quando il cappuccino di San Giovanni aveva trasmesso alla donna – di nuovo, sotto consegna del silenzio – una seconda richiesta: quattro grammi di veratrina.

    Rivolgendosi a monsignor Bella, Valentini Vista illustrò la composizione chimica di quest'ultimo prodotto e insistette sul suo carattere fortemente caustico. «La veratrina è tale veleno che solo il medico può e deve vedere se sia il caso di prescriverla», spiegò il farmacista. A scopi terapeutici, la posologia indicata per la veratrina era compresa fra uno e cinque milligrammi per dose, sotto forma di pillole o mescolata a sciroppo. «Si parla dunque di milligrammi! La richiesta di Padre Pio fu invece di quattro grammi! ». E tale «quantità enorme trattandosi di un veleno», il frate aveva domandato «senza la giustificazione della ricetta medica relativa», e «con tanta segretezza»... A quel punto, Valentini Vista aveva ritenuto di dover condividere i propri dubbi con la cugina Maria, raccomandandole di non dare più seguito a qualsivoglia sollecitazione farmacologica di padre Pio. Durante il successivo anno e mezzo, il professionista non aveva comunicato a nessun altro il sospetto grave, gravissimo, che il frate si servisse dell'una o dell'altra sostanza irritante «per procurarsi o rendere più appariscenti le stigmate alle mani». Ma quando aveva avuto notizia dell'imminente trasferimento di monsignor Bella, destinato alla diocesi di Acireale, «per scrupolo di coscienza» e nell'«interesse della Chiesa» il farmacista si era deciso a riferirgli l'accaduto.

    La seconda testimonianza fu giurata nelle mani del vescovo dalla cugina del dottor Valentini Vista, e risultò del tutto coerente con la prima. La signorina De Vito confermò di avere trascorso un mese intero a San Giovanni Rotondo, nell'estate del '19. Alla vigilia della sua partenza, padre Pio l'aveva chiamata «in disparte» e le aveva parlato «con tutta segretezza», «imponendo lo stesso segreto a me in relazione anche agli stessi frati suoi confratelli del convento». Il cappuccino aveva consegnato a Maria una boccetta vuota, pregando di farla riempire con acido fenico puro e di rimandargliela indietro «a mezzo dello chauffeur che prestava servizio nell'autocarro passeggieri da Foggia a S. Giovanni». Quanto all'uso cui l'acido era destinato, padre Pio aveva detto che gli serviva «per la disinfezione delle siringhe occorrenti alle iniezioni che egli praticava ai novizi di cui era maestro ». La richiesta dei quattro grammi di veratrina le era giunta circa un mese dopo, per il tramite d'una penitente di ritorno da San Giovanni. Maria De Vito si era consultata con Valentini Vista, che le aveva suggerito di non mandare più nulla a padre Pio. E che le aveva raccomandato di non parlarne con nessuno, «potendo il nostro sospetto essere temerario ».

    Temerario, il sospetto del bravo farmacista e della devota sua cugina? Non sembrò giudicarlo tale il vescovo di Foggia, che pensò bene di inoltrare al Sant'Uffizio le deposizioni di entrambi. D'altronde, un po' tutte le gerarchie ecclesiastiche locali si mostravano scettiche sulla fama di santità di padre Pio. Se il ministro della provincia cappuccina, padre Pietro da Ischitella, metteva in guardia il ministro generale dal «fanatismo » e dall'«affarismo» dei sangiovannesi, l'arcivescovo di Manfredonia, monsignor Pasquale Gagliardi, rappresentava come totalmente fuori controllo la situazione della vita religiosa a San Giovanni Rotondo.

    Da subito nella storia di padre Pio, i detrattori impiegarono quali capi d'accusa quelli che erano stati per secoli i due luoghi comuni di ogni polemica contro la falsa santità: il sesso e il lucro. E per quarant'anni dopo il 1920, il celestiale profumo intorno alla cella e al corpo di padre Pio riuscirà puzzo di zolfo al naso di quanti insisteranno sulle ricadute economiche o almanaccheranno sui risvolti carnali della sua esperienza carismatica. Ma nell' immediato, a fronte delle deposizioni di Maria De Vito e del dottor Valentini Vista, soprattutto urgente da chiarire dovette sembrare al Sant'Uffizio la questione delle stigmate. Tanto più che il vescovo di Foggia, inoltrando a Roma le due testimonianze giurate, aveva accluso alla corrispondenza un documento che lo storico del ventunesimo secolo non riesce a maneggiare – nell'archivio vaticano della Congregazione per la Dottrina della Fede – senza una punta d'emozione: il foglio sul quale padre Pio, forse timoroso di non poter comunicare a tu per tu con la signorina De Vito, aveva messo nero su bianco la richiesta di acido fenico. Allo sguardo inquisitivo dei presuli del Sant'Uffizio, era questo lo smoking gun, l'indizio lasciato dal piccolo chimico sul luogo del delitto. «Per Marietta De Vito, S.P.M.», padre Pio aveva scritto sulla busta. All'interno, un unico foglietto autografo, letterina molto più stringata di quelle che il cappuccino soleva scrivere alle sue figlie spirituali: «Carissima Maria, Gesù ti conforti sempre e ti benedica! Vengo a chiederti un favore. Ho bisogno di aver da duecento a trecento grammi di acido fenico puro per sterilizzare. Ti prego di spedirmela la domenica e farmela mandare dalle sorelle Fiorentino. Perdona il disturbo».

    Se davvero padre Pio necessitava di acido fenico per disinfettare le siringhe con cui faceva iniezioni ai novizi, perché mai procedeva in maniera così obliqua, rinunciando a chiedere una semplice ricetta al medico dei cappuccini, trasmettendo l'ordine in segreto alla cugina di un farmacista amico, e coinvolgendo nell'affaire l'autista del servizio pullman tra Foggia e San Giovanni Rotondo? Ce n'era abbastanza per incuriosire un Sant'Uffizio che possiamo immaginare già sospettoso dopo avere messo agli atti la perizia di padre Gemelli. Di sicuro, i prelati della Suprema Congregazione non dubitarono dell'attendibilità delle testimonianze del dottor Valentini Vista e della signorina De Vito, così evidentemente suffragate dall'autografo di padre Pio. Agli atti del Sant'Uffizio figurava anche la trascrizione di una seconda lettera autografa del cappuccino a Maria De Vito, il cui poscritto corrispondeva esattamente al tenore della deposizione di quest'ultima: «Avrei bisogno di un 4 grammi di veratrina. Ti sarei molto grato, se me la procurassi costì, e me la mandassi con sollecitudine».

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    pppperò! :confused:
  2. _________V_________  
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    Secondo me non ha senso porsi domande del genere sulle stimmate vere o finte di Padre Pio.
    La gente ha bisogno di credere in qualcosa, ha bisogno di "affidarsi" a qualcuno, se Padre Pio avesse le stimmate oppure no non conta niente, quel che conta è il ruolo, l'importanza che ha questo santo per i suo fedeli, per i sui credenti, per tutti credenti che gli sono devoti. Cercare in qualche modo di screditarlo, la trovo una vigliaccata inutile.


    Penso che la religione in generale si basi su questo, se ci si mette a sindacare su quello ceh può essere vero oppure no, si mette in discussione tutto.
  3. _________V_________  
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    Originally posted by TonyManero
    Secondo me non ha senso porsi domande del genere sulle stimmate vere o finte di Padre Pio.
    La gente ha bisogno di credere in qualcosa, ha bisogno di "affidarsi" a qualcuno, se Padre Pio avesse le stimmate oppure no non conta niente, quel che conta è il ruolo, l'importanza che ha questo santo per i suo fedeli, per i sui credenti, per tutti credenti che gli sono devoti.
    Cercare in qualche modo di screditarlo, la trovo una vigliaccata inutile.

    Penso che la religione in generale si basi su questo, se ci si mette a sindacare su quello ceh può essere vero oppure no, si mette in discussione tutto.


    non è che sarebbe un male sai... :asd:


    sai com'è se uno vuole ingannare per creare proseliti.... tu pensi che sia irrilevante??


    Se hai assolutametne "bisogno di credere in qualcosa" secono me potresti credere almeno a delle cose con delle parvenze vere!
  4. _________V_________  
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    Originally posted by TonyManero
    E a cosa servirebbe ?



    servirebbe a credere in delle cose reali concrete e non a gente (ipoteticamtne eh intendo) che invece ci ha preso per il Kiul dicendo che le stigmate gliele ha fatte un' Entità superiore piuttosto che amgari credere ad un brutto signorotto che dice di essere unto dal Signore.


    credere per... credere francamente lo trovo molto stupido!
  5. _________V_________  
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    Originally posted by wfw
    servirebbe a credere in delle cose reali concrete e non a gente (ipoteticamtne eh intendo) che invece ci ha preso per il Kiul dicendo che le stigmate gliele ha fatte un' Entità superiore piuttosto che amgari credere ad un brutto signorotto che dice di essere unto dal Signore.


    credere per... credere francamente lo trovo molto stupido!


    La gente ne ha bisogno, stupido o no che sia, quindi non vedo il motivo di gettar fango su un ometto a cui sono devote miglialia di persone.

    Non lo trovo utile per nessuno e sottolineo che io credo poco, quindi non ti parlo da diretto interessato.
  6. _________V_________  
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    Originally posted by TonyManero
    La gente ne ha bisogno, stupido o no che sia, quindi non vedo il motivo di gettar fango su un ometto a cui sono devote miglialia di persone.

    Non lo trovo utile per nessuno e sottolineo che io credo poco, quindi non ti parlo da diretto interessato.


    e infatti pure io sono ben distaccato...

    ma se uno imbroglia non è che sono gli altri, se coprono l'arcano, che gettano fango!


    se fosse vero... andrebbe anche a vantaggio ti tutti quelli che si sentono a quell'ometto devoti.



    Io, invece, tutto quello che porta alla VERITA', lo trovo MOOOOLTO utile!


    ;)

  Padre Pio e le stigmate all'acido fenico

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