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    Alessandro aveva uno zio allenatore, uno zio famoso, uno zio che vedeva urlare ed esultare alle partite in Tv, in quelle partite che sognava di giocare anche lui, un giorno, ed era anche per questo che sabato correva vicino alla linea laterale di un campo dai radi ciuffi d’erba, per diventare forte e grande. Lo zio allenatore si chiama Stefano Colantuono, e c’era anche lui ieri mattina nella parrocchia di San Gaspare del Bufalo, a Roma a salutare con gli occhi bassi e gonfi il nipote che non ha potuto allenare, non ha potuto vedere crescere, a cui non potrà far arrivare i suoi consigli, il suo entusiasmo coinvolgente. L’ex tecnico di Catania, Perugia, Atalanta e Palermo rappresenta il calcio di vertice, il punto di arrivo dei ragazzi come tutti quelli che, nelle loro divise, sono con lui sul sagrato di una chiesa romana a salutare con un groppo in gola l’amico, il compagno che sabato scorso ha finito la sua corsa contro un rubinetto che non doveva essere lì. Stefano Colantuono è attonito, coinvolto e partecipe di un dramma che lo colpisce doppiamente: «E’ incredibile che si possa morire su un campo di calcio nel 2008. Quando ero piccolo io magari si era meno attenti a certe norme di sicurezza, e magari di rubinetti ce n’erano pure tre o quattro per ogni angolo... Ora con i nuovi regolamenti i campi devono rispettare certe misure: non esiste che possa esserci un rubinetto a ridosso del campo». Ama il calcio, Stefano, come lo amava il nipote, un calcio che ha vissuto e praticato dalla base fino al vertice. Per questo prova rabbia e amarezza, è come sentirsi traditi: «Se il campo era a norma, come si è detto, vuole dire che qualcuno ha certificato che tutto era in regola: non voglio incolpare nessuno, ma evidentemente c’è stata qualche negligenza, qualcuno doveva accorgersi di quel rubinetto e soprattutto segnalare l’anomalia e rimuoverla. E’ questo l’aspetto più grave. Poi è chiaro che sia stata una terribile disgrazia, e le disgrazie possono succedere in qualsiasi modo: ma in questo caso, è una disgrazia che è stata... aiutata». Era legato alla famiglia di Alessandro, mister Colantuono è cugino di primo grado della mamma del ragazzo, anche se il lavoro negli ultimi anni lo ha portato lontano da Roma e le frequentazioni non sono state così assidue come quando si giocava tra cugini. Si interroga lui, come si interrogano i tanti ragazzi che dovranno tornare sullo stesso campo senza l’amico e senza il rubinetto che sarà stato rimosso. «Ma io dico che il calcio è uno sport bello, è uno sport sano, che va praticato da tutti coloro che si sono stretti attorno ad Alessandro per salutarlo per l’ultima volta. Questa tragedia deve rappresentare un monito: non vorrei cadere nella retorica, ma - ripeto - è impensabile che ci possa essere un rubinetto a ridosso del campo. Ora il dramma è stato enorme, irreparabile, ma il concetto rimane se anche un ragazzo si fosse procurato solo un taglio. I ragazzi hanno il diritto di coltivare il proprio sogno nella massima sicurezza, non dobbiamo dimenticarlo mai».

    :( :(

  Colantuono: "Mio nipote ucciso dalla negligenza"

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