1. Quanti Teddy bisogna inventare per tutta la vita ?  
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    Per affrescarvi le gesta di Johan Vonlanthen, una volta tanto, desideriamo partire dalla fine. E dai riferimenti ad una notissima bibita energetica. Giovanni Trapattoni è di certo un allenatore sanguigno e che sa farsi capire dai giocatori, quindi non vi risulterà difficile immaginarlo nei panni di quel tecnico che sgridava un suo calciatore in una vecchia pubblicità animata. “Tu saresti una promessa del calcio brasiliano? Una promessa di belle schifezze!” tuonava l’ometto innanzi allo spaurito giocatore che, per incanto, tracannata la fatidica bevanda si involava grazie a due provvidenziali ali d’angelo. Proiettatevi nel ritiro del Salisburgo, e appiccicate le sembianze dei due Giovanni, l’uno milanese DOC, l’altro svizzero di importazione colombiana, e immaginate la stessa, identica scena con la semplice sostituzione dell’aggettivo “elvetico” a “brasiliano”. Il tutto con la benedizione dello sponsor che ti dà la forza di un toro. Fatto? Lo confessiamo, caricaturalizzare le situazioni è l’obiettivo primario di questa rubrica, senza di esso non vi proporremmo altro che un grigio resoconto del fenomeno di turno che, contrariamente all’origine del termine stesso, arriva ben presto a scomparire. Vonlanthen non è “una promessa di belle schifezze”, ma sicuramente la sua dimensione tecnica dista anni luce dal prototipo di fuoriclasse che qualcuno ha pensato per lui quando Johan, appena quindicenne, esordisce nelle fila dello Young Boys di Berna, prototipo che trova conferma in occasione del debutto a 18 anni in nazionale e dal primato di più giovane marcatore nella storia degli europei di calcio. Il PSV Eindhoven lo acquista a suon di euro nell’estate del 2003, battendo sul tempo una serie di pretendenti agguerrite. Guus Hiddink si dice molto soddisfatto per l’acquisto di un simile talento, che però impiega con il più tirato dei contagocce. Johan, da par suo, lesina al massimo le citazioni nel tabellino dei marcatori in un torneo, come l’Eredivisie, dove le punte di livello sono solite superare quota trenta reti. Dopo un anno e mezzo, e il sospetto che Johan sia perseguitato dal numero sei come lo era Jim Carrey dal famigerato 23, visto che il suo bottino non supera mai tale cifra (sarebbe stato meglio invertire le cifre e i destinatari!), il club olandese opta per un prestito al Brescia che sta annaspando alla ricerca della salvezza. Ecco come Johan descrive ad “Emagazine” quel momento: “Dopo che Hiddink in inverno mi aveva spiegato che nel PSV avrei sì e no potuto giocare, il passaggio al Brescia il 2 febbraio 2005 (a liste chiuse? ndr) fu un vero e proprio regalo di compleanno. Giocare in un grande campionato, insieme a un altro calciatore svizzero, Fabrizio Zambrella, e un allenatore che mi voleva assolutamente in squadra: questa era una vera opportunità per me”. Ma non tutte le ciambelle riescono con il buco: “Una settimana dopo Giovanni De Biasi venne licenziato. Ed il suo successore Alberto Cavasin mi disse chiaramente che non mi conosceva e che quindi non mi avrebbe messo subito in campo. Ma poi ho disputato nove partite e nel complesso posso ritenermi soddisfatto. Sarei potuto restare a Brescia, ma purtroppo nella partita decisiva contro la Fiorentina non abbiamo pareggiato, bensì perso chiaramente e siamo retrocessi. È in serie B sinceramente non volevo giocare”. La colpa sarebbe quindi di Cavasin che voleva verificare sul campo le credenziali lusinghiere che accompagnavano Vonlanthen, e non della prova fornita dal rettangolo verde e che si traduce in una serie di apparizioni senza infamia e senza lode. Ritornato in Olanda, Johan viene risucchiato nell’immancabile vortice dei prestiti e finisce al modesto NAC Breda per espressa raccomandazione del PSV che vuole vederlo giocare da vicino. Male. Vonlanthen accusa del suo grigiore il mostro sacro Pierre Van Hoijdonk che lo avrebbe ostracizzato all’interno dello spogliatoio. Probabilmente Johan si riferisce allo score di Van Hoijdonk, quello sì da attaccante di razza. A giugno del 2006, non ancora smaltita la delusione per aver dovuto saltare i mondiali a causa di un problema alla coscia, arriva il trasferimento al Red Bull Salisburgo del duo Trapattoni-Matthaeus. Guardandosi indietro, Johan ammette di aver fatto qualche errore “dentro e fuori dal campo”, ma di essere maturato e di aver imparato molto. Così tanto da spingere Matthaeus a spronarlo a rendere di più in allenamento e durante le partite, all’indomani di una prestazione incolore contro lo Zurigo nei preliminari di Champions League. Johan, che nel tempo libero ama leggere e suonare la chitarra, non ha spostato di molto il suo rendimento, e quei maligni che definivano il Salisburgo “ultima spiaggia” forse stanno ridendo sotto i baffi. Dal sito ufficiale degli austriaci leggiamo il motto preferito di Johan: “Non dimenticare mai le tue radici”. Le sue affondano a Santa Marta, in Colombia, ma per quanto riguarda il calcio, possiamo dire che Johan predica bene e razzola male: è partito come attaccante fenomenale, ad oggi si ritrova nelle vesti di altalenante centrocampista. Ci dispiace dirlo, ma le radici, troppo spesso, finiscono per gelarsi.

    http://www.tuttomercatoweb.com/index.php?action=read&id=95669
    Non consiste forse nel rompere il tuo pane con chi ha fame, nel portare a casa tua i poveri senza tetto, nel vestire chi è nudo, senza trascurare quelli della tua stessa carne?

  Vonlanthen, lo svizzero colombiano

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