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    Storia dei postriboli e dell'abolizione

    Cinquant'anni fa, il 20 settembre 1958, le "case chiuse", che fino ad allora "chiuse" lo erano state solo di nome, lo diventarono anche di fatto. Perché, alla mezzanotte della notte tra il 19 e il 20 settembre, entrò in vigore la legge Merlin che, approvata sette mesi prima dal Parlamento, decretava l'abolizione dei bordelli. Davanti a molti lupanari si festeggiò, con falsi funerali, la morte della prostituzione di Stato, mentre all'interno i clienti abituali si godevano (non senza una certa ressa) l'ultima notte di un mondo che sarebbe sopravvissuto solo fino alle 23.59. Alla mezzanotte del 20, anniversario della presa di Porta Pia, tutto doveva essere finito: le "aziende" liquidate, le "signorine" licenziate.

    La storia delle case di tolleranza in Italia
    La chiusura dei postriboli segnò non solo la fine di un'epoca, ma anche quella di una storia millenaria. Le case di piacere, strutture dove esercitare il mestiere più antico del mondo, in Italia esistevano infatti sin dall'antica Roma: si chiamavano "lupanari", perché in latino il popolo indicava le prostitute come "lupe" (un termine poi ripreso da Giovanni Verga ne "La lupa"). Per altri 1.850 anni tutto continuò a svolgersi senza scossoni: lo Stato continuò a disinteressarsi di quello che succedeva all'interno dei postriboli, dove gli affari andavano sempre a gonfie vele anche in tempo di crisi e carestia.

    Bisogna arrivare al 1859 perché si trovi traccia dell'interessamento delle autorità ai bordelli: è la data di un decreto di Cavour in risposta a una richiesta di Napoleone III perché ai suoi soldati, impegnati ad appoggiare la seconda guerra d'indipendenza dei sabaudi contro l'Austria, venissero assicurati luoghi "sicuri" dove prendersi "il riposo del guerriero". E così il conte autorizzò l'apertura, in Lombardia, di alcune "case" controllate direttamente dallo Stato.

    Quel decreto fu poi convertito in legge, e il 15 febbraio 1860 venne emanato il "Regolamento del servizio di sorveglianza sulla prostituzione": una data che segna ufficialmente la nascita delle "case di tolleranza", così chiamate perché la loro esistenza era "tollerata" dallo Stato. I bordelli venivano suddivisi da questo regolamento in 3 categorie, per ognuna delle quali era lo Stato a fissare le tariffe: 5 lire per le "case" di lusso, da 2 a 5 lire per quelle di medio livello e 2 lire per quelle "popolari". Inoltre veniva stabilito che i tenutari fossero obbligati a pagare le tasse sugli introiti e che per poter aprire un postribolo fosse necessario ottenere una licenza apposita.

    Nascono le "case chiuse"
    Nemmeno trent'anni dopo, nel 1888, la vita all'interno delle case di tolleranza era di nuovo in discussione in Parlamento: non perché a qualcuno fosse venuta in mente la possibilità di chiuderle (a qualcuno, in realtà, sì, ma si trattava di voci fuori dal coro) quanto sull'opportunità che nei postriboli, oltre al sesso, fossero venduti anche cibi e bevande. E così tra la destra conservatrice (che voleva vietare la vendita) e la sinistra liberale (che invece era favorevole) si accese una ferocissima battaglia.

    Se l'onorevole Vigoni, conservatore, ricordava con orrore della sua visita al "Babi", una delle più famose case di tolleranza di Torino, spiegando che l'atmosfera "già appesantita dal lezzo delle pratiche vergognose e dal fumo dei sigari era pressoché irrespirabile per via del cattivo odore esalante da quella mescolanza eterogenea di cibarie aggiunto ai fiati carichi di vino, di grappa e di rum, assommati al sudore dei corpi". E, orrore nell'orrore, degli uomini presenti molti erano "forse promessi sposi a una casta fanciulla. Alcuni perfino mariti e padri!". Immediata la replica del riformista Felice Cavallotti, il quale, pur riconoscendo che "il piacere venduto in quelle case è assai relativo" poiché non è certo amore, spiegava come "togliere perfino la possibilità di un onesto bicchiere di vino, di uno spuntino, di una chitarra e di un canto, significa davvero ridurne la funzione a quella di brutali sfogatoi della libidine popolare".

    Alla fine la spuntò la destra, e la legge Crispi vietò di vendere cibi e bevande, di tenere feste, di cantare e di ballare. Divenne inoltre obbligatorio (e da qui il nome utilizzato fino ad oggi) tenere sempre chiuse le imposte delle finestre, in modo che i passanti non fossero turbati dallo spattacolo dell'interno. Infine, la legge del 1888 fissò modi e tempi dei controlli medici da effettuare sulle "signorine" per evitare la diffusione delle malattie veneree.

    Nel 1891 un altro intervento statale, quello del ministro dell'Interno Giovanni Nicotera, modificò il tariffario delle case chiuse: la crisi e l'inflazione, infatti, avevano reso impossibile per le classi meno abbienti affrontare la spesa di 2 lire (lo stipendio medio giornaliero di un operaio si aggirava intorno alle 3 lire), dando nuovo slancio alla prostituzione "libera" (e più economica) ma anche alla diffusione di quelle malattie veneree che l'istituzione delle case di tolleranza si proponeva di combattere. Ecco quindi che le tariffe vennero riviste al ribasso: la minima venne dimezzata e diventò di 1 lira, ulteriormente scontata a 70 centesimi per i sottufficiali. In compenso vennero aumentati i prezzi delle case di lusso, dove la tariffa passo da 5 a 7 lire.

    La battaglia per la chiusura
    Per i successivi sessant'anni le case di tolleranza continuarono a prosperare, tra alti e bassi, nonostante due guerre mondiali e qualche sporadico e debole tentativo moralizzatore (quello del presidente del Consiglio, Giuseppe Saracco, nel 1900 e quello di Filippo Turati nel 1919) avesse cercato di abolirle. Ma nel 1948 iniziò la battaglia, durata un decennio, della senatrice socialista Lina Merlin: dopo la Seconda Guerra mondiale, infatti, quasi tutti i Paesi europei avevano abolito la prostituzione di Stato, compresa, nel 1946, la Francia che ne era stata l'inventrice. Resistevano solo l'Italia e la Spagna franchista. La Merlin, eletta membro della Costituente nel '46 e prima donna a sedere in Senato nel '48, riprese immediatamente una battaglia che aveva intrapreso prima del Ventennio nel suo Veneto. Per dieci anni lottò disperatamente per far approvare la sua legge, quella che imponeva l'abolizione delle case chiuse. Venne minacciata di morte, dovette vivere per un periodo in clandestinità, ma non si arrese. Dopo un decennio nel quale non si stancò di spiegare che lei non aveva nessuna intenzione di abolire la prostituzione, perché non si può abolire "il mestiere più vecchio del mondo, che morirà con il mondo", ma solo di cancellare la regolamentazione del metetricio da parte dello Stato, "una vergogna solo nostra tra i Paesi moderni", riuscì nella sua impresa. E la mattina del 20 settembre 1958 si fece fotografare mentre apriva le persiane di una casa chiusa, chiudendo così un'epoca.

    Luca Rigamondi (tgcom.it)

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    :( :asd:
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    al di la del fatto che sono favorevole alla prostituzione professionistica, quella fatta in casa da signorine che lo fanno x scelta loro e x proprie capacità (non quelle x la strada che vengono costrette, x dire) xchè è un mestiere come un altro...anche apprezzato tra l'altro...

    cmq dicevo che tanto allo stato attuale delle cose, anche se vietato, tali posti esistono lo stesso, tanto che ci trovi pure gli annunci sul corriere della sera, x dire, non vedo xchè allora non legalizzare e facciamo pure pagare le tasse a tali lavoratrici, ne beneficerebbe pure l'erario.
    "Xchè? Xchèèè? 3-1, 3-2, 3-3 !!!"

  Cinquant'anni fa addio case chiuse

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