1. Stramazzarri torna  
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    "Il Roscio, i coltelli e le leggi degli ultrà un processo che fa paura..."

    02/10/2008




    «Il Roscio? Aula 6, giudice Aurora Cantillo». In tribunale tutti sanno. Non c´è bisogno di cercare. Perché è una storia di lame e di "infami". E fosse per la Sud, il tempio del tifo giallorosso, la curva, o almeno una sua parte, avrebbe già deciso. «Forza Roscio», si leggeva domenica scorsa (Roma-Atalanta) sullo striscione esposto allo sguardo dell´Olimpico. «Forza Roscio» scandivano quelli di "Lpg", "La peggio gioventù", ultimo fungo nella diaspora dei gruppi organizzati. Il Roscio ha un nome, Fabio Testadiferro, e un´età ormai veneranda, 38 anni. Il Roscio è «al gabbio» dal 20 settembre (Roma-Reggina) per una «puncicata», una coltellata, che ha aperto la coscia destra di Claudio Morabito, un ragazzo di Reggio Calabria di 25 anni, consigliere circoscrizionale del Pd, rappresentante di testi giuridici, tifoso in trasferta per caso. Erano le 8 di sera. E la partita non sarebbe cominciata prima di mezzora. Claudio si ferma con la sua ragazza e tre amici di fronte a un camion-bar a poche centinaia di metri dall´ingresso della curva Nord, il settore ospiti. Indossa la sciarpa amaranto della Reggina sotto la felpa. In due lo prendono alle spalle. Prima un colpo alla nuca, poi un cazzotto. Quindi, il fendente alla coscia. I due fuggono, ma i testimoni dell´agguato, durante la partita, grazie alle telecamere della polizia che inquadrano e registrano in tempo reale i tifosi nelle curve, riconoscono Testadiferro come uno degli aggressori. Il Roscio sarà ammanettato mentre lascia lo stadio.
    «Forza Roscio», dunque. Perché non è mai accaduto, a Roma, che chi ha affondato la lama nella carne del nemico sia mai stato identificato. Perché saperlo in carcere o condannato significa prendere atto della rottura del codice di omertà. Perché Roscio non è un tipo qualunque. Il motorino Honda con cui è arrivato all´Olimpico, e con cui gira in città durante la settimana, ricorda il laboratorio di un arrotino. Nella sella ha quattro coltelli giapponesi in acciaio. Lame da 12 centimetri buone per preparare il sushi. L´impugnatura è modanata con del cordino nero, come nella tradizione Samurai delle arti marziali. Nella casa della madre, dove abita da sempre, i coltelli invece sono cinque. Meglio, quattro più un pugnale, la cui lama arriva a 30 centimetri. Sempre in acciaio. Sempre lavorati con il cordino.
    Testadiferro il carcere lo ha già fatto (un anno per stupefacenti). Il Daspo anche. Tre anni lontano dagli stadi per gli incidenti di un derby del 2004. Ha un passato di tossicodipendenza, un presente da alcolista. Dice di essere un meccanico. Lo difende l´avvocato Lorenzo Contucci, già praticante in curva, oggi difensore onnipresente nei processi ultras.
    Nell´aula 6, il Roscio si massaggia i polsi liberati dalle manette della traduzione e fissa Claudio, Davide e Simone. L´accoltellato e i suoi amici. Quelli che hanno visto. Due fratelli nati a Reggio e cresciuti a Roma, che il destino vuole abitino non lontano dalla casa di Testadiferro. Buona parte del processo si gioca qui. Lo sa il Roscio. Lo sa il suo avvocato. Lo sanno il pubblico ministero e la polizia. Se i tre traballano, si apre uno spazio. I verbali di quella notte del 20 settembre sembrano inequivocabili. Claudio, Davide e Simone sono certi che sia il Roscio ad aver sferrato il fendente. Ora, in aula, si fanno incerti. Il tempo deve avergli portato "consiglio". Claudio dice di non sapere se ad accoltellarlo sia stato proprio il Roscio. Certo, era uno dei due che si è trovato alle spalle, ma di più non ricorda. Neppure Simone sa dire. E´ vero, anche lui riconosce Testadiferro come uno dei due aggressori, ma quando la lama si è infilata nella coscia dell´amico lui era voltato dall´altra parte. Solo Davide si spinge appena più in là. Lui ricorda il dettaglio del coltello stretto nella mano dall´aggressore e avvolto in un paio di guanti dal colore acceso, gli stessi che aveva Testadiferro al momento dell´arresto. Ma quando gli viene chiesto se oltre alla mano abbia visto anche la faccia del samurai, scuote la testa. «No, la faccia no».
    Sul fondo dell´aula, il padre di Davide e Simone ha ascoltato e pesato ogni parola dei suoi figli. Dal 20 settembre ha chiesto garanzie e protezione. Viene dalla Calabria e sa cosa significa riconoscere con certezza un uomo in un´aula di tribunale. Quale prezzo si paghi. Il funzionario di polizia che ha arrestato il Roscio torna a spiegargli che la protezione si dà ai testimoni e ai pentiti nei processi per fatti di mafia. Non di stadio. L´uomo lo guarda stupito. Chiede: «Che differenza c´è?». Nessuno sa rispondergli. Il processo è aggiornato al 3 ottobre. Testadiferro lascia l´aula con un saluto deferente al giudice. Un amico in aula, un tricolore tatuato sulla nuca, il Duce sull´avambraccio destro, lo rincuora con uno sguardo. «Forza Roscio».


    CARLO BONINI
    FONTE LA REPUBBLICA
  2. Quanti Teddy bisogna inventare per tutta la vita ?  
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    Originally posted by TonyManero
    Lo difende l´avvocato Lorenzo Contucci, già praticante in curva, oggi difensore onnipresente nei processi ultras.


    Altra bella mexda.:mad:

    Comunque sia in sintesi: :mad: :muhehe:
    Non consiste forse nel rompere il tuo pane con chi ha fame, nel portare a casa tua i poveri senza tetto, nel vestire chi è nudo, senza trascurare quelli della tua stessa carne?

  "Il Roscio, i coltelli e le leggi degli ultrà un processo che fa paura..."

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