1.     Mi trovi su: Homepage #4867037
    Ragazzi vorrei proporvi l'estratto di un mio racconto. Sono graditi pareri, soprattutto se negativi e costruttivi.
    Grazie!


    Spesso mi chiedevo cosa sarebbe accaduto se tutti gli illuminati avessero compiuto la grande fuga. 
    Sacchi e sacchi di inutile carta sono stati firmati col fine di ricercare i limiti dell’esistenza, di confinare la vita in una grande biblioteca polverosa. Tutte stupide, fastidiose e punzecchianti implicazioni logiche, schemi geometrici di noiose congruenze, l’attenzione alla non contraddizione. Migliaia di anni hanno plasmato innumerevoli possibili e sostenibili idee riguardo tutto e di più. Mucchi di precetti specifici che si propongono di osservare i fenomeni che ci circondano e ogni aspetto della nostra breve vita come chi parla di un passato ormai trascorso, di qualcosa di fisso e immobile, immutabile. Spesso mi chiedevo cosa avesse spinto gli uomini a cercare tante risposte, la soluzione che mi proponevo quasi sempre è che le persone avessero paura della realtà dell’Universo: un insieme di infiniti e innumerabili punti che oscillano indeterminatamente in uno spazio non descrivibile con parole da noi coniate. Altre volte rispondevo diversamente, e mi convincevo che fosse diversamente, dimostrando l’inutilità di una conoscenza limitata. 
    Queste convinzioni riguardo l’uomo, i suoi limiti e le sue paure più profonde mi turbavano. Ero quasi convinto che quella che fino a poco prima consideravo realtà altro non fosse che il riflesso distorto di chissà quanti altri riflessi che schizzavano da uno all’altro dei tanti specchi da noi posizionati. Mi stupivo osservandoli mentre, chini su chissà quale buffo testo, tentavano di stringere avidamente il tutto tra le loro  mani in un’incessante ricerca di completezza e finitezza che potesse garantirgli sonni tranquilli. Forse l’obiettivo di tanti era di porre la parola fine alla propria vita prima ancora che essa cessasse veramente? Ho sempre saputo che quella appena espressa è un’affermazione falsa e superficiale, ma preferisco ripeterla finché posso.

    Notavo inoltre un’enorme differenza culturale tra l’Occidente e le civiltà orientali. Dopo un esame tutt’altro che approfondito ritenni giusto affermare che le due entità convogliassero i loro studi e le loro ricerche in luoghi separati tra loro. Per farla breve: noi esportatori di civiltà non abbiamo fatto altro che rivolgerci verso l’esterno, senza mai comprendere come fossimo fatti nelle viscere, se non con metodi scientifici e sperimentali. I nostri fratelli lontani hanno invece preferito, fondamentalmente, specchiarsi e addentrarsi in loro stessi. Seguire le vibrazioni ondeggianti che, stranamente, non si preoccupavano di spiegare. Trasformarsi in pietre, piuttosto che trasformare le pietre in oro. Perdersi nel volo di una farfalla e capirne il messaggio sinuoso, piuttosto che spiegarne la traiettoria. Potrei definire quel poco che conosco del loro sapere come un sapere fondato sulla poesia della vita. Le loro ambigue religioni e sognanti filosofie. E’ strano come terreni aridi e belligeranti come la dura e ingiusta Cina, l’intransigente Giappone, le violente Thailandia e Birmania abbiano fornito il nutrimento necessario a creature soavi: fiori di loto, bachi da seta, papaveri da oppio. Così come i frutti più belli hanno attecchito nella roccia anche le idee più sognanti, la spiritualità più ambiziosa e difficile da inseguire ha posto le sue radici tra le alture del Tibet, tra i mari violenti, superando qualsiasi grande muraglia.

    Quando scrivevo era inevitabile che lo ripetessi. L’errore di confondere i miei pensieri precisi riguardo lo stato delle cose in ridondanti e rotolanti metafore che esprimevano una confusione maggiore di quel che fosse. Forse lasciando spazio all’interpretazione, però, avrei reso meglio le mie strane idee. Ero spaventato poi da quella voglia di incidere i miei pensieri in modo puramente autobiografico, come se il mio spirito stesse per morire e come se, comunque, avessi il comune bisogno di tentare di lasciare qualcosa di me, ribellandomi alle mie stesse idee. Ero contraddittorio. Fu così che, immerso tra interminabili digressioni che finivano per distrarmi dalla mia stessa storia, iniziai il mio viaggio. Iniziò, finalmente, la mia corsa verso il buio, l’opposto della luce.

    Il primo quesito che balenò fiammante alla mente quando decisi di intraprendere la stesura di una storia che raccogliesse il mio grande cammino intorno al mondo fu ben chiaro: come potevo interessare un potenziale lettore a delle vicende realmente accadute dopo delle premesse così rarefatte e discontinue? Fu difficile tentare di risolvere la questione ma trovai comunque un compromesso. Decisi di raccontarla a tratti, segnando solo quello che ritenevo importante di un lungo percorso mai iniziato né finito. Vi copio, a tal proposito, una pagina del diario che tenni, tralasciando le date e le formalità consuete:

    Avevo chiesto, giù in paese, dove fosse possibile incontrare quel saggio di cui tanti mi avevano parlato. Qualcuno, infastidito dalla mia impertinenza e curiosità, mi aveva consigliato di tornare sui miei passi perché raggiungere il sapiente era impresa assai complicata che raramente veniva portata a termine. Ovviamente non mi diedi per vinto e continuai a vagare per quel buffo agglomerato di palafitte. L’aria era umida e la terra che si calpestava non era certo più secca. Mi avevano spiegato che il fiume, scorrendo ad una piccola distanza, spesso riempiva quella pianura circondata dalle colorate alture. Un vecchio, stranamente, mi invitò cordialmente nel suo alloggio. Viveva in un luogo di poche pretese: un perfetto intreccio di verdi e dure canne di bambù forniva le pareti, il tetto e il pavimento allo stesso tempo. Ma era stranamente elegante. A terra era distesa, su tutta la superficie calpestabile, una particolare trama di gambi secchi e colorati, simile a qualcosa che noi avremmo chiamato tappeto e calpestandola notai che produceva lo stesso suono gracidante della rana di fiume, che vegliava sulle piante che componevano quella tavolozza ricca di colori. Mi sedetti, invitato dal vecchio, e incrociai le gambe. Mi offrì una bevanda alcolica a base di cocco che, come scoprii solo in seguito, veniva utilizzata solo per le più importanti celebrazioni, che non avvenivano mai. Mi aspettavo varie domande, così mi preparai a rispondere. Mi aspettavo che mi avrebbe osservato attentamente, così venni colto dalle più strane soggezioni e quasi arrossii solo per l’attesa. Ero convinto che avrei dovuto tirar fuori tanti buoni motivi per convincerlo a rispondere alla mia domanda. Nulla di tutto ciò accadde. Quell’uomo era troppo concentrato ad osservare fuori da quella che avrei chiamato finestra. C’era una fessura circolare molto grande su un lato della casa, rivolta verso un paesaggio immenso che sarebbe difficile descrivere con minuziosità. Probabilmente era nato lì, eppure si era perso, con occhi commossi e gonfi verso tanto splendore. Era seduto lì, di fronte a me, immobile e impenetrabile, statuario; vorrei poter farvelo immaginare proprio come lo vidi io ma era per me una cosa talmente inconcepibile che dovreste sognare per poterlo disegnare nelle vostre menti. Mi sentivo a mio agio però: avevo quasi capito quanto lui fosse distante da me, quindi, decisi di smettere di guardarlo in modo tutt’altro che educato e a fatica mi girai verso quel cerchio rivolto all’infinito. Iniziai a cogliere particolari stupendi: per un secondo, a poca distanza, la coda di un pappagallo variopinto aveva sfiorato un grande frutto posto proprio sulla cima di un albero e i miei occhi, stanchi e affaticati dai miei vizi poco salutari, mi avevano confuso disegnando una figura a dir poco psichedelica. Poi però smisi di pensare o, almeno, smisi di far pensieri che potessero essere trascritti. In quell’arco di tempo, grazie a quel vecchio, mi ero dato tutte le risposte di cui avevo bisogno per proseguire con convinzione nella mia ambizione di conoscere quel savio che abitava chissà dove. Lui era perfettamente convinto, ormai, che avessi i motivi più validi per tentare e senza pronunciar parola mi diede, scrutandomi a fondo con espressione quasi incantata, una sorta di papiro che misi in tasca senza scartare. Ci fissammo ancora un secondo e poi quasi intimorito da quella nuova realtà che ancora non concepivo appieno mi alzai velocemente e, goffo, me ne andai a passo veloce. Scesi la scala verde e mi allontanai in fretta. Solo quando rallentai il passo, ormai diretto verso la strada che segnava la carta appena ottenuta, capii che quel vecchio senza pronunciare parola mi aveva insegnato quanto fosse limitato il mio concetto di normale e concepibile, decisi quindi di iniziare il mio rinnovamento rimuovendolo.

    Talvolta, tra i tanti dubbi che riempivano la stanza dei miei pensieri, sorgevano domande riguardo la scrittura. Mi chiedevo quale fosse il modo migliore per riversare se stessi nelle proprie pagine. Ritenevo opportuno scindere la mia personalità in tanti piccoli tasselli per poi riordinarli opportunamente, nel modo che desideravo. Come svuotare se stessi? L’acqua esce più facilmente da una bottiglia se essa è inclinata al punto giusto rispetto al contenitore che si intende colmare. Cosa sarebbe accaduto se avessi rivoltato la bottiglia con violenza? Avrebbe versato il suo contenuto in modo disordinato e meno efficiente, ma in compenso avrei avuto l’illusione di liberarmi senza compromessi, senza valutare cosa fosse conveniente fare. Così, essendo convinto che fosse giusto tendere alla loro massima espressione le proprie inclinazioni, qualsiasi esse siano, optai per la seconda. Tramite tale scelta avrei inevitabilmente riempito le mie pagine di idee non mie, di momenti di entusiasmo destinati a terminare, di convinzioni vacillanti fomentate dal malto fermentato. Tutto ciò era molto interessante. E’ inevitabile quindi che i miei pensieri riguardo la vita fossero forme estreme di fanatismo, nel bene e nel male. Ricordo, nel mio lungo cammino, una scena commovente che m’insegnò molto a riguardo, nella sua estrema semplicità.

    Anche dopo estenuanti giornate come questa trovo del tempo per raccontare a me stesso la mia storia, seduto di fronte a questo scoppiettante e profumato fuocherello. Vidi, durante la salita, una bestia feroce rivolta di spalle. Dalle macchie oserei dire che fosse un leopardo, o comunque un qualche suo parente stretto. Mi trovavo in un ambiente particolare, l’avrei definita una jungla poco aspra. A quelle latitudini le liane calavano dagli alberi aggrovigliati ma era comunque possibile passare discreti tra di loro. Gli alberi, forse consapevoli delle bellezze che celavano, lasciavano lo spazio necessario a far scorrazzare il proprio sguardo. Quella ansimava in modo inspiegabile e sembrava allo stremo delle forze, per un motivo a me oscuro. Ebbi paura ad avvicinarmi. Quel che mi spaventava non era tanto quella maestosa e possente creatura, per quanto m’importasse della vita non avrei avuto troppo da perdere! Tutt’altro: l’aria era pregna di un mistico fluido che non potevo fare a meno di avvertire. Rimasi quindi immobile a fissarla, mentre ancora era girata e coperta di foglie che aveva trascinato durante la sua folle corsa. Improvvisamente rimase immobile e con l’eleganza di un carismatico capitano di ventura poggiò la testa su un fianco. Tentennai prima di avvicinarmi, ero pervaso da strane emozioni. Quando si è immersi nella natura ci si sente parte di un grande progetto finalizzato all’amore; in quel momento avrei sofferto anche per la morte di una formica, e non ero nemmeno sicuro che fosse morto. Lentamente, decisi di avvicinarmi. A pochi passi però fui costretto ad indietreggiare ancora una volta. Vidi la morte nella vita e la vita nella morte. In un attimo capii quel che stavo vedendo. Quella sontuosa madre aveva messo al mondo quattro stupendi cuccioli, donando loro il suo bene più caro. Due o tre, per la legge dei grandi numeri, sarebbero morti, ma anche se ne fosse sopravvissuto uno solo esso sarebbe stato speranza, avrebbe coltivato un grande orto. Mi convinsi, in quel momento e solo in quell’attimo che la vita aveva un senso. Poi presi il fazzoletto sporco che tenevo nel taschino e mi asciugai il viso.

    Non era affatto raro che il mio occhio cadesse su temi tanto grandi da spaventarmi. Il senso della vita, il grande mistero. Penso che se avessi analizzato con sguardo troppo razionale la storia dell’uomo nella sua integralità avrei risolto con un consapevole suicidio. Un passato, un presente e certamente un futuro di ingiustizie. Piccole creature strappate alle madri e poi uccise. Donne uccise con i propri figli ancora in grembo. Innocenti torturati, incarcerati e poi eliminati. Guerre, interminabili guerre motivate dall’aspro interesse. Fortunatamente quella parte mistica che da sempre giaceva in me mi permetteva di astrarre e arrivai a formulare una mia idea, sostenibile. Pensando all’umanità come una serie separata di singoli individui sarebbe impossibile sopportare quella che, da questo punto di vista, si tramuterebbe in una tortura continua, ammesso che si disponga di un minimo di sensibilità per avvertirla. Ma se per una volta si immaginasse di essere una sola grande cosa. Una forza impetuosa, cavalli che scalpitano sulla sabbia di un mare in tempesta. Se pensiamo di essere soli, lontani tra noi, come possiamo giustificare o tollerare che un piccolo nigeriano muoia perché privo di un farmaco che costa meno di un pacchetto di sigarette? Sarebbe impossibile. Ma se ricordiamo che, nello stesso momento in cui qualcuno muore ingiustamente una nuova speranza nasce e piange con tutta la passione immaginabile, abbracciata con forza da chi l’ha generata. Allora si, c’è qualcosa per cui valga la pena continuare.

    [Modificato da luscio-baggins il 08/11/2008 14:19]

  2. Bandito  
        Mi trovi su: Homepage Homepage #4867311
    ho un deja vù

    non era già stato pubblicato questo racconto? Sei sempre lo stesso utente?
    se è si posso dire che mi piacque allora e mi piace adesso
    Quando non c'è via di scampo, si impara a piangere con il sorriso sul voltoCosa c'è qui dentro? Mentre decidi ogni premio e ogni castigo,mentre decidi se son buono o son cattivo,fa che la morte mi trovi vivo,e se questo avverrà io ti prometto,che mille e mille volte ti avrò benedetto!

  Un breve racconto.

Commenta

Per scrivere su Videogame.it devi essere registrato!

         

Online

Ci sono 0 ospiti e 0 utenti online su questa pagina