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    "Avete notato che ogni tanto si incontra qualcuno che è meglio non far incazzare?
    Quel qualcuno sono io".


    Kowalski è un anziano reduce di guerra divorato dall'insofferenza e dal pregiudizio verso il popolo coreano, con il quale ebbe a che fare durante i suoi trascorsi bellici. Il suo quartiere, intanto, anno dopo anno è diventato un ghetto popolato proprio da famiglie coreane, evento che ha portato Kowalski a chiudersi progressivamente in un guscio di ostilità verso la gente attraverso comportamenti schivi e scorbutici, dovuti anche alla consapevolezza di un rapporto disastroso con i proprio figli che non sembrano nutrire nessun affetto per lui. Quando una sera avviene una colluttazione tra coreani nel suo giardino, intervenuto per scacciarla Kowalski salva fatalmente un ragazzino dalle grinfie di una gang giovanile locale, diventando così l'eroe del quartiere. Da quel momento, la sua vita inizierà inevitabilmente ad incrociarsi con quella degli immigrati, e l'esperienza lo costringerà nuovamente ad affrontare le paure e le insicurezze che lo avevano portato a fallire sulle questioni più importanti della sua esistenza.





    Ormai è verità: quando esce un nuovo film di Eastwood, la garanzia di assistere a qualcosa che rappresenti eloquentemente il grande cinema in ogni suo aspetto è la premessa fondamentale.
    Non si potranno mai spendere abbastanza parole per descrivere quanto il buon Clint conosca il suo mestiere e sappia metterlo in pratica con una competenza che avrà anche del maniacale ma resta impressa sulla pellicola come un rilievo, un manifesto: lui è un pezzo di cinema del dopoguerra che cammina, e in questo senso è commovente constatare la professionalità che ha riversato in questi anni da regista per rivendicare il suo amore verso l'arte cinematografica.


    La potenza del film, nella sua durata assolutamente canonica (un centinaio di minuti), sta proprio nello sfoggio di tutto ciò che il cinema può far provare allo spettatore. Eastwood usa la sua infinita esperienza come strumento di coraggio per raccontare qualsiasi scena che ritenga sia valida, anche se il contenuto può sembrare apparentemente noioso, come un banale dialogo famigliare in cucina. Riesce a prendere l'elemento empirico, il cuore di ogni situazione e a metterlo in risalto con il risultato di non annoiare mai, anzi di creare un legame assai intrigante con lo spettatore. Gran Torino presenta, a dispetto della sua brevità, una rosa di generi cinematografici a cui si ricollega scena dopo scena: vi è l'impegno, diffuso attraverso la questione razziale sviluppata lungo la vicenda; la commedia, mostrata attraverso gli scambi tra improvvisati vicini di casa che piano piano incrociano i loro mondi; l'ironia, scaricata per lo più sulla dialettica graffiante usata dal protagonista verso i suoi interlocutori (le derisioni con il barbiere e con il ragazzino, la scena dei nomi dei coreani alla festa che hanno fatto ridere il pubblico fino a coprire l'audio); la sofferenza, incanalata nel destino che piano piano emerge per il protagonista, nella sua condizione di solitudine, nel suo atto finale struggente; c'è un lato umanistico molto forte, tracciato dalla caratterizzazione del personaggio di Clint e delle sue filosofie di vita rigorose e schematiche, che tuttavia è disposto a mettere in gioco negli scambi con il prete, e ci sono due nette separazioni tra il doppio bene, ovvero quello percepito (la famiglia, il prete) e quello reale (l'affetto della gente), e il doppio male, diviso anch'esso tra percepito (il pregiudizio razziale) e reale (la violenza delle bande); e infine, naturalmente, c'è la sfida, il versante "maschile" che Eastwood si porta dietro fin da Rawhide per tutti i suoi western, militari e polizieschi, fatti di pistole puntate, frasi minacciose, vendette e rese dei conti finali. Fa sempre effetto vederlo giocare a fare il duro, a dispetto della profondità che ha saputo mettere nelle sue opere è ancora una delle cose più belle. Il gesto con cui decide di far affrontare il destino al suo personaggio è anche in questo senso emblematico: è l'ammissione, la consapevolezza di aver compiuto un percorso, di ricordare sempre le sue radici ma di essere diventato ormai qualcosa di più profondo. Oggi per rappresentare l'eroe non si ferma più alla giustizia consumata fisicamente, trova anzi il modo per trasmettere questo valore con la forza della moralità. Restituendo peraltro un messaggio di grande senso civico (la pratica della giustizia è di competenza delle forze dell'ordine) che in Italia oltretutto farebbe bene seguire di questi tempi.

    Il film è bellissimo anche tecnicamente: tutti gli attori ottimi, calati certamente in ruoli piuttosto canonici, ma fotografia e regia sono sublimi (la geometria di certe scene meriterebbe un post a parte), la tempistica perfetta, e anche la narrazione è studiata capillarmente, riuscendo a far cogliere bene tutti i suoi sottotesti. L'automobile fa da tramite nel cambiamento che vivono tutti i personaggi. Il film si apre e si chiude con un funerale: Kowalski (nome probabilmente di rimando a Punto Zero per via della sua passione automobilistica) percorre il suo cammino di redenzione riuscendo a rifare in poco tempo tutto quello che aveva fallito nella vita.

    Riscopre come crescere un figlio, lo rende suo erede fino a dargli la macchina, trova la sua risposta sul concetto di bene e male a proposito dei coreani e punisce il male, salvando ciò che gli ha fatto riscoprire il bene.


    E così anche stavolta il nostro caro vecchio Callaghan si merita la massima promozione possibile. Gran Torino è di gran lunga uno delle cose più belle che siano passate dalla scorsa stagione, viene da chiedersi cosa avrebbe fatto concorrendo agli Oscar. In ogni caso è da vedere assolutamente.

    [Modificato da Kappei Jin il 15/03/2009 23:45]

    Rock in Progress. !PeacePeacePeace!
  2.     Mi trovi su: Homepage #5040892
    Visto un paio di settimane fa ed è in programma una seconda visione a breve (ringraziamo gli abbonamenti a forfait ai cinema).L'ho adorato, come fare gran cinema in maniera classica (e pure velocemente, è una specie di instant movie legato a finanziamenti dello stato del Michigan).
    Il trailer è splendidamente fuorviante e la mescolanza di leggerezza e serietà è calibrata alla perfezione.
    C'è del moralismo? Forse, ma anche una serie di battute - tagliate sul personaggio - poco politically correct, con prete e barbiere, spero non edulcorate in italiano.
    Per me sta lassù, con The Wrestler, tra i grandi film, ben sopra ai finalisti per l'oscar 2009 come miglior film (senza volerli schifare, chiaro).
    オールナイトでぶっとばせえ~
  3.     Mi trovi su: Homepage #5040970
    赤い人 ha scritto:
    ma anche una serie di battute - tagliate sul personaggio - poco politically correct, con prete e barbiere, spero non edulcorate in italiano.


    L'adattamento è penoso. Tagliano molti intercalare di Eastwood, rendendolo meno spigoloso della sua versione originale.
    Rock in Progress. !PeacePeacePeace!
  4. Allegro  
        Mi trovi su: Homepage Homepage #5041722
    Gran Torino – L’ultimo eroe americano

    La Ford Gran Torino entrò in commercio dal 1968 e ne fu dismessa la produzione nel 1976. Il nome è un omaggio alla città dove ha sede la “Fabbrica Italiana Automobili Torino” (FIAT), l’auto è un simbolo che ha segnato un’epoca e la faccia industriale di una nazione negli anni di maggior splendore. Walt Kowalski (Clint Eastwood) che ne possiede una, sa bene quanto questa sia importante oggi come lo era ieri, quell’auto rappresenta i suoi anni passati, ma allo stesso tempo ricordi, passioni e sogni di una nazione che ha messo da parte gloria e fierezza, per diventare inutilmente grigia e menefreghista nei confronti della sua popolazione. Walt dopo la morte della moglie vive una vita solitaria, passata a mantenere in ordine la casa, seppellire i ricordi di una guerra (quella di Corea), ma soprattutto nel tentativo di accettare figli e nipoti, i quali sembrano non aver appreso nessun tratto della sua personalità, dei sui ideali e credi. Walt è un emarginato per scelta propria, lui fiero di essere americano è il primo che si sente tradito dalla sua stessa patria, la quale si è prostituita troppo ad uno sfrenato capitalismo, ad una umanità basata solamente sui numeri, incapace di costruire un futuro concreto. La sua esistenza è destinata a sparire appena la morte arriverà per lui, uomo inutilmente razzista, uomo fuori posto anche ai margini della società dove ormai si trova (abita in un quartiere ormai divenuto ghetto cinese). L’incontro casuale con la diversa cultura dei suoi vicini di casa orientali, instillerà in lui una fiducia nel futuro, lo aiuterà a ritrovare la speranza nei confronti dell’uomo, ma soprattutto uno scopo per cui lottare contro la morte tramandando al mondo la propria esistenza dopo la sua fine. “Gran Torino” è una pellicola disarmante, Clint Eastwood filma un piccolo gioiello che dal primo minuto s’insidia nel cuore per non levarsi facilmente dallo stesso. Non c’è un minuto fuori posto, sono assenti cali di tono o sferzate di dubbio gusto, questa nuova pellicola ha una forte moralità senza mai cadere nel semplice e banale moralismo. Walt Kowalski rappresenta l’America del passato che non riesce a comprendere come sia stato possibile sbagliare così tanto da rendere quella odierna un luogo insipido, popolato da persone irrispettose del prossimo, cieche di fronte alle ingiustizie, ed incuranti del domani. Gli Stati Uniti non brillano più, anzi sembrano finiti allo sbando, le lotte del passato per l’integrazione sociale, la possibilità di conseguire il sogno americano, ma ancora di più l’essere fieri di ciò che proviene dal proprio paese (nemmeno il figlio lo è, dato che non vende nemmeno macchina americane), sono solo ricordi nella mente di Kowalski, l’ultimo vero eroe americano che osserva la disgregazione sociale e la degradazione del paese dal portico di casa. Eastwood diverte, commuove, cosparge delle più disparate emozioni il suo “Gran Torino”, senza ricorrere ad inutili trucchi o ad espedienti dal sapore conosciuto, la materia filmica è praticamente perfette, l’utilizzo di tempi e tematiche non lascia spazio al minimo dubbio sulle capacità del regista californiano, vero è proprio autore capace di tratteggiare in modo lucido la propria nazione, alla quale non risparmia nulla sia nel bene che nel male. Kowalski è l’ultimo eroe americano, l’unico uomo che riesce a compiere un sacrificio per donare un futuro migliore al suo prossimo (alla sua terra), lasciando come testamento un simbolo che lo rappresenterà per sempre: una splendida “FORD GRAN TORINO” alla quale aveva lui stesso montato lo sterzo quando lavorava alla catena, quando l’America era grande e poteva essere fiera di esserlo.

    http://raystormcineblog.splinder.com/post/20087644/
  5. In quanti hanno confuso questo spazio per la funzione di ricerca? :)  
        Mi trovi su: Homepage #5045262
    Eccezionale, davvero eccezionale.
    A+, 10/10, 5 stelle, pollice altissimo.

    Una domanda:
    ma sbaglio o è l'unica volta in cui un personaggio interpretato da Clint Eastwood
    muore alla fine del film?
    The last Metroid is in captivity... the galaxy is at peace...

  Gran Torino

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