1. Digital Japan  
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    Dopo l'intervento di Kazuo Inmaru (ripreso nell'articolo precedente), nel quale ha illustrato alcuni aspetti dell'organizzazione del lavoro in Giappone, è stato dato spazio a Kitaro Kosaka per parlare del suo lavoro di animatore. Non essendo abituato a parlare in pubblico, Kitaro Kosaka ha preferito esporre seguendo un testo scritto piuttosto che parlare “a braccio”. Questa è la trascrizione del suo intervento e della risposta che Stefania Raimondi ha dato. Kitaro ...
  2.     Mi trovi su: Homepage #5063325
    Lain ha scritto:
    Dopo l'intervento di Kazuo Inmaru (ripreso nell'articolo precedente), nel quale ha illustrato alcuni aspetti dell'organizzazione del lavoro in Giappone, è stato dato spazio a Kitaro Kosaka per parlare del suo lavoro di animatore. Non essendo abituato a parlare in pubblico, Kitaro Kosaka ha preferito esporre seguendo un testo scritto piuttosto che parlare “a braccio”. Questa è la trascrizione del suo intervento e della risposta che Stefania Raimondi ha dato. Kitaro ...
      Wow, 3 pagine fitte fitte... otsukaresama deshita!!
    Gli daremo una letta con calma nel weekend. ;)
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    Lain ha scritto:
    Ma lo hai letto poi?


    Chiedo venia... :'( :'(
    Letto l'ho letto, ma ammetto che in quest'ultima settimana oltre agli impegni vari quando sono stato sul forum la sezione sul terremoto ha catalizzato gran parte della mia attenzione. :(

    [Edito edito]: il fatto è che soprattutto l'intervento di Kitaro Kosaka è dannatamente interessante, però in un solo breve discorso sintetizza tanti aspetti della società nipponica e in particolare del mondo del lavoro che io conosco bene, cose che ho toccato con mano. E poi ora che ho visto Ponyo capisco ancora di più cosa cerca di far capire ai non addetti ai lavori. E vorrei condensare tutto in un'unica risposta, ma non vorrei essere lapidario né scrivere qualcosa di non interessante, ecco perchè mi sto prendendo tutto questo tempo. Sorry!

    [Modificato da brazzy il 10/04/2009 20:47]

  4.     Mi trovi su: Homepage #5076282
    Eccomi! Da qualche parte dovrò pur cominciare, quindi penso che mi atterrò al testo dell'intervento di Kosaka per non dimenticare nulla.
    Dunque, il lavoro all'interno dello Studio Ghibli. Kosaka ne tratteggia un chiaro grafico "uno a molti": dal maestro a una stretta cerchia, da questa cerchia al resto dello staff. E' un organigramma semplice, forse l'unico possibile per mantenere le peculiarità dello Studio: ruotando tutto intorno a Miyazaki, per snellire ogni fase di lavorazione è giusto che Miyazaki non debba rispondere personalmente a tutti i sottoposti o ne nascerebbe il caos.
    Questo dovrebbe anche porre grossi interrogativi sul dopo Miyazaki. Se gli animatori, ad esempio, non possono avere a che fare direttamente con il Maestro, come potranno perpetrarne l'arte efficacemente dopo il suo pensionamento? Come capire cosa vuole veramente se c'è sempre una terza persona di mezzo?

    Ci sono ovviamente dei momenti in cui Hayao Miyazaki si rivolge a tutti i membri del suo staff, ma questo di solito avviene all'inizio della lavorazione del film in una sorta di cerimoniale, il cui obbiettivo è di alzare il morale delle persone che lavoreranno al film d'animazione. Invece, una volta iniziata la lavorazione, l'interazione tra il regista e chi lavora spesso si limita al semplice saluto quotidiano. Però anche queste piccole forme di comunicazione possono diventare dei collanti sociali, che vanno a stimolare le motivazioni di chi lavora.

    Questo è molto importante in Giappone: tutti devono sentirsi parte di un gruppo, tutti remano nella stessa direzione. E non vale solo nel mondo del lavoro.
    Porto un esempio: quando andavo a boxe a Tokyo era esplicitamente scritto nello statuto che si salutasse sempre tutti sia nell'arrivare che nell'andar via. Perchè questa socializzazione coatta? Per educazione, per cordialità, perchè ogni persona sia egualmente accettata all'interno del gruppo.
    I gruppi, in Giappone, sono tutto. Non riuscire ad inserirsi, avere problemi all'interno, genera scompiglio sociale, disadattati, infelicità. Andate a vedere le relazioni interpersonali in Giappone: scoprirete che la cerchia di amici nel 90% dei casi è relegata a compagni di scuola o colleghi; la cosa più comune è che il futuro partner di tutta la vita venga scelto all'interno di questo gruppo chiuso. Siccome poi in Giappone dopo i 28 anni circa più nessuno vuole rimanere solo ci si sposa con la persona più congeniale; se poi il matrimonio non sarà felice, i coniugi causa lavoro non si vedranno mai, dormiranno in stanze separate eccetera non è importante, ciò che conta è non restar soli.
    All'interno di una ditta si vive, si passano 12 ore al giorno e anche più. Non andare d'accordo con i colleghi, non essere accettati o non sentirsi importanti potete ben capire che dramma possa costituire. Le ditte dal canto loro fanno di tutto perchè la gente si possa trovare bene sul luogo del lavoro (e qui siamo lontani anni luce): basti pensare che, dove le dimensioni della società lo consentano, è possibile anche farsi la doccia. Sicuramente a noi occidentali spaventa anche il solo pensiero di passare così tanto tempo sul luogo di lavoro, ma bisogna guardare la cosa in un'ottica differente: a casa si sta solo per dormire, tutto ciò di cui abbiamo bisogno (amicizie comprese) possiamo trovarlo dove lavoriamo. Su questo tema, l'esempio di un mio amico: costui lavora presso il team creatore di Soulcalibur (Namco Bandai); nel periodo precedente la consegna del lavoro finito non tornò a casa per TRE giorni di seguito, salvo un rapido salto per prendere il ricambio di biancheria e poco altro: mangiava alla Namco Bandai, dormiva alla Namco Bandai. Così non doveva perdere tempo a tornare a casa, si evitava uno stress in più. Certo che da noi una cosa simile è inaccettabile e non dico che sia giusto: vorrei solo che si cercasse di capire la differente concezione lavoro-centrica rispetto a domo-centrica, il luogo di lavoro che si sostituisce alla casa. Se non si trattasse di Tokyo o comunque metropoli difficilmente sarebbe accettabile: siccome invece la casa è sinonimo di buco in affitto dove riposare le ossa, forse è più comprensibile.

    Come dicevo prima, questo main staff di circa dieci persone si ritrova a lavorare insieme per un periodo che può andare da uno a due anni. All'interno di questo ambiente però non si lavora soltanto. Capita di mangiarci, capita di parlare delle cose più futili, capita anche, quando il carico di lavoro aumenta, di passare più tempo con i colleghi che a casa con la propria famiglia. In questi casi la linea di demarcazione tra il lavoro e il privato si fa sempre più ambigua.

    Questo passo sottolinea quanto vi dicevo sopra. I colleghi non sono più solo colleghi, è la gente con cui si passa la vita intera. Sta quindi al singolo soggetto decidere se estraniarsi dalle attività di gruppo, andare a bere tutti insieme alla fine della giornata ecc., o vivere male questa convivenza forzata.
    Ogni fine dell'anno, verso Novembre o Dicembre, si fa poi una festa con tutti i colleghi per festeggiare l'anno di lavoro che va concludendosi, pagata dai dirigenti.

    Per esempio, se una persona che lavora all'interno di un'azienda termina la propria quota prima degli altri, razionalmente può pensare “Io ho finito il lavoro prima degli altri, ho diritto a tornare a casa”. Il senso di colpa però lo farà rimanere insieme ai suoi colleghi. I quali, anche se comprendono che lui avrebbe diritto ad andare a casa prima, mai sarebbero disposti ad accettare la cosa.

    Questo è verissimo, e di difficile comprensione per gli Occidentali.
    Facendo un passo indietro, bisogna pensare ai saluti di congedo in Giapponese.
    Il più canonico è "otsukaresama desu" (versione gentile, di solito si abbrevia). Il mio fido dizionario Sharp lo traduce con "I appreciate your hard work", corretto ma non sufficiente. Perchè il verbo da cui deriva, "tsukareru", significa letteralmente "stancarsi", perciò è più un "grazie, è stato bello stancarsi insieme, lo apprezzo". Lo si dice in ogni situazione, sia in quella più ovvia quando ci si congeda dai colleghi ma anche a più ampio respiro per ringraziare chi ha fatto qualcosa per te, e ancora non basta. E' talmente diffuso come modo di dire che dopo una certa ora ci si saluta così anche fra amici che non sono i propri colleghi.
    Ebbene, c'è anche un saluto alternativo usato da chi abbandona (di solito per non perdere l'ultimo treno!) il luogo di lavoro prima degli altri: "osakki ni shitsurei shimasu", che significa tipo: "scusate la scortesia se me ne vado prima". E' un saluto/modo di scusarsi molto gentile ed enfatizza come non sono quelli che rimangono ad essere invidiosi di chi lavorerà meno, è proprio chi se ne sta andando che si sente in colpa nell'abbandonare i colleghi/amici che conseguentemente dovranno fare anche per lui.

    Una persona che non sia palesemente più lenta degli altri viene tollerata perché ci mette l'impegno. Al mondo esistono persone più capaci e persone meno capaci. In questo mondo globalizzato dove bisogna lavorare sempre al meglio questo pensiero può sembrare un po' “retrò”, però io sono convinto che sia molto importante.

    Questo è utile per capire come mai i Giapponesi debbano sempre sapere il perchè, per come e per cosa delle cose. Da noi si apprezza il genio, il singolo che arriva da A ad F grazie alla propria brillantezza; là no, dove arriva uno devono arrivare tutti, quindi ogni ragionamento va spezzato in passi semplici (da A a B, da B a C ecc.) così che nessuno resti mai indietro.
    Da un certo punto di vista è un grosso limite, è evidente, ma ha anche i suoi vantaggi.

    Quello che io e le persone con cui lavoro cerchiamo di fare è cogliere non solo quello che il pubblico vuole vedere superficialmente, ma cercarne i desideri reconditi e tentare d'inserirli in maniera complessa all'interno di un'opera. Nelle opere dello Studio Ghibli c'è un elemento fantastico preponderante, questo perché viviamo in una società sommersa dalle informazioni.

    Questo è verissimo, lo si può ritrovare anche in Ponyo, ed ecco perchè i film di Miyazaki sono per tutte le età: ok che magari le storie narrate possano essere fiabe molto semplici, ma il tutto è così fantastico che anche l'adulto rimarrà a bocca aperta. Questo "sense of wonder", lo stupore di quando si guardano le cose per la prima volta come quando si è bambini, lo sa regalare solo Miyazaki: perchè solo lui sa regalarci una visione così particolare ed onirica delle cose.

    Eccoci, l'ho scritto! Contenti? Fanno 50 euro, grazie... eheheh!! Ora devo trovare il tempo per l'altro intervento che mi si era richiesto...
    Spero che qualcuno trovi il tempo per leggere quanto ho scritto, che valga la pena averci perso tempo. Sono solo opinioni personali, io non mi faccio portatore della verità assoluta: sono solo uno che si ferma ogni tanto a riflettere, e riporta a voi le sue riflessioni.

  [Speciale Culture a confronto] Reportage "Culture a confronto" - Parte 2

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