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    Il ricordo a sessant'anni dalla tragedia
    I decennali di Superga non portano bene al Toro. Nel primo i granata scivolarono in Serie B, cosa mai successa prima, ultimi in classifica con una squadra che per gli almanacchi si chiamava Talmone Torino. Se nei due decenni successivi la società ottiene onorevoli piazzamenti nella massima serie, nel 1988/89 gli annali riportano la seconda caduta tra i cadetti dopo una drammatica sfida salvezza persa a Lecce. Dieci anni dopo un trionfale secondo posto, ma in B, che volle dire promozione in A, dove il Torino rimase un solo anno per ripiombare ancora nella seconda serie.
     
    Questa stagione, quella dei sessant'anni dalla tragedia, è sotto gli occhi di tutti: una squadra costruita per un campionato tranquillo si ritrova, dopo due cambi di allenatore e frequentissimi cambi di formazione, ad annaspare nei bassifondi della classifica e a ricordare la sua storia con lo spettro incombente della retrocessione.
    Al di là della facile retorica, il Grande Torino rappresenta l'essenza e la bellezza del tifo granata, di una maniera di concepire il calcio che si avvicina a una filosofia di vita. Non vogliamo navigare i fiumi di inchiostro che giornalisti, scrittori e tifosi hanno dedicato a Valentino e compagni, anche perché probabilmente tutto quello che c'era da scrivere è stato scritto come quanto c'era da dire è stato detto. Chi ama il Toro sa benissimo cosa vuole da quella maglia, conosce a memoria la storia di Bacigalupoballarinmaroso (e via dicendo, neanche fosse un mantra) e ha imparato, in questi sessant'anni, ad apprezzare chi ha seguito la lezione calcistica dello squadrone granata.
    Il valore della ricorrenza, invece, dovrebbero impararla i giocatori di questa stagione, che forse, ora più che mai, non capiscono la fortuna che hanno a poter scendere in campo con quella maglia. Fortuna che nasce dall'invidia, perché come il supporter di ogni squadra, anche quello del Toro nei suoi sogni ha giocato sul rettangolo verde almeno una partita, magari un derby. Fortuna che viene rafforzata dal fatto che il popolo granata è passionale come pochi. Si innamora dei suoi eroi, e da troppo tempo non ne ha più uno. Leggano tutti, a partire da Sereni a finire con l'ultimo dei panchinari, di come, tra leggenda e realtà, quella squadra, solo al risuonare di una tromba dagli spalti, si caricava ed era capace di sovvertire qualsiasi risultato.
    Leggano di quel Grande Torino, ma anche di Meroni farfalla granata e Giagnoni e del suo colbacco, di capitan Ferrini, Giggiradix, Puliciclone e del suo gemello che negli anni si è un po' perso per strada, e leggano anche di Leo Junior, di Mondonico e di una finale persa... senza perdere. E leggano anche di un migliaio di matti che, il 4 maggio di qualche anno fa, con una squadra retrocessa, scesero in piazza per mostrare il loro orgoglio granata. Ci vuole davvero poco a saziare la fame di eroi, e peccato per quei due che coi nomi storpiati sembravano campioni (vi dicono niente Rosinaldo e Rolandinho?) e che invece si sono finora rivelati, ahiloro, anche loro due discreti pedatori sopravvalutati. Basterebbe così poco, chiedetelo a chi dopo il 3-0 alla prima di campionato col Lecce già gonfiava il petto...
    "Solo il Fato li vinse", si ama dire dei ragazzi di Superga. Al Toro di oggi, e non ce ne vogliano i tifosi calabresi, basta una Reggina in forma per uscire dal campo mazzulati, e non va bene così. Come non va bene che degli ultimi anni si ricordino memorabili performance ad Andria e Castel di Sangro. "Lotta con onore per il simbolo del cuore", recitava uno striscione che per anni ha ornato la Maratona. Ed è questo quello che devono ripetere, a mo' di litania, gli undici granata prima di ogni partita. Perché il simbolo del cuore è proprio quell'aereo che sessant'anni fa spezzò una realtà creando la leggenda.
    Domenico Catagnano (sport mediaset)
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    Onore a quella gloriosa squadra.
    :clap:

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