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    Oggi è il 17° anniversario dell’assassinio di Paolo Borsellino.

    Poco roba sui giornali, Stato pressochè assente…

    Voglio postare un articolo di Salvatore Borsellino, risale all’aprile di quest’anno.

    Lo voglio postare nel giorno in cui solo Totò Riina, da Opera, ha fatto uscire una parola di verità…parlando di un Castello sopra Palermo…

    Articolo di Salvatore Borsellino:

    Erano le tre di notte ai primi di marzo di quest’anno, a Palermo. Mi
    sono svegliato di soprassalto, mi sono alzato e sono andato a guardare,
    dal balcone al nono piano della casa dove dormivo, il monte che
    sovrasta Palermo.

    Non c’era la luna, non c’erano le stelle, il cielo era nero, ma sulla cima del monte si stagliava un castello.

    Emanava un lieve chiarore, come se fosse fosforescente, dotato di
    una luce propria, forse perché l’ho guardato a lungo tante volte
    illuminato dal sole, e quell’immagine si è ormai stampata nella mia
    memoria.

    Ogni volta che vado in via D’Amelio, vado vicino all’olivo che mia
    madre ha fatto piantare nel punto in cui era stata piazzata la macchina
    piena di esplosivo, nel punto dove sono stati massacrati Paolo e i suoi
    ragazzi. Alzo gli occhi, lo vedo e sto a lungo a guardarlo.

    Chissà se Paolo, prima di alzare il braccio per suonare il
    campanello del citofono della casa di nostra madre, ha alzato gli occhi
    e l’ha visto per l’ultima volta. Chissà se anche i suoi ragazzi prima
    di essere fatti a pezzi l’hanno guardato.

    Di certo qualcuno, da una finestra di quel castello, li stava
    osservando e aspettava il momento migliore per azionare il detonatore.

    Di certo Gioacchino Genchi, arrivando in via D’Amelio due ore dopo
    la strage, ha distolto gli occhi dal tronco di Paolo in mezzo alle
    macerie del numero 19 di via D’Amelio. Ha distolto gli occhi dai pezzi
    di Emanuela Loi che ancora si staccavano dall’intonaco del palazzo dove
    abitava la mamma di Paolo e ha visto quel castello.

    Quel castello, l’unico punto, come subito capì, da dove poteva
    essere stato azionato il comando che aveva causato quella strage. E
    allora prese l’auto, fece quei pochi chilometri in salita che separano
    via D’Amelio da quello sperone del Monte Pellegrino, andò davanti al
    cancello di quel castello e suonò un altro campanello.

    Lo suonò a lungo ma nessuno gli aprì nonostante la dentro ci fossero
    tante persone come poté stabilire qualche tempo dopo, elaborando come
    solo lui è in grado di fare, i tabulati telefonici dove sono riportati
    le posizioni e le chiamate dei telefoni cellulari e dei telefoni fissi.

    Incrociando quelle telefonate si riescono a stabilire delle verità
    che nemmeno le intercettazioni sono in grado di fare. Si riesce a
    sapere che da un certo numero di ville situate sulla strada tra
    Villagrazia di Carini e Palermo, una serie di telefonate partì per
    segnalare che Paolo stava arrivando al suo appuntamento con la morte.

    Si riesce a stabilire che nei 140 secondi, intorno alle ore sedici,
    cinquantotto minuti e venti secondi, dell’esplosione che causò la
    strage, delle telefonate partirono e arrivarono da una barca ormeggiata
    nel golfo di Palermo per segnalare che Paolo era arrivato al suo ultimo
    appuntamento e che l’esplosione era stata perfettamente sincronizzata
    col suo arrivo.

    Su quella barca c’era Bruno Contrada ed altri componenti dei servizi
    segreti civili. Dentro quel castello, insieme a persone che Genchi, con
    le sue tecniche è in grado di individuare e avrebbe già individuato se
    non lo avessero subito fermato, c’era Musco, una lugubre figura
    appartenente ed animatore di logge massoniche deviate, che dovrebbe
    essere inquisito per tanti elementi che invece, oggi, si trovano solo
    come spunto nelle sentenze di archiviazione di processi, che non hanno
    potuto svolgersi.

    Forse non si svolgeranno mai, protetti come sono da un segreto di
    Stato non dichiarato, ma non per questo meno forte, perché retto dai
    ricatti incrociati basati sul contenuto di un’agenda rossa.

    Perché invece di portare avanti quei processi, si emanano sentenze
    assurde e vergognose come come quella che ha mandato assolto il cap.
    Arcangioli, l’uomo fotografato e ripreso subito dopo l’esplosione in
    via D’Amelio, con in mano la borsa di cuoio di Paolo che sicuramente
    conteneva l’agenda rossa.

    Perché invece si svolgere altri processi che vanno a toccare i fili
    scoperti delle consorterie di magistrati, uomini di governo, massoni e
    servizi deviati, si massacrano altri giudici, non più con il tritolo,
    ma con metodi nuovi che non fanno rumore, non fanno indignare
    l’opinione pubblica, come le bombe che in Palestina amputano gli arti
    di civili palestinesi senza che venga versato del sangue.

    Massacri, vere e proprie esecuzioni davanti a plotoni d’esecuzione
    composti da altri magistrati, come la decimazione della Procura di
    Salerno, che vengono presentate da una stampa ormai asservita e pavida
    di fronte al sistema di potere, con un’ottica completamente distorta e
    fuorviante.

    Perché il pericolo rappresentato da Genchi e dalle sue consulenze in
    un eventuale processo agli esecutori occulti di questa strage, viene
    eliminato preventivamentre eliminando la possibilità di un utilizzo
    delle sue raffinate tecniche d’indagine in grado di inchiodare i
    responsabili materiali di quella strage.

    Almeno fino a quando, e non è impossibile che accada, qualcuno non
    deciderà che sia necessaria la sua eliminazione anche fisica sfidando
    le reazioni che questa potrebbe provocare nell’opinione pubblica.

    Alla stessa maniera in cui fu sfidata questa reazione quando fu
    necessario eliminare in fretta Paolo per potere rimuovere del tutto,
    l’unico ostacolo che si frapponeva al portare avanti un’ignobile
    trattativa tra mafia e Stato, portata avanti, in prima persona, dai più
    alti gradi del ROS.

    Quella trattativa della quale oggi, punto per punto e in mezzo
    all’indifferenza e all’assuefazione dell’opinione pubblica, vengono
    realizzati quei punti, contenuti nel “papello” e che sanciscono la
    definitiva sconfitta dello Stato di diritto.

    Vogliamo anche noi dichiararci sconfitti, vogliamo anche noi chinare
    il capo e dichiararci servi, vogliamo anche noi rinunciare alla nostra
    libertà?

    Il 19 luglio non è lontano. Prepariamoci.

    Quest’anno, da quella via in cui tutto è cominciato alle cinque del
    pomeriggio di 17 anni fa, dovrà nascere e non dovrà più fermarsi la
    nostra resistenza.

    Non dovrà più fermarsi fino a quando non sarà fatta giustizia, fino
    a quando quei criminali, che stanno godendo i frutti di quella strage,
    non saranno spazzati via per sempre.

    Salvatore Borsellino

    da http://www.strillone.info/2009/04/castello-utveggio/

    Vedi anche http://www.19luglio1992.com/

  Paolo Borsellino

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