1. A riposo  
        Mi trovi su: Homepage Homepage #5196702
    Il nuovo "Ludonauti" è pronto per voi. Parliamone, perché è interessante: in un certo senso, mi colpisce il fatto che a livello tecnologico una sorta di gap generazionale ci sia sempre. Nonostante io sia cresciuto nella tecnologia, abbia avuto a che fare con informatica e videogiochi fin da bambino, oggi più vicino ai 40 che ai 30 mi trovo talvolta spiazzato dai modi e dalle opportunità che hanno i giovanissimi.
    Magari tra mio padre e me il gap derivava dal "semplice curioso tecnologico" (lui) e il "Tecnomaniaco videogiocatore" (io), tra me e mio figlio il gap cosa sarà? Giocheremo tutti e due, ma nello stesso modo? Io resterò (matusa!) legato al pollice sullo stick, mentre lui godrà di meravigliose esperienze sensoriali muovendo solo le sopracciglia?

    Insomma, alla fine: riusciremo mai a incontrarci davvero?
    http://www.facebook.com/VITSole
  2. Forest of Jigramunt  
        Mi trovi su: Homepage #5196708
    Eeeeeh la peppa, addirittura abbiamo scomodato Wittgenstein! :asd:
    Leggiamo tutto con calma via ;)
    You say that I can't wait for nothing, alone
    Too far from here, where the time it's just a memory
    Too far form here, where the cold dust lacerate the streets
    Too far from here, in a desolate illusory mobility
  3. Forest of Jigramunt  
        Mi trovi su: Homepage #5196715
    Uhm, lettora rapida! Scritto molto bene. A dispetto di concetti per nulla accessibili il lessico, la morfosintassi e la retorica utilizzata rendono il tutto molto scorrevole e fruibile anche da chi non è propriamente in posesso di chissà quali basi culturali, anche gli ignorantoni come me insomma! :D
    Io però, appunto, sono un ignorantone quindi chiedo maggiori lumi sullo spirito con cui è stato scritto il testo. Voleva essere una simpatica "provocazione", per spingerci a riflettere su un tema interessante inquadrandolo sotto un punto di vista diverso, usando il misticismo per introdurci piano piano ad una tesi finale che viene poi espletata (in modo infatti più sobrio e neutro) nella parte finale del testo?
    Ho compreso l'essenza del testo oppure son completamente fuori strada? X(
    You say that I can't wait for nothing, alone
    Too far from here, where the time it's just a memory
    Too far form here, where the cold dust lacerate the streets
    Too far from here, in a desolate illusory mobility
  4. hora et labora  
        Mi trovi su: Homepage #5196840
    Per la "nostra" generazione, quelli nati insieme ai videogiochi, questo mezzo di intrattenimento è stato il pretesto per imparare a usare un computer (trasformando poi questo impiego in una professione). E questo è il fulcro dell'articolo, che cerca una dimostrazione facendo un parallelo tra i riti di passaggio e i temi proposti (incosciamente) nei videogiochi. Come diceva un altro antropologo inglese, Victor Turner, perché una società resti in piedi, tali riti vanno costantemente rivissuti, sublimati nell'arte. In questo caso, però, non si parla più di riti di passaggio in senso stretto, ma qui cadremmo in inutili dispute accademiche. Il punto è che questa lettura viene da qualcuno che si trova dentro, che ha notato questo scarto con i propri genitori ma che ha dei figli troppo piccoli per valutare l'impatto dei videogiochi sulla loro crescita. La domanda è: "ha senso tutto ciò?" o anche i videogiochi sono destinati a cambiare...
    Non siamo soli nell'universo: è che nessuno ci invita mai alle feste
  5. Utente non attivo.  
        Mi trovi su: Homepage #5196868
    Prima di tutto complimenti. Molto ben scritto, disteso, aristotelicamente ineccepibile. Questo genere di contributi nobilita la sempre crescente offerta di Nextgame dal punto di vista concettuale.

    Il rito di passaggio implica un'istanza che non sempre è condivisa da chi, questa esigenza di passaggio, non l'avverte e tantomeno ne abbisogna. Il problema del passaggio generazionale è che esso, in larga parte, viene eteroindotto fino alla coercizione più radicale. Prendiamo l'avvento del Digital Delivery, a prescindere dalla mia riconoscibilità e adesione con il progetto, una sovrastruttura esclusiva da parte di chi produce i videogiochi non tiene in considerazione l'esigenza del fruitore ma solo quella del produttore. Non posso continuare a giocare su supporto se nessuno mi produce più una certa forma di materializzazione del prodotto ludico, Quindi delle due l'una: o mi adatto mutando la mia idea di videogioco oppure abbandono perché non mi riconosco più nelle regole riscritte.

    Purtroppo, da che mondo è mondo, in un ambito commerciale la ricerca della standardizzazione a mezzo semplificazione è la via dell'allargamento del bacino di utenza. Se una cosa è complessa (bada, non ho scritto complicata) si sente il bisogno di alleggerirla di tutti gli aspetti che richiedano un minimo di studio e applicazione, in modo che un numero sempre maggiore di persone possano comprendere (e quindi comprare) quel dato prodotto. Ma come la mettiamo se è proprio quella profondità a dettare lo statuto ontologico di quella data disciplina, quel quid che più di ogni altra cosa lo distingue da qualsiasi altra?

    Da Space Invaders a Devil may Cry nulla è cambiato. Cambia la tecnica, cambia l'oggetto ma non il modo di intendere il meccanismo videoludico quale sistema di divertimento interattivo basato sul riconoscimento di regole, di sfide e di raggiungimento di un traguardo, il tutto alla luce di un sistema di controllo codificato, da apprendere e imparare.
    Poi è successo qualcosa...qualcuno ha preteso che il videogioco avesse una storia narrativamente fondante (???), qualcuno ha preteso che il videogioco non fosse una sfida ma un passatempo senza tensione ludica (???), e ancora, qualcuno ha trovato che il joypad fosse un ostacolo troppo grande all'interazione con il videogioco.
    "Evoluzione del medium" la chiamano ma mi chiedo...quanto si può o si deve cambiare prima di fraintendere e minare alla base l'identità di una disciplina? Basta cambiare ambito per accorgersi della contraddizione. QUalcuno si lamenta del fatto che il poker non abbia una storia alle spalle? Se voglio diventare un pianista devo imparare il pentagramma e il funzionamento del pianoforte, senza dire "Ma perché non facciamo una tastiera che suona da sola?". Tutti sanno che la musica è piacevole ma perché devo provare questa gioia senza soffrire quel tanto che richiede la cosa in sé? Potrei pensare al tennis con un sistema che indirizzi la pallina al centro della racchetta sempre e comunque, senza che mi debba uccidere per rincorrerla in una campo. Ma a che serve?

    Ti cito "In questo contesto, il videogioco, in quanto applicazione ludica della tecnologia digitale, acquisisce lo status di strumento indispensabile per poter apprendere, in maniera indolore, tutte le competenze che consentono l’accesso alle sfere produttive del villaggio globale. Il videogioco rappresenta dunque un rito di passaggio della società contemporanea, quello che segna l’abbandono della sfera ludica infantile e l’ingresso nell’attività lavorativa dell’età adulta".

    Pacifico, però ti chiedo: quale forma? Quella dei coinop di 25 anni fa? Impossibile, l'anagrafe penalizza i più. Quella del gioco per famiglie Wii sport che si tira fuori per le feste comandate e che diverte anche il nonno? In questo caso non c'è alcun rito di passaggio anzi, lo scopo è quello di rendere consueto quello che fino a poco tempo fa era inconsueto. Quella di Metal gear in cui l'unica cosa che mi si richiede è quella di premere il pulsante X per mandare avanti i dialoghi? Il videogioco è diventato altro e ha smarrito la sua natura. 

    La risposta non è "il videogioco è questo e quello e ognuno può trovare la forma che più gradisce", perché oggi io non posso più giocare platform e sparatutto perché sono troppo difficili e il nonno non può divertirsi. Chiudo con Wittgenstein, visto che l'hai citato:"Tra i possibili gruppi di condizioni di verità vi sono due casi estremi. Nel primo caso la proposizione è vera per tutte le possibilità di verità delle proposizioni elementari. Noi diciamo che le condizioni di verità sono tautologiche. Nel secondo caso, la proposizione è falsa per tutte le possibilità di verità: Le condizioni di verità sono contraddittorie. Nel primo caso chiamiamo la proposizione una tautologia; nel secondo, una contraddizione." (Trattato Logico-Filosofico, 4,46 S)

    Direi che calza.
  6.     Mi trovi su: Homepage #5197297
    Facendo riferimento al post del Gladiatore e in particolare alla domanda: Quanto può cambiare una disciplina, prima di diventare altro da sé? Mi sembra che tu (Gladiatore) nel tuo post sottovaluti l'evidenza principale. I videogiochi sono legati a filo doppio alla tecnologia, e i mutamenti dell'uno causano sconvolgimenti anche nell'altro. Nel momento in cui ci saranno le reti neurali non potremo forse giocare direttamente collegando un cavo al cervello, senza più console, cavi e controller? Questa necessità di categorizzare il videogioco o in una serie di elementi "immutabili" secondo me non serve a niente, solo forse a portare una semplificazione che limita il concetto di videogioco.
    Riguardo invece al tema dell''articolo vero e proprio perché parlare di videogiochi come facilitatori all'ingresso nel mondo digitale ludico e produttivo invece per esempio di un youtube o di un facebook? Io penso che più che le console siano i PC il vero luogo dell'iniziazione e forse anche più dei giochi sono le applicazioni come Skype, Flikr ecc. a portare avanti la trasformazione e ad avvicinare loro "la carne" a noi "digitali".
  7. hora et labora  
        Mi trovi su: Homepage #5197794
    Garguza ha scritto:
    Riguardo invece al tema dell''articolo vero e proprio perché parlare di videogiochi come facilitatori all'ingresso nel mondo digitale ludico e produttivo invece per esempio di un youtube o di un facebook? Io penso che più che le console siano i PC il vero luogo dell'iniziazione e forse anche più dei giochi sono le applicazioni come Skype, Flikr ecc. a portare avanti la trasformazione e ad avvicinare loro "la carne" a noi "digitali".
    Anche se mi trovi d'accordo su questo punto, secondo alcuni teorici studiosi del gioco (come l'olandese Huizinga), il gioco precede la cultura visto che è tramite il gioco che una cultura affina le proprie regole. Il punto di partenza è dato dal fatto che tutti i mammiferi giocano quando sono piccoli per sperimentare (senza conseguenze) quei comportamenti che serviranno loro nell'età adulta per sopravvivere. Questo passaggio manca nel brano che ho scritto, perché fa parte della mia formazione e tendo a darlo per scontato. Ecco perché metto il videogioco in un posto di rilievo nell'uso della tecnologia digitale. A mio figlio di 3 anni youtube non interessa (solo perché non sa digitare i nomi dei cartoni...) invece, a modo suo, gioca con Burnout e sa accendere e spegnere la console e cambiare disco.
    Non siamo soli nell'universo: è che nessuno ci invita mai alle feste
  8.     Mi trovi su: Homepage #5197922
    La mia esperienza personale è com mia figlia di due anni che invece adora youtube perché ci trova Memole, Pinocchio Paperino ecc. E la sera quando torno a casa neanche mi abbraccia che già mi dice: Vediamo!
    I suoi giochi preferiti sono ancora il girotondo e lo scivolo... Sono d'accordo che nell'apprendimento il gioco
    occupi una parte fondamentale però il gioco in senso lato non "Un gioco". Quando citavo quelle applicazioni prima le intendevo proprio come il lato più giocoso del pc che serve a introdurre e attrarre quelli che poi impareranno a conoscere anche l'altro lato della macchina. Verissimo, le console contribuiscono a superare il digital divide, ma penso che non abbiano tutta l'importanza che traspare dall'articolo.
  9.     Mi trovi su: Homepage #5198068
    Secondo me la visione espressa nell'articolo è falsificabile. Il fatto di un videogioco che permetta di accedere a un mondo digitale, come quello dei pc, sarebbe stato valido dieci anni fa. Credo che allo stato attuale delle cose, i due aspetti della tecnologia si siano così divisi che ognuno ha i suoi riti di passaggio. Insomma, non servono più i videogiochi per acquisire un alfabeto digitale.
    A closed system lacks the ability to renew itself. Knowledge alone is a poor primer...
  10.     Mi trovi su: Homepage #5198070
    Il gladiatore ha scritto:
    Il videogioco è diventato altro e ha smarrito la sua natura. 


    La natura del videogioco è quella che il videogioco si va creando, per mano dei produttori e dei consumatori. Si chiama evoluzione.
    A closed system lacks the ability to renew itself. Knowledge alone is a poor primer...
  11. A riposo  
        Mi trovi su: Homepage Homepage #5198192
    falinovix ha scritto:
    A mio figlio di 3 anni youtube non interessa (solo perché non sa digitare i nomi dei cartoni...) invece, a modo suo, gioca con Burnout e sa accendere e spegnere la console e cambiare disco.


    Questa è una cosa interessante. Premettiamo l'ovvio: i bambini di oggi nascono con questi strumenti e quindi li gestiscono con una naturalezza sorprendente. La mia generazione è quella dell'home computer, io ho avuto il mio primo a 13 anni (uno Spectrum, grande Sir Clive!) e su per giù penso che Francesco abbia un profilo simile. Noi, fin da giovanissimi, abbiamo potuto apprendere certe meccaniche di interazione, ma si trattava appunto di apprendimento. È stato più difficile per i nostri padri, per esempio, anche per quelli - come il mio - molto giovani. Ora, i nostri figli di tre anni ovviamente ci sono nati dentro alla tecnologia, certe cose sono scontate, non necessitano di apprendere una meccanica o di adattare gesti e azioni a uno strumento nuovo. Lo strumento è sempre stato lì, come per noi la forchetta, la tazza del water, la macchinina.

    Queste ovvietà per dire che secondo me la predilezione per l'approccio ludico via joypad o per l'approccio ludico (perché sempre di questo si tratta) via Youtube in realtà dipende dallo stimolo che diamo noi, mentre loro sono pronti ad assimilare il tutto in maniera naturale.

    Nel mio caso specifico: Stefano è più portato al videogioco che a Youtube quando sta con me, perché i miei computer sono off limits, a parte qualche eccezione. Mi servono per lavorare, lavoro quando è qui con me, e lui sa che questa è una postazione "di lavoro" che raramente può divertirlo. Certo, qualche cartone su youtube lo vede anche qui, oppure a volte lo faccio cazzeggiare con Photoshop, ma tutto qui. Invece, insieme ci siamo finiti tutto Super Mario Galaxy (tutte le stelle, Luigi compreso!), stiamo giocando a Super Mario Sunshine e la naturalezza con cui si orienta in un mondo falsamente tridimensionale è davvero sorprendente. Certo, il pad è sempre in mano a me, non ho mai provato seriamente a farlo "giocare" in senso stretto, anche perché cerco di tenerlo il più possibile impegnato in attività e giochi che lo distanzino dalla schiavitù dello schermo.

    Da mia madre, invece, si fa grande uso di Youtube. Per vedere vecchi cartoni, per vedere i treni (che lo appassionano da morire), per vedere cose. Da lei non ci sono videogiochi, ma non gli mancano: l'aspetto ludotecnologico è assolto in quel contesto da Youtube.

    Dai miei suoceri è ancora diverso. Mio suocero è appassionato di computer, ne ha diversi a casa e uno è dedicato ai nipotini con giochi da fare etc. Lui lì si accende il computer, sa come fare a lanciare il gioco della Pimpa e se lo gestisce in allegria da solo, con il mouse in mano e senza problemi.

    Insomma, secondo me in effetti suddividere tra gioco e tecnologia in generale quando si parla di "alfabetizzazione" informatica non ha più molto senso: Youtube e Mario, Photoshop e la Pimpa, sono tutti spunti ludici, tutti input che un bambino - certamente il mio - adatta al suo modo di giocare e che in modo diverso ma tutto sommato sovrapponibile rappresentano una "tela" su cui lui, poi, costruisce una *sua* esperienza. In modo trasparente e naturale, perché per lui è normalissimo vivere in un mondo in cui, nello stesso ambiente, ci sono quattro-cinque schermi con cui può interagire, mentre io alla sua età avevo solo il vecchio TV in bianco e nero con i tastoni e la TV dei ragazzi alle 3 del pomeriggio.

    A tal proposito, poi, è importante che chi produce contenuti per bambini, specie quando sono interattivi, lo faccia in modo attento e intelligente. È il motivo per cui tanti giochi nella nostra sezione kids vengono bastonati (e veniamo criticati perché "non capiamo il target", quando invece lo capiamo anche troppo bene...) e per cui mi capita di scrivere un editoriale di questo genere:

    http://kids.videogame.it/kids/62602/
    http://www.facebook.com/VITSole
  12.     Mi trovi su: Homepage #5198264
    |Sole| ha scritto:
    Invece, insieme ci siamo finiti tutto Super Mario Galaxy (tutte le stelle, Luigi compreso!)


    Deve essere proprio faticoso fare i genitori al giorno d'oggi... :\
    A closed system lacks the ability to renew itself. Knowledge alone is a poor primer...

  [Editoriale Ludonauti] Riti di passaggio

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