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    Addio Manute Bol



    WASHINGTON - Sul campo di basket era sensazionale. Non era un
    talento, ma dalla sommità dei suoi 2 metri e 31, uno dei due giocatori
    più alti nella storia della Nba, riusciva a fermare l'impossibile,
    battendo ogni record di stoppate. Era così magro e sottile, che uno dei
    suoi allenatori lo paragonò a un gigantesco grillo e Woody Allen a un
    fax. Ma di Manute Bol, morto l'altra sera a soli 47 anni per una rara
    malattia cutanea e complicazioni renali in un ospedale di
    Charlottesville, in Virginia, sono altri i talenti che hanno reso
    straordinario il suo passaggio terreno, facendone, com'è stato
    giustamente osservato, «un eroe e un esempio per il Sudan e il mondo».
    Era nel martoriato Paese africano, infatti, che Bol aveva iniziato il
    suo improbabile viaggio verso la fama cestistica americana. Lì era nato,
    nel 1962, figlio del popolo Dinka, discendente di capi tribali, passato
    attraverso tutti o quasi i riti d'iniziazione: volentieri uccise un
    leone con una lancia, malvolentieri si sottopose ai rituali sfregi sul
    cuoio capelluto e all' asportazione di sei denti. La sua vita era
    cambiata nel 1982, quando Don Feeley, allenatore in cerca di campioni
    africani, lo vide a Khartoum e lo convinse a seguirlo in America.

    Bol fino a quel momento aveva soltanto fatto il guardiano di
    mucche e non aveva mai toccato un pallone. Ma su suggerimento di Feeley,
    l'anno dopo i San Diego Clippers gli fecero un contratto. Fu la prima
    di dieci stagioni, attraverso la University of Connecticut, Rhode
    Island, Washington, Miami, Philadelphia, Golden State. Dopo gli Stati
    Uniti, fece anche un brevissimo passaggio in Italia. Ma mai dimenticò il
    Sudan, di cui aveva sposato in prime nozze una figlia, Atong, dopo
    averne convinto la famiglia con il dono di 80 mucche. Soprattutto non
    dimenticò il Paese devastato dalle guerre civili tra l'élite musulmana
    del Nord e la popolazione cristiana animista del Sud. Anzi, tutta la sua
    carriera e gran parte dei soldi guadagnati da cestista li spese per
    aiutare rifugiati e poveri sudanesi. Manute Bol era in testa nei sit-in
    di protesta davanti all'ambasciata sudanese di Washington, visitava i
    campi dei profughi, raccoglieva fondi per alleviare la sofferenza dei
    suoi connazionali. «Dio mi ha guidato in America dandomi un buon lavoro,
    ma mi ha dato anche un cuore per guardare indietro», diceva Bol, che
    era cristiano. Nel 1998 era tornato in Sudan, rimanendo vittima delle
    dispute interne al regime. Rifiutò il posto di ministro dello Sport,
    respingendo la pre-condizione di convertirsi all'Islam. Lo accusarono di
    finanziare i ribelli cristiani Dinka, la sua tribù.

    Diventò esule nel suo Paese. Solo nel 2002 gli fu accordato
    l'espatrio, accolto nuovamente negli USA, questa volta come rifugiato
    per motivi religiosi. Il Sudan che si lasciò alle spalle sprofondava
    nuovamente verso il baratro della guerra civile e il genocidio nel
    Darfur. Bol giocò anche a hockey sul ghiaccio per raccogliere fondi. Nel
    2006 partecipò alla marcia di tre settimane da New York a Washington
    per la libertà del Sudan, organizzata da Simon Deng, ex nuotatore
    sudanese suo amico. Divenne perfino uno dei personaggi di What is the
    What (tradotto in italiano da Mondadori con il titolo Erano solo ragazzi
    in cammino), il romanzo di Dave Eggers ispirato alla vita di Valentino
    Achak Deng, uno dei «Lost Boys of Sudan » che fuggirono a piedi dall'
    inferno e furono tra i 3800 rifugiati che vennero accolti negli Stati
    Uniti. «Se ognuno nel mondo fosse come Manute Bol - ha detto Charles
    Barkley, suo ex compagno di squadra a Philadelphia - questo sarebbe il
    mondo nel quale vorrei vivere». Requiem per l'uomo dei buoni canestri.

    //



     

    Paolo Valentino
    21 giugno 2010
    "Xchè? Xchèèè? 3-1, 3-2, 3-3 !!!"

  Addio Manute Bol

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