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    Wojtyla è davvero un beato? Anche santo? La Chiesa può dichiarare
    santo e beato chi più le aggrada, l’importante è che non voglia
    costringere gli altri a credere anche loro in ciò che credono i sui
    fedeli. Ecco perché serve poco porsi certe domande su Wojtyla o sugli
    altri “santi” e “beati” dichiarati tali dalla Chiesa. Alcuni dei quali
    peraltro oggi santi non lo diventerebbero più, come per esempio S. Carlo
    Borromeo, il famoso vescovo e santo di Milano: grande cultore delle
    torture e dei roghi dell’Inquisizione, che però ha in comune con Wojtyla
    l’essere scampato a un attentato con una pistola dell’epoca e avere
    voluto interpretare l’essere rimasto illeso come un miracolo, un segno
    della benevolenza di Dio, quando si trattava invece solo di imperizia
    dello sparatore e inefficienza dell’arma usata.

    Tutto ciò premesso, che Wojtyla non debba essere considerato beato, e
    quindi tanto meno santo, perlomeno nel senso attribuito a tali termini
    dai laici, risulta chiaro da almeno due episodi. Il primo e senza dubbio
    il più grave è essere il responsabile dell’ordine imposto ai vescovi di
    tutto il mondo nel marzo 2003 di tacere alle autorità civili dei propri
    Paesi su qualunque caso di pedofilia del clero. L’ordine, come ho
    scritto più volte, venne firmato dall’attuale papa, Ratzinger, e
    dall’attuale segretario di Stato vaticano, Raffaele Bertone, nella loro
    veste, all’epoca, rispettivamente di responsabile e suo vice della
    Congregazione per la dottrina della fede (ex tribunale
    dell’Inquisizione). Ma a volere quell’ordine, nell’ambito di un
    aggiornamento delle leggi vaticane relative a una serie di delitti, e a
    ratificarlo è stato Wojtyla. Le conseguenze sono tristemente note. Gli
    scandali per i casi di pedofilia del clero coperti dalle gerarchie
    locali sono esplosi un po’ ovunque, in Italia, negli Usa, in Australia,
    in Austria, in Irlanda, ecc. Negli Usa la Chiesa in vari processi ha
    dovuto pagare alle vittime dei preti pedofili danni per cifre totali
    astronomiche, e per quell’ordine del 2003 una corte del Texas nel 2005
    ha accusato Ratzinger di ostruzione della giustizia. Per evitare un
    devastante rinvio a giudizio è dovuto intervenire l’allora presidente
    George Bush junior, che ha imposto l’immunità dovuta ai capi di Stato
    perché nel frattempo l’imputato era stato eletto papa, diventando così
    anche capo dello Stato del Vaticano.


    Un’altra grave colpa che attribuisco a Wojtyla è avere contribuito a
    far credere che fosse un rapimento la scomparsa della giovanissima sua
    concittadina vaticana Emanuela Orlandi, svanita nel nulla nel tardo
    pomeriggio del 22 giugno 1983. Emanuela era una bella e vivace ragazzina
    di quasi 16 anni e non c’era assolutamente nessun motivo, nessun
    indizio che potesse legittimamente far credere che fosse stata rapita
    anziché essere scappata di casa per un po’, come fanno migliaia di
    minorenni ogni anno anche in Italia, o anziché essere rimasta vittima di
    qualcos’altro, come pure succede a centinaia di altri minorenni ogni
    anno, fino ai recenti casi di Sarah Scazzi e Yara Gambirasio.
    Eppure un paio di settimane dopo quel 22 giugno, per l’esattezza la
    prima domenica di luglio, Wojtyla alla fine della consueta preghiera
    dell’Angelus sorprese il mondo accreditando la pista del rapimento e
    lanciando un appello perché la ragazza fosse rilasciata. Il tutto senza
    neppure interpretare o almeno avvertire i genitori della ragazza, il
    padre della quale, Ercole Orlandi, era un fattorino di Wojtyla. Abitante
    in Vaticano con la famiglia, moglie, cinque figli e una sorella, Ercole
    portava di persona ai destinatari residenti a Roma le lettere, i
    messaggi, gli inviti, le convocazioni, i doni, gli incoraggiamenti e
    quant’altro del papa.


    L’appello di Wojtyla diede la stura alla bufala, durata un quarto di
    secolo, del rapimento “politico”: per anni e anni si è infatti
    favoleggiato – con enorme clamore, ma sempre senza mai lo straccio di
    una prova – che Emanuela era stata rapita per essere scambiata con Alì
    Agca, il terrorista turco condannato all’ergastolo per avere sparato in
    piazza S. Pietro a Wojtyla una domenica d’estate del 1981. Per anni e
    anni si è anche favoleggiato che ad armare Agca fossero stati i servizi
    segreti di Mosca, all’epoca capitale del colosso comunista URSS: la
    vulgata tenuta in scena per quasi 25 anni affermava che i “servizi” di
    Mosca erano desiderosi di togliere di mezzo il papa polacco perché
    alimentava le proteste anticomuniste della natia Polonia. Sta di fatto
    che la ragazza non è tornata a casa neppure dopo che Agca è stato infine
    estradato in Turchia in occasione dell’”anno santo” del 2000. Un
    mancato ritorno che è la prova lampante del fatto che la pista del
    “sequestro politico” era una montatura. Nei giorni scorsi è arrivato in
    libreria “Uccidete il papa”, libro nel quale il giornalista di
    Repubblica Marco Ansaldo dimostra, appunto, ciò che era chiaro fin
    dall’inizio: vale a dire, che la pista “comunista” dietro Agca era
    infondata. Nessuno però osa trarre le conclusoni: e cioè che Emanuela
    Orlandi non è stata rapita. Meglio tenere in scena la nuova versione,
    lanciata nel 2005, che vuole Emanuela comunque rapita: non più dagli
    amici di Agca, ma dalla banda della Magliana…


    E’ ovvio che se davvero Emanuela fosse stata rapita, ai sequestratori
    dopo l’appello lanciato in mondovisione dal papa in persona non
    sarebbero rimaste che due sole possibilità: liberare l’ostaggio o
    sopprimerlo. I rapitori si sarebbero ovviamente resi conto che dopo quel
    clamoroso appello sarebbero stati fatti segno a una caccia senza
    quartiere, non solo da parte della polizia e dei carabinieri e neppure
    da parte dei soli servizi segreti italiani. Insomma, gli eventuali
    rapitori non avrebbero avuto scampo: se non si fossero liberati in
    fretta della ragazza, viva o morta, sarebbero stati braccati e
    catturati. Per giunta di appelli Wojtyla ne fece ben otto: se per
    scrupolo o imperizia gli ipotetici rapitori non si fossero liberati di
    Emanuela dopo il primo appello, sicuramente lo avrebbero fatto senza
    aspettare l’ottavo. Teniamo presente che in Italia nel 1983, anno della
    scomparsa di Emanuela, di casi di rapimenti a scopo d’estorsione
    accumulati nel corso degli anni ’70 e dei primi anni ’80 se ne contavano
    a centinaia, non mancava quindi l’esperienza per sapere che se si
    voleva risolvere felicemente un caso, cioè arrivare al rilascio o alla
    liberazione armi alla mano dell’ostaggio vivo, era essenziale non fare
    troppo baccano.


    Neppure un anticlericale incallito può pensare che un papa condanna a
    morte una ragazzina per quello che al massimo sarebbe stato solo un
    inutile gesto di buonismo. Chiaro come il sole quindi che Wojtyla – e la
    segreteria di Stato vaticana che lo consigliava – sapesse con certezza
    che Emanuela non era stata rapita, ma era morta per responsabilità,
    accidentale o meno, di qualcuno d’Oltretevere. Qualcuno che non si
    poteva abbandonare al suo destino, nelle mani cioè della giustizia. Che
    in Vaticano sapessero bene come stavano le cose, e cioè che per
    Emanuela non c’era più niente da fare, lo dimostra anche la
    testimonianza di monsignor Francesco Salerno ai magistrati italiani:
    “Poiché mi occupavo di finanza vaticana e avevo quindi molte conoscenze,
    nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa della Orlandi
    proposi a monsignor Giovanbattista Re, dirigente di un settore della
    Segreteria di Stato, di darmi da fare per cercare di sapere cosa le
    fosse successo. Ma il monsignore mi disse che era meglio lasciare le
    cose come stavano”. Qualcuno potrebbe pensare che Salerno fosse un
    mitomane o un bugiardo. Ma si tratta di ipotesi da escludere: monsignor
    Salerno, infatti, successivamente alla sua testimonianza, è stato
    nominato rettore della basilica di S. Giovanni in Laterano. E ovviamente
    non si mette un mitomane o un bugiardo a capo di quella che dopo la
    basilica di S. Pietro è la più importante chiesa dell’intero modo
    cristiano.


    I magistrati hanno anche intercettato una telefonata di monsignor
    Bertani, “cappellano di Sua Santità”, che ordina al vicecapo della
    Vigilanza vaticana, Raul Bonarelli, di mentire agli inquirenti che lo
    avevano convocato per interrogarlo come testimone: “Non dire che la
    Segreteria di Stato ha indagato. Di’ che siccome la ragazza è scomparsa
    in territorio italiano la competenza delle indagini è della magistratura
    italiana e non del Vaticano”.


    Come si vede, anche tralasciando tutto il resto, compreso il non
    encomiabile viaggio in Cile presso il golpista torturatore e
    massacratore Pinochet, è piuttosto difficile credere che Wojtyla sia
    davvero degno degli onori degli altari. Semmai, è legittimo il sospetto
    che lo si voglia “santo subito!” per evitare che se ne indaghi troppo
    l’operato. La Chiesa per un pezzo era indecisa se mandare Francesco
    d’Assisi al rogo o no, tanto dava fastidio con le sue prediche
    all’andazzo gudurioso e carnascialesco dei papi e del Vaticano, poi
    decise di renderlo inoffensivo facendolo santo: il modo migliore per
    evitare che la gente si mettesse in testa di capire bene cosa predicasse
    e perché. All’opposto, Carlo Borromeo fu fatto santo per evitare si
    indagasse troppo sulla sua vita reale, ricca di lussi, sopraffazioni e
    condanne al rogo con la scuse più pretestuose.


    http://www.blitzquotidiano.it/opinioni/nicotri-opinioni/wojtyla-santo-pedofili-pinochet-emanuela-orlandi-834299/
  2.     Mi trovi su: Homepage #5978108
    superpadrepioWojtyla è davvero un beato? Anche santo? La Chiesa può dichiarare
    santo e beato chi più le aggrada, l’importante è che non voglia
    costringere gli altri a credere anche loro in ciò che credono i sui
    fedeli. Ecco perché serve poco porsi certe domande su Wojtyla o sugli
    altri “santi” e “beati” dichiarati tali dalla Chiesa. Alcuni dei quali
    peraltro oggi santi non lo diventerebbero più, come per esempio S. Carlo
    Borromeo, il famoso vescovo e santo di Milano: grande cultore delle
    torture e dei roghi dell’Inquisizione, che però ha in comune con Wojtyla
    l’essere scampato a un attentato con una pistola dell’epoca e avere
    voluto interpretare l’essere rimasto illeso come un miracolo, un segno
    della benevolenza di Dio, quando si trattava invece solo di imperizia
    dello sparatore e inefficienza dell’arma usata.

    Tutto ciò premesso, che Wojtyla non debba essere considerato beato, e
    quindi tanto meno santo, perlomeno nel senso attribuito a tali termini
    dai laici, risulta chiaro da almeno due episodi. Il primo e senza dubbio
    il più grave è essere il responsabile dell’ordine imposto ai vescovi di
    tutto il mondo nel marzo 2003 di tacere alle autorità civili dei propri
    Paesi su qualunque caso di pedofilia del clero. L’ordine, come ho
    scritto più volte, venne firmato dall’attuale papa, Ratzinger, e
    dall’attuale segretario di Stato vaticano, Raffaele Bertone, nella loro
    veste, all’epoca, rispettivamente di responsabile e suo vice della
    Congregazione per la dottrina della fede (ex tribunale
    dell’Inquisizione). Ma a volere quell’ordine, nell’ambito di un
    aggiornamento delle leggi vaticane relative a una serie di delitti, e a
    ratificarlo è stato Wojtyla. Le conseguenze sono tristemente note. Gli
    scandali per i casi di pedofilia del clero coperti dalle gerarchie
    locali sono esplosi un po’ ovunque, in Italia, negli Usa, in Australia,
    in Austria, in Irlanda, ecc. Negli Usa la Chiesa in vari processi ha
    dovuto pagare alle vittime dei preti pedofili danni per cifre totali
    astronomiche, e per quell’ordine del 2003 una corte del Texas nel 2005
    ha accusato Ratzinger di ostruzione della giustizia. Per evitare un
    devastante rinvio a giudizio è dovuto intervenire l’allora presidente
    George Bush junior, che ha imposto l’immunità dovuta ai capi di Stato
    perché nel frattempo l’imputato era stato eletto papa, diventando così
    anche capo dello Stato del Vaticano.


    Un’altra grave colpa che attribuisco a Wojtyla è avere contribuito a
    far credere che fosse un rapimento la scomparsa della giovanissima sua
    concittadina vaticana Emanuela Orlandi, svanita nel nulla nel tardo
    pomeriggio del 22 giugno 1983. Emanuela era una bella e vivace ragazzina
    di quasi 16 anni e non c’era assolutamente nessun motivo, nessun
    indizio che potesse legittimamente far credere che fosse stata rapita
    anziché essere scappata di casa per un po’, come fanno migliaia di
    minorenni ogni anno anche in Italia, o anziché essere rimasta vittima di
    qualcos’altro, come pure succede a centinaia di altri minorenni ogni
    anno, fino ai recenti casi di Sarah Scazzi e Yara Gambirasio.
    Eppure un paio di settimane dopo quel 22 giugno, per l’esattezza la
    prima domenica di luglio, Wojtyla alla fine della consueta preghiera
    dell’Angelus sorprese il mondo accreditando la pista del rapimento e
    lanciando un appello perché la ragazza fosse rilasciata. Il tutto senza
    neppure interpretare o almeno avvertire i genitori della ragazza, il
    padre della quale, Ercole Orlandi, era un fattorino di Wojtyla. Abitante
    in Vaticano con la famiglia, moglie, cinque figli e una sorella, Ercole
    portava di persona ai destinatari residenti a Roma le lettere, i
    messaggi, gli inviti, le convocazioni, i doni, gli incoraggiamenti e
    quant’altro del papa.


    L’appello di Wojtyla diede la stura alla bufala, durata un quarto di
    secolo, del rapimento “politico”: per anni e anni si è infatti
    favoleggiato – con enorme clamore, ma sempre senza mai lo straccio di
    una prova – che Emanuela era stata rapita per essere scambiata con Alì
    Agca, il terrorista turco condannato all’ergastolo per avere sparato in
    piazza S. Pietro a Wojtyla una domenica d’estate del 1981. Per anni e
    anni si è anche favoleggiato che ad armare Agca fossero stati i servizi
    segreti di Mosca, all’epoca capitale del colosso comunista URSS: la
    vulgata tenuta in scena per quasi 25 anni affermava che i “servizi” di
    Mosca erano desiderosi di togliere di mezzo il papa polacco perché
    alimentava le proteste anticomuniste della natia Polonia. Sta di fatto
    che la ragazza non è tornata a casa neppure dopo che Agca è stato infine
    estradato in Turchia in occasione dell’”anno santo” del 2000. Un
    mancato ritorno che è la prova lampante del fatto che la pista del
    “sequestro politico” era una montatura. Nei giorni scorsi è arrivato in
    libreria “Uccidete il papa”, libro nel quale il giornalista di
    Repubblica Marco Ansaldo dimostra, appunto, ciò che era chiaro fin
    dall’inizio: vale a dire, che la pista “comunista” dietro Agca era
    infondata. Nessuno però osa trarre le conclusoni: e cioè che Emanuela
    Orlandi non è stata rapita. Meglio tenere in scena la nuova versione,
    lanciata nel 2005, che vuole Emanuela comunque rapita: non più dagli
    amici di Agca, ma dalla banda della Magliana…


    E’ ovvio che se davvero Emanuela fosse stata rapita, ai sequestratori
    dopo l’appello lanciato in mondovisione dal papa in persona non
    sarebbero rimaste che due sole possibilità: liberare l’ostaggio o
    sopprimerlo. I rapitori si sarebbero ovviamente resi conto che dopo quel
    clamoroso appello sarebbero stati fatti segno a una caccia senza
    quartiere, non solo da parte della polizia e dei carabinieri e neppure
    da parte dei soli servizi segreti italiani. Insomma, gli eventuali
    rapitori non avrebbero avuto scampo: se non si fossero liberati in
    fretta della ragazza, viva o morta, sarebbero stati braccati e
    catturati. Per giunta di appelli Wojtyla ne fece ben otto: se per
    scrupolo o imperizia gli ipotetici rapitori non si fossero liberati di
    Emanuela dopo il primo appello, sicuramente lo avrebbero fatto senza
    aspettare l’ottavo. Teniamo presente che in Italia nel 1983, anno della
    scomparsa di Emanuela, di casi di rapimenti a scopo d’estorsione
    accumulati nel corso degli anni ’70 e dei primi anni ’80 se ne contavano
    a centinaia, non mancava quindi l’esperienza per sapere che se si
    voleva risolvere felicemente un caso, cioè arrivare al rilascio o alla
    liberazione armi alla mano dell’ostaggio vivo, era essenziale non fare
    troppo baccano.


    Neppure un anticlericale incallito può pensare che un papa condanna a
    morte una ragazzina per quello che al massimo sarebbe stato solo un
    inutile gesto di buonismo. Chiaro come il sole quindi che Wojtyla – e la
    segreteria di Stato vaticana che lo consigliava – sapesse con certezza
    che Emanuela non era stata rapita, ma era morta per responsabilità,
    accidentale o meno, di qualcuno d’Oltretevere. Qualcuno che non si
    poteva abbandonare al suo destino, nelle mani cioè della giustizia. Che
    in Vaticano sapessero bene come stavano le cose, e cioè che per
    Emanuela non c’era più niente da fare, lo dimostra anche la
    testimonianza di monsignor Francesco Salerno ai magistrati italiani:
    “Poiché mi occupavo di finanza vaticana e avevo quindi molte conoscenze,
    nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa della Orlandi
    proposi a monsignor Giovanbattista Re, dirigente di un settore della
    Segreteria di Stato, di darmi da fare per cercare di sapere cosa le
    fosse successo. Ma il monsignore mi disse che era meglio lasciare le
    cose come stavano”. Qualcuno potrebbe pensare che Salerno fosse un
    mitomane o un bugiardo. Ma si tratta di ipotesi da escludere: monsignor
    Salerno, infatti, successivamente alla sua testimonianza, è stato
    nominato rettore della basilica di S. Giovanni in Laterano. E ovviamente
    non si mette un mitomane o un bugiardo a capo di quella che dopo la
    basilica di S. Pietro è la più importante chiesa dell’intero modo
    cristiano.


    I magistrati hanno anche intercettato una telefonata di monsignor
    Bertani, “cappellano di Sua Santità”, che ordina al vicecapo della
    Vigilanza vaticana, Raul Bonarelli, di mentire agli inquirenti che lo
    avevano convocato per interrogarlo come testimone: “Non dire che la
    Segreteria di Stato ha indagato. Di’ che siccome la ragazza è scomparsa
    in territorio italiano la competenza delle indagini è della magistratura
    italiana e non del Vaticano”.


    Come si vede, anche tralasciando tutto il resto, compreso il non
    encomiabile viaggio in Cile presso il golpista torturatore e
    massacratore Pinochet, è piuttosto difficile credere che Wojtyla sia
    davvero degno degli onori degli altari. Semmai, è legittimo il sospetto
    che lo si voglia “santo subito!” per evitare che se ne indaghi troppo
    l’operato. La Chiesa per un pezzo era indecisa se mandare Francesco
    d’Assisi al rogo o no, tanto dava fastidio con le sue prediche
    all’andazzo gudurioso e carnascialesco dei papi e del Vaticano, poi
    decise di renderlo inoffensivo facendolo santo: il modo migliore per
    evitare che la gente si mettesse in testa di capire bene cosa predicasse
    e perché. All’opposto, Carlo Borromeo fu fatto santo per evitare si
    indagasse troppo sulla sua vita reale, ricca di lussi, sopraffazioni e
    condanne al rogo con la scuse più pretestuose.


    http://www.blitzquotidiano.it/opinioni/nicotri-opinioni/wojtyla-santo-pedofili-pinochet-emanuela-orlandi-834299/

    A ventt'anni dal golpe la legittimazione più calorosa
    arrivò al dittatore Augusto Pinochet dalle stanze del Vaticano. 18
    febbraio 1993: la privatissima ricorrenza delle sue nozze d'oro viene
    allietata da due lettere autografe in spagnolo che esprimono amicizia e
    stima e portano in calce le firme di papa Wojtyla e del segretario di
    Stato Angelo Sodano.



    «Al generale Augusto Pinochet Ugarte e alla sua distinta
    sposa, Signora Lucia Hiriarde Pinochet, in occasione delle loro nozze
    d'oro matrimoniali e come pegno di abbondanti grazie divine
    », scrive senza imbarazzo il Sommo Pontefice, «con grande piacere impartisco, così come ai loro figli e nipoti, una benedizione apostolica speciale.
    Giovanni Paolo II.
    »



    Ancor più caloroso e prodigo di apprezzamenti è il messaggio di
    Sodano, che era stato nunzio apostolico in Cile dal '77 all'88, e che
    nell'87 aveva perorato e organizzato la visita del papa a Santiago,
    trascurando le accese proteste dei circoli cattolici impegnati nella
    difesa dei diritti umani. Il cardinale scrive di aver ricevuto dal
    pontefice «il compito di far pervenire a Sua Eccellenza e alla
    sua distinta sposa l'autografo pontificio qui accluso, come espressione
    di particolare benevolenza
    ». Aggiunge: «Sua Santità
    conserva il commosso ricordo del suo incontro con i membri della sua
    famiglia in occasione della sua straordinaria visita pastorale in Cile
    ». E conclude, riaffermando al signor Generale, «l'espressione della mia più alta e distinta considerazione».



    Il Vaticano non rese pubbliche queste missive così partecipi. Né lo
    fece Pinochet, che pure probabilmente le aveva sollecitate. Si decise
    di mantenerle nell'ambito della sfera privata, per timore che l'eccesso
    di enfasi attizzasse nuove polemiche. Ma tre mesi dopo prevalse la
    vanità del dittatore. I documenti furono portati alla luce dal
    quotidiano cileno "El Mercurio". E furono ripresi da "Témoignage
    Chrétien", la rivista francese dei cattolici progressisti. Provocando
    «reazioni di rivolta, di tristezza e di vergogna», nel ricordo delle
    barbare esecuzioni e delle feroci torture perpetrate dal regime di
    Pinochet.

    http://www.ruttar.altervista.org/chiese/1_8_wojtyla_pinochet/wojtyla_pinochet.htm

  SANTO BUBIBO

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