1.     Mi trovi su: Homepage #8783335
    Uhm,salve. Questa FF è nata dopo aver visto il mio trailer preferito di Mafia 2.
    Troppo bello,così coinvolgente da spingermi a scrivere una FF.
    Preavviso: non ho mai giocato a Mafia 2. E' solo opera della mia fantasia (ed un po' del trailer :lol:)

    Prologo
    Ero lì. Fissavo la mia immagine riflessa nel misto di acqua e fango della pozzanghera.
    La pioggia ticchettava sulla mia testa: la ascoltavo,annoiato dalla routine. Il cielo era grigio,ricoperto da nuvole morte. Feci un grande respiro,poi feci un tiro di sigaretta. Tolsi la sigaretta dalla bocca,e liberai tutto il fumo dalla mia bocca. Un’auto mi passò a prendere,salii in auto e mi tolsi il cappello. Salutai i miei amici,e poi andammo insieme al Central Park di New York. Lì ci attendevano per uno scambio. Scesi dall’auto per prendere la roba e dare la roba. Peccato che i venditori spararono a Joe,che fu ferito gravemente. Quei venditori fecero una brutta fine.



    Ho già i capitoli uno e due pronti,molto più lunghi del prologo. Li posto? :cool:
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    Capitolo 1

    Mi chiamo John Endroy,sono nato nel 1942. In quel periodo la mafia aveva privatizzato la maggior parte dei paesi d’America,lasciando alla povera gente solo qualche vicolo dove vivere. In realtà quelle catapecchie civili erano nient’altro che spese inutili per la mafia e per il governo.Esatto,perchè come si sa mafia e governo vanno a braccetto da tempo. Ho avuto una buona infanzia,una buona adolescenza ed una cattiva vita successiva. Ho vissuto infatti benissimo fino a quando non sono stato arruolato nell’esercito. Era il 1960,la guerra in Vietnam era alle porte. Eserciti di uomini americani dovevano lasciare la propria casa,per poter partire in Vietnam. Le rivolte comuniste del Vietnam crescevano sempre di più,fino a che i soldati Americani non hanno dovuto combattere.
    In guerra sono durato si e no 3 anni. Sono stato colpito al braccio,così gravemente che sono stato rimpatriato. Il proiettile vietnamita che mi aveva colpito aveva sfiorato il gomito,e se lo avesse colpito sarebbero stati guai.
    Ricordo il giorno che successe: Era notte fonda,faticavo a vedere.
    Eravamo mimetizzati nelle foreste,che facevano da perimetro ad un accampamento vietnamita. Avevo un M14 con me,fissavo nel reticolo una coppia di vietnamiti che coprivano l’ingresso posteriore. Mio fratello spuntò dalle foglie morte che ricoprivano il terreno,dicendomi: “Ora io vado là dentro e nascondo i cadaveri. Prendo un uniforme e mi vesto come loro,nel frattempo tu fai lo stesso. Chiaro?” “Si,ti copro.” dissi io. Mio fratello si incamminò verso l’ingresso. “E..e se le cose vanno storte?” sussurrai prima che se ne andasse. “Mi copri dall’alto. Conto su di te.” disse dirigendosi verso l’accampamento. Strinsi l’impugnatura del fucile,prendendo fiato. Inquadrai un vietnamita a caso tra le guardie. “Ascolta,io prendo quello a sinistra,tu quello a destra.” mi disse. Inquadrai il mio bersaglio. Mio fratello accoltellò a sua preda,io sparai alla mia. Lui nascose i cadaveri,mentre io mi assicuravo che nessuno lo avesse visto. E anche se qualcuno lo avesse visto,avrei impedito che avesse dato l’allarme. Mio fratello uscì da una tenda vestito da vietnamita e mi fece l’ok con la mano. Io misi il fucile sulla schiena ed afferrai il Thompson che mi pendeva dal petto. Scesi cautamente lungo la collina,facendo attenzione a non scivolare o inciampare in qualsiasi ostacolo. Una volta a terra,mi diressi in basso profilo all’ingresso del campo. Mio fratello mi aspettava lì. Mi misi la tuta da vietnamita,che fortunatamente mi andava a pennello. Peccato che questa cosa mi facesse un po’ schifo. Insomma,indossare la tuta di un cadavere non è il massimo. Col Thompson in mano,mi diressi verso mio fratello. “Ok,hanno due torri con i fari sull’ingresso principale. Una truppa di alleati deve avanzare,quindi fai fuori gli operatori delle torri,spegni i fari e coprici dall’alto,ok?” mi chiese velocemente mio fratello,indicandomi esattamente i punti chiave. “Afferrato.” “Vai,vai!” sussurrò. Mi diressi a passo lento verso le torri,non dovevo dare l’idea di essere una spia. Salii le scale di una torre di controllo. Una guardia si era insospettita,ma prima che si potesse girare per controllare,la accoltellai alla gola. Intanto,feci fuori col Thompson la guardia che pattugliava la zona dalla torre parallela alla mia. Spensi un faro,poi andai all’altra torre e spensi l’altro. “Potete andare!” dissi alla radio. “Ricevuto. Chiamo la truppa.” rispose mio fratello. Lui aprì i cancelli,ed una truppa con mimetiche ed armi sperimentali entrò nell’accampamento. L’obiettivo della missione era semplice: eliminare tutti i vietnamiti nel sonno,mentre io gli avrei coperti dall’alto. Mio fratello e la truppa si divisero nelle varie tende,a macchiare di sangue i tessuti. Vomitai giù per la torre. Poi presi un sorso d’acqua dalla borraccia della guardia che avevo assassinato. Bevvi e con l’acqua restante mi pulii dal vomito. Mi girai a controllare che tutto fosse apposto: la strada che entrava nell’accampamento era vuota. Mi girai verso l’accampamento,e vidi una luce accendersi in una stanza centrale. “Siete entrati voi là dentro? Passo.” chiesi a mio fratello. “Negativo! Chi pensi possa essere?! Passo.” mi chiese mio fratello. “Non so..” risposi. Sentii gridare alcune parole in vietnamita. “Josh,che sta succedendo,passo?” chiesi agitato. “Qualcuno ha dato l’allarme!” urlò alla radio. Una sirena risuonò in tutto l’accampamento,seguita dall’illuminazione totale dell’accampamento.
    In un momento tutti i vietnamiti erano fuori dalle loro tende,stringendo i loro fucili,ancora intontiti dal sonno. Un generale uscì dalla stanza centrale.
    La truppa di mio fratello era intanto stata circondata totalmente dal nemico. Impugnai saldamente l’M14: cosa potevo fare? Mettermi a coprire una squadra circondata da un esercito? Non sarei mai riuscito a salvare quella truppa. Invece quella squadra se la cavò bene,aprì il fuoco prima del nemico e fece diverse vittime. Io intanto coprivo tutti dall’alto. Stavo per finire il caricatore: tirai la leva di armamento,ma non caricò il colpo. La tirai due o tre volte,facendo un rumore bestiale. Un cecchino nemico mi vide,e mirò verso di me. Mi girai per scappare dalla sua portata,ma anticipò le mie mosse: un colpo mi perforò dritto dritto l’avambraccio. Diedi un grido di dolore. Avevo protetto rigorosamente il mio fisico durante la guerra,con le precauzioni più immaginabili ed efficaci. Quella notte però persi l’armatura del braccio scendendo quella collina. Per un qualche motivo si era staccata,e quel cecchino era riuscito a colpirmi. Il mio M14 era appoggiato alla torre con il bipede: fu facile mirare e sparare quel cecchino con un solo braccio,grazie all’accessorio. Ottenni la mia vendetta,centrando quel muso giallo in mezzo agli occhi. Vedere il suo cadavere cadere per terra mi diede una soddisfazione mai provata prima. Era come se qualcosa fosse mutato in me,qualcosa di negativo. Non me ne ero accorto,ma avevo un ghigno dipinto sul viso,a causa del quale mio fratello mi guardò spaventato e sorpreso. Io non ero quel tipo di uomo: ero sempre stato il tipo bravo a scuola e che non usciva la sera. Ed in quel momento quella personalità era morta dentro di me,come se fosse svanita per dare la precedenza ad un uomo più cattivo e spietato,sconvolto dalla guerra.
    Tirai la leva di armamento,e raccolsi il bossolo che cadde per terra. Lo misi in tasca,poi mi rannicchiai nell’angolino della torre. Lanciai una granata col braccio buono,uccidendo molti vietnamiti. Guardai in basso: la truppa di mio fratello era viva,mentre un intero esercito di rane vietnamite era a terra esangue,ferito ed umiliato. Scesi per le scale,fino ad arrivare a terra. Lì mio fratello mi aspettava con la sua squadra,insieme ad una jeep. Tornammo verso la base,comunicando al superiore il buon esito della missione.
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    Capitolo 2

    Durante il viaggio in jeep svenii. Mi risvegliai nello studio medico dell’accampamento americano. “Salve,signor Endroy.” mi disse il medico. “Salve.” dissi io. Guardai il mio braccio: era fasciato,non perdeva più sangue e non mi dava tutto quel dolore di prima. “Secondo le diagnosi,il colpo potrebbe aver sfiorato il gomito. E’ molto fortunato perchè l’articolazione non si è danneggiata.” disse leggendo degli appunti su una cartella. In quel momento entrò il generale della base. Ebbe un gozzo,chiese scusa e poi disse: “Fester? Mi dispiace,ma verrai congedato. Il tuo servizio in Vietnam non è più richiesto.” disse. Mi alzai energicamente dal letto,chiedendo: “Come sarebbe? Posso ancora combattere,se è solo per il mio braccio ferito!” “No. Un altro colpo al braccio potrebbe essere fatale. Mi spiace. Devi liberare la tua postazione entro l’alba. All’alba,un aereo ti attenderà per portarti in America.” disse il generale,poi uscì dalla stanza. Il dottore mi aprii la porta,poi andai verso il dormitorio della mia divisione. “Ehi John! Ero in pensiero!” disse mio fratello alzandosi dal letto e vendendo verso di me. Io avevo già iniziato a cacciare la valigia da sotto il letto. “Che è successo?” mi chiese. “Me ne vado. Il mio braccio mi ha reso inutile. Parole del generale.” dissi mettendo le divise pulite nella valigia. “Come sarebbe?” mi chiese. “Non so niente. Sono in guerra da 4 anni,ed ora sono inutile. E’ per questo che mi mandano via.” risposi aggiustando gli effetti personali nella valigia. “John..buon rientro.” mi disse mio fratello calmo. Chiusi la zip della valigia,mi girai verso mio fratello e dissi: “John. Spero che anche tu rientrerai a casa un giorno,magari senza ferite.” Mio fratello mi abbracciò. “Devi andare,comunque. Manca poco,e se vuoi i posti migliori devi essere uno dei primi nella fila.” mi disse mio fratello guardando l’orologio. “Ah,si. Ciao.” dissi io. Ci abbracciammo per un ultima volta,poi andai verso la pista di atterraggio. Ero il secondo della fila. Davanti a me,c’era un soldato che iniziò a farmi domande. “Congedo? Disonore? Ferite? Perchè rientri a casa?” mi chiese. “Uhm,ferita grave al braccio.” dissi io indicando il punto dove ero stato colpito. “Tu?” chiesi. “Anche io,una piccola ferita che mi è costata la libertà.” mi rispose,poi si girò davanti.
    “Ah,io sono Jeff.” disse rigirandosi e stringendomi la mano. “John.” risposi.
    Il pilota ci fece entrare nell’aereo. Subito dopo entrò una immensa fila di soldati. Io ero seduto il prima fila,accanto a quello strano tizio. Stringemmo amicizia.
    Dormii durante il viaggio,ma prima dell’atterraggio mi svegliai. Il tizio mi chiese sorridente: “Dormito bene?” “Si,grazie. Non so se è la stanchezza o la ferita che mi hanno causato un sonno simile.” risposi io. “Ho russato?” chiesi. “Uh,poco.” rispose ironico. “Scusami,quando sono davvero stanco russo. Spero di non averti dato fastidio.” risposi io. “No,no ti preoccupare.” rispose. “Trenta minuti all’arrivo.” risuonò una voce robotica nell’aereo. “Ci siamo! Tu cosa farai una volta in America?” mi chiese esaltato il mio vicino. “Io credo che finirò gli studi e diventerò un banchiere.” risposi io. “Ah,io no. Io andrò dalla mia famiglia e vivrò insieme a loro.” mi rispose il mio amico contento. “Ah.” risposi io un po’ deluso. “Facciamo così,dammi il tuo numero di telefono,così ci potremmo sentire!” mi disse il mio amico. “Certo!” dissi,poi ci scambiammo i numeri di telefono.
    Una volta all’atterraggio,salutai il mio amico e mi diressi con la valigia verso l’uscita dell’aeroporto. “Taxi!” chiamai a caso. Un taxi mi si parcheggiò davanti. Entrai nel taxi,poi feci ritorno a casa. Le strade erano innevate. Mi ero dimenticato che era inverno,in America. Erano appena le 10 del mattino,e la città era già viva. Era cambiato molto in quei tre anni. “Signore,siamo esattamente a New York. Dov’è l’indirizzo?” mi chiese il tassista. “Nelson Bay 22” risposi io. Era la casa dei miei genitori,dove viveva anche mia sorella.
    In un batter d’occhio ero in quella strada,dove ero cresciuto. E tutti i ricordi della mia infanzia riaffiorarono in quelle strade cupe. La pioggia batteva lievemente sui vetri della macchina,ma non mi dava fastidio. Anzi,ad occhi chiusi mi rilassava. Avevo proprio voglia di relax. La guerra mi aveva stressato,impaurito e cambiato. Per ritrovare il mio vero io ci sarebbero dovuti mesi. Pensai che magari,rivedendo la mia famiglia,sarei potuto cambiare in molto meno tempo. “Fanno 50 dollari.” interruppe il mio tassista. Aprii gli occhi. Presi 50 dollari dalla tasca e glieli diedi. “Buona giornata,signore.” “Arrivederci.” dissi sbattendo la porta del taxi. Il taxi sparì nella nebbia della strada. Mi avvicinai al campanello. Presi coraggio,e poi spinsi il tasto. Quel campanello odiabile suonò. Sorrisi,odiavo quel campanello da quando ero nato. Una voce disse dal primo piano: “Un attimo!”. Mentre cercavo di riconoscere quella voce,mi si aprì la porta davanti.
    Era mia sorella ad avermi aperto. Non era molto cambiata: capelli rossi,bocca piccola,occhi verdi. Aveva solo un’espressione di tristezza dipinta sul volto. E vedendomi,quell’espressione si trasformò in pianto. Mi abbracciò subito,singhiozzando. “Ehi,calma..calma!” dissi per quanto mi stringeva forte. Pianse sulla mia spalla per..non so..12 minuti? Si,12 minuti. Prima che mia madre venisse a controllare. Vidi arrivare mia madre dalla cucina: aveva un foulard nero in testa,ed il volto corrugato dalle rughe,cosa che prima di partire per la guerra era molto meno evidente. Anche lei aveva un’espressione triste e trascurata. Mia madre un altro po’ non sveniva. Mia sorella corse a prenderla prima che cadesse a terra. Quando mia madre fu di nuovo lucida,mi abbracciò urlando il mio nome in lacrime.Mia sorella aveva le mani sulla bocca,e rideva mentre piangeva. Insomma,mi bagnarono tutta la spalla della giacca militare. “John,John..” diceva mia madre abbracciandomi e tenendomi stretto,così forte da darmi fastidio al braccio ferito. “Ah!” urlai. “Che è successo?” chiese mia madre preoccupata. “In guerra,in guerra sono stato colpito al braccio. Per favore non toccatelo..” dissi. “Fammi vedere.” disse mia madre ansimante. Sbottonai la manica della camicia e la tirai fino al gomito. Indicai il punto dove ero stato colpito e diedi loro spiegazioni. “Oh buon Dio...” disse mia madre. Mia sorella intanto stava già preparando un the al limone,sapeva benissimo che mi piaceva.
    Mia madre mi fece sedere sul divano. “Stenditi,va.” disse accarezzandomi la guancia. Mi stesi,misi un braccio davanti agli occhi e gli chiusi. Non riuscivo a pensare a niente: dovevo pensare alla guerra,al passato,al presente o al futuro? Cosa avrei fatto una volta in America? Avrei davvero fatto il medico come dicevo?
    Ma i miei pensieri filosofici furono interrotti da mia sorella,che mi avvisò che il the era pronto. Aprii gli occhi: una tazza caldissima e fumante mi era davanti. La afferrai con il tovagliolo,come me la porgeva mia sorella. Bevvi a sorsi,mentre mia madre e mia sorella mi spifferavano tutto ciò che era successo in quei 4 anni di assenza.
    “Che ne è di Josh?” mi chiese mia sorella.
    “E’ vivo,non vi preoccupate. E’ solo rimasto in guerra.” risposi.
    “Beh,ora John vai a riposare.” disse mia madre una volta finito il the.
    “Oh,no mamma. Ho dormito in Vietnam e per tutta la durata del viaggio. Credo che uscirò un po’.” “Con questo vento? Con questo freddo?” chiese preoccupata mia madre.
    “Dai,mamma. MI metto il cappotto lungo e la sciarpa.” dissi.
    “Assolutamente no,ti prenderai un accidenti.”
    “Io vado.” dissi vestendomi.
    “John torna subito qui!”
    “Toro più tardi.” dissi chiudendo la porta. Vidi mia madre borbottare qualcosa. Misi le mani in tasca e mi feci una bella passeggiata nel quartiere. L’inverno e tutta quella pioggia mi ispiravano qualcosa correlato alla guerra. Mi piaceva,chissà perchè. Erano le dodici,eppure il traffico con la pioggia era pure aumentato. Arrivai al Central Park,per poi ritornare a casa.Camminai,fino a quando mi resi conto dell’orario e corsi a casa.
    Bussai alla porta,grondante e mia madre mi disse: “Non se ne parla neanche. Mi bagnerai mezza casa.” “Meh,mamma. Fammi entrare,meh. Almeno dammi un giornale dove asciugarmi le scarpe,poi ti do il cappotto e lo metti in lavatrice. Mia madre fece un sorriso di rimprovero,poi fece come le avevo detto. Una volta in casa,il telefono squillò.
    “Vado io.” avvisai. Sollevai la cornetta.
    “Pronto?”
    “John? John Endroy? Sei tu?” disse una voce familiare.
    “Ehi,Jeff! Sei proprio tu?” chiesi felice al telefono.
    “Eh,si. Allora,ci vediamo?” mi chiese.
    “Volentieri.”
    “Potresti venire adesso a casa mia? E’ importante.”
    “Certo,dov’è l’indirizzo?” chiesi.
    “Nelson Street,56.”
    “Arrivo.” dissi,poi chiusi il telefono.
    “Mamma!” chiamai.
    “Che c’è? Disse venendo,ancora con il cappotto in mano.
    Presi il cappotto,poi dissi: “Vado da un mio amico. Questo lo laviamo dopo.”
    Mi misi il cappotto,la sciarpa ed il cappello,poi le diedi un bacio e dissi: “Torno tra poco,prendo un taxi.”
    Uscii di casa prima che potesse controbattere,poi chiamai il primo taxi libero.
    Entrai nel taxi,e diedi l’indirizzo scritto sul foglietto di carta al tassista.
    Mi portò in un quartiere malfarmato,sporco e grigio. Dava tanto idea di malavita,di controllo e di armi.
    “Nelson Bay,56.” disse il tassista fermandosi davanti ad un appartamento con qualche finestra rotta. “Grazie.” dissi e lo pagai,poi scesi a suonare il campanello.
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    Kurosaki_Ichigo
    50$ per un taxi? :nosmile:


    Beh dall'aeroporto alla via immaginaria....:lol:


    Capitolo 3
    Suonai il campanello. “Un attimo! Un attimo!” disse Jeff dall’alto.
    Aprì la porta. “Ah,John. Sei venuto presto.” disse.
    “Non avevo niente da fare..” risposi io entrando in casa.
    “Vieni,vieni. C’è qualcuno che ti aspetta.” mi disse.
    “Chi?” chiesi io.
    “Vedrai,vedrai...”
    Jeff mi fece entrare nell’appartamento. Seduto nel salotto,c’era un uomo con un volto familiare che non riuscivo a riconoscere.
    “L’ho portato.” disse Jeff,mentre io mi toglievo il cappello.
    “Ah,si.” disse l’uomo,che era girato di spalle. Jeff si sedette congiunse le mani sul ventre.
    “Siediti,siediti.” disse l’uomo.
    Mi sedetti un po’ diffidente,con molta cautela. L’uomo si girò.
    “Generale Mustad?” chiesi stupito.
    “In carne ed ossa.” ripose il generale,con un sigaro in bocca.
    “Cosa ci fa qui?” chiesi.
    “Tranquillo,non sono un generale dell’esercito.” rispose accendendo il sigaro.
    Prima che potessi rispondere,disse: “John Endroy. Ti ho fatto chiamare per farti una ricca proposta. Ti pagherò bene.”
    “Che genere di lavoro?” chiesi diffidente.
    Jeff ed il generale si guardarono e fecero una risatina.Io rimasi serio.
    “John,tutto quello che devi fare è fare tutto quello che ti dirà Jeff.” disse il generale indicando Jeff,che intanto fece un sorriso malizioso.
    “Che genere di cose..?” chiesi io.
    “Fai troppe domande.” disse il generale scocciato,poi disse a Jeff “Potete andare. John,ti spiegherò tutto a fine lavoro.”
    Jeff si alzò e mi disse. “Dai,andiamo.”
    Mi alzai e seguii Jeff in macchina.
    “Allora,cosa dobbiamo fare?” chiesi.
    “Un certo Gustav Bold dà fastidio al generale. Tutto quello che dobbiamo fare è pestarlo in modo che non lo faccia più.”
    “Che tipo di fastidio?” chiesi.
    “Un fastidio economico.” detto questo,Jeff si zittì.
    Mi porto in un vicolo,poi scendemmo dall’auto davanti alla abitazione del malcapitato.
    Jeff suonò il campanello.
    “Chi è?” disse una voce al citofono.”
    “Signor Bold? C’è una consegna per lei.”
    L’uomo aprì la porta,poi Jeff entrò energicamente in casa,noncurante delle domande preoccupate dell’uomo. 
“Non si preoccupi,non le faremo male.” dissi io per rassicurare l’uomo.
    Proprio quando finii la frase,Jeff si girò e diede un pugno sulla mascella dell’uomo.
    “Che fai?” chiesi io stupito.
    “John,non ho tempo per le spiegazioni. Fruga nelle stanze,fino a trovare dei documenti con una copertina blu. Vai,dopo avrai le tue risposte.” disse continuando a pestare l’uomo.
    Girovagai traumatizzato in cucina,in cerca dei documenti. Mi spostai da una stanza all’altra,fino a trovare i documenti. Tornai da Jeff.
    “Bene.” disse prendendo i documenti.
    “Sicuramente non ci scasserai più le palle. Tieni la bocca chiusa e non farti vedere in giro,e non faremo altro.” disse Jeff. Poi andammo verso l’uscita.
    “Buona giornata.” dissi io chiudendo la porta.
    “Ma sei cretino? Dobbiamo spaventarlo,non fargli la ninna nanna!” mi disse Jeff.
    Una volta in macchina,chiesi spiegazioni.
    La sola risposta che ottenni fu: “Chiedi tutto al generale.”
    Una volta dal generale,mi accomodai e chiesi spiegazioni.
    “Ah,si. Vero. Io non sono un generale.” disse spanzandosi il generale sulla poltrona.
    “Come sarebbe? Che ci faceva in Vietnam!?”
    “Sono un mafioso,ciccio. Ho fatto tornare a casa te e Jeff in cambio di favori.”
    “Io non ho chiesto di essere rimpatriato.”
    “Ti ho fatto rimpatriare io,infatti. E se ti comporterai bene come oggi,verrà rimpatriato anche tuo fratello. Ci stai?” mi chiese il mafioso mettendosi composto e fissandomi negli occhi.
    “Ci sto.” risposi.
    “Ottimo!” disse il generale,poi si alzò dalla poltrona e si mise il giaccone.
    “Venite con me,tutti e due.” disse.
    Entrammo nella sua macchina,poi andammo in una tenuta molto nobile.
    “Ah,Walter!” disse un signore una volta in casa. Il generale abbracciò un uomo vestito elegante e con dei baffetti molto sottili. Quest’uomo era molto schizzinoso ed ordinato.
    Ci fece accomodare tutti nel salotto,e poi ci fece offrire un the.
    “Ti ho portato i nuovi arrivati.” disse il generale.
    “Bene,facciamo conoscenza.” disse l’ometto.
    Jeff si presentò e strinse la mano all’uomo,poi lo feci anch’io.
    “Hanno già imparato il mestiere?” chiese l’ometto.
    “Si e no. Jeff ha già lavorato per me tre volte,John solo una.” rispose il generale.
    L’uomo sorseggiò il the.
    “Beh,prima erano militari,no? L’importante è che sappiano tenere in mano un’arma.” disse l’ometto.
    “Si,sono militari.” rispose il generale,poi bevve anche lui.
    “Va bene,potete andare. Ci si vede domani alle 9 e mezza davanti casa mia.” disse il generale.
    “Vieni,John,ti accompagno a casa.” disse Jeff alzandosi.
    “Arrivederci.” dissi io.
    “Arrivederci.” rispose l’uomo.
    Jeff mi accompagnò a casa.
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