Migrazioni Digitali
La subcultura dei migranti digitali
Come Internet, la tecnologia e i videogiochi hanno cambiato la mia generazione.
Anno del Signore 21 d.I. (dopo Internet).
Mi chiamo Ivan F., ho un'età compresa tra i 14 e i 75 anni, vivo da qualche parte nel mondo. Non inserisco mai le mie generalità complete su Internet, per non diffondere i miei dati. Per lo stesso motivo non ho padre, non ho madre, non ho moglie o figli. Il mio indirizzo email è a disposizione di chiunque voglia offrirmi lavoro. Il mio indirizzo fisico di chiunque voglia inviarmi prodotti. Non sono iscritto a Facebook, perché lo reputo una perdita di tempo, ma questa affermazione potrebbe non corrispondere a verità. Ho un account Twitter, per promuovere la mia attività giornalistica. Su LinkedIn potete trovare il mio curriculum, ma in questi anni ho ricevuto più proposte che offerte. Uso Flickr solo per le foto personali, ma nessuno oltre me ha accesso al mio account. Sono iscritto a Instagram, sul quale non pubblico mai foto che ritraggano me, i miei familiari, la mia casa, il mio cane. In effetti, non ho un cane.
Circa ventuno anni fa non conoscevo Internet. Oggi appartengo alla generazione la cui vita è stata profondamente cambiata dalla Rete, e che ha potuto rendersene conto perché questo è avvenuto progressivamente. Io sono diverso dai miei conterranei, coetanei, colleghi, conoscenti che non utilizzano Internet. A qualsiasi persona del mondo, di qualsiasi razza, sesso ed età, con un accesso alla Rete e uno smartphone, io assomiglio di più.
Rispetto al passato, e rispetto a ciò che sarei potuto essere, oggi sono sicuramente una persona diversa. Non so se migliore o peggiore, solo diversa. Oggi la mia vita, i miei contatti, i miei ricordi, sono per gran parte digitali. Tutto ciò che può essere convertito in codice binario è stato convertito o lo sarà nel prossimo futuro. Tutto ciò che poteva essere salvato in Rete è stato salvato o lo sarà nel prossimo futuro. Oggi, una buona parte della mia vita è on the cloud. E se non sapete cosa significa, vuol dire che la vostra non lo è. Almeno, non ancora.

Quello che vorrei raccontare qui, tuttavia, sono i mille modi in cui la tecnologia mi ha cambiato. Esiste un mondo parallelo, fuori dai percorsi classici della realtà reale, in cui sembra effettivamente di essere in un'altra dimensione. Corrisponde ai luoghi popolati da quelle persone che, chi s'intende, definisce "netizen", ovvero i cittadini della Rete. Una subcultura che, a sua volta, si suddivide in mille altre subculture. La mia è quella dei migranti digitali: la generazione di coloro nati prima dell'era Internet, ma che oggi vivono nel pieno dell'accelerazione tecnologica. Nati uomini, cresciuti utenti, divenuti internauti.
Per chi non conosce queste dinamiche, mi rendo conto, potrebbe essere un argomento oscuro. Ma proprio per questo voglio iniziare i miei racconti con una serie di minimali esempi, come una sorta di introduzione spicciola a una generazione. Questi sono alcuni piccoli aspetti della mia vita che sono cambiati con la tecnologia...

Primo, la mia grafia è fortemente peggiorata. Non me ne rendo conto ora, certo. Eppure è stato un processo inevitabile. Assuefatto alla tastiera o ai joypad, negli anni ho quasi perso l'uso virtuoso della mano. E se un tempo la mia calligrafia era un trionfo di stile al limite dell'effeminato, oggi, semplicemente, scarabocchio. Mi ero salvato, fino a qualche anno, visto che continuavo a scrivere ogni tanto, se non altro per prendere appunti su carta. Oggi uso l'iPhone.
Secondo, leggo con criterio caotico. Non importa che sia un modulo d'iscrizione o un comunicato stampa: ormai ho perso l'abitudine a leggere dall'alto verso il basso o da sinistra verso destra. Al contrario. I miei occhi vagano spesso in modo erratico sulle pagine, cercando informazioni senza criterio apparente, per poi ricostruire tutto nella mia testa, quasi come fosse un ipertesto. A volte mi capita di farlo persino con i romanzi.
Terzo, sono diventato multitasking. Da tempo immemore non riesco più a fare una cosa per volta. A volte scrivo mentre dialogo in chat testuale con cinque persone, con le cuffie dell'iPod nelle orecchie e lo schermo della TV acceso. Addirittura sono arrivato a videogiocare sul mio TV LCD mentre, nel piccolo schermo del picture in picture, scorreva un film su Sky. In quel caso, basta sapere a quale audio dare priorità.
Quarto, comunico solo tecnologicamente. Da bambino avevo amici di penna. Poi è arrivato Internet. In futuro, non so. Quando si conosce qualcuno oggi è tutto diverso. Mio nonno chiedeva l'indirizzo. Mio padre il telefono. Io chiedo l'email. Da qualche anno arrivo a domandare il solo contatto MSN, o persino quello Skype. Un giorno, forse, chiederò di scansionare il codice a barre.
Quinto, ho perso il contatto. Oggi conosco cento volte le persone che conoscevo dieci anni fa. Cinquanta volte quelle che avrei conosciuto non ci fosse Internet. Parlo ogni giorno con più gente di un rappresentante di ossigeno. Ma perlopiù ho perso il contatto, sia fisico che visivo. Ho colleghi di lavoro, e soprattutto amici che, letteralmente, non ho mai visto di persona.
Sesto, vivo in un "altro" mondo. Quando discuto con altre persone, non posso fare a meno di inquadrarle come "dentro" o "fuori" dal mio mondo. Ovvero, da Internet. Non si tratta di sole competenze. Se dialogo con qualcuno che non conosce i videogiochi, poco importa, si parlerà d'altro. Ma essere o meno in Internet, avere un'email, informarsi online, comprendere la cultura della Rete, significa oggi avere esperienza di un luogo parallelo. Non è più una declinazione del nostro mondo, come potrebbe esserlo la passione per la speleologia o conoscere il giapponese. È realmente un altro piano di esistenza.
Fine. Esistono molti altri modi in cui la tecnologia mi ha cambiato, e continua a cambiarmi, ma degli altri racconterò in futuro. Anche perché questa è l'epoca dell'accelerazione tecno-antropologica. Un tempo non sapevi cosa sarebbe accaduto domani. Oggi non puoi sapere cosa sarai tu domani.
