Next Level

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Next Level è l'angolo che Videogame.it dedica alle riflessioni, agli approfondimenti, alle opinioni e alle "sbroccate telematiche" di Lorenzo Antonelli. Questa rubrica ospiterà disquisizioni videoludiche trasversali e approfondite... qualunque cosa questo voglia dire. Oppure, semplicemente, delle boiate pazzesche. Serve dire che "non necessariamente le opinioni di Lorenzo Antonelli coincidono con quelle di Videogame.it?". Beh, forse sì.
Rubrica

Over the Dog

Il mio cane, l'etica del game over e la sua riduzione videoludica.

di Lorenzo Antonelli, pubblicato il

Comincio pesante, perché da qualche parte dovrò pur muovermi. È chiaro che la scrittura si configuri quale attività malsana e fortemente dolorosa. Si tratta, invero, di un processo logorante, che costringe a buttar giù malefiche tossine - di ogni più disparata foggia – così da metabolizzarle tutte e lucidamente narrarne gli effetti. Sicché mi trovo a scrivere un editoriale sui videogiochi per raccontare quel che si prova, ma a quanto pare non ho idee, neppure il più miserevole stimolo indotto. Comprensibile, si direbbe, dato che il mese scorso mi è morto il cane. No, un attimo, questa la rifaccio meglio.
Eccola: il mese scorso il mio cane Marvin ha lampeggiato per tre volte come in un coin-op e al suo posto è apparsa la scritta GAME OVER.
INSERT COIN un fico secco, Marvin è svanito nel nulla, senza neppure un CONTINUE e il tipico conto alla rovescia per affrettarsi a cercare l'ultimo gettone che resta nei pantaloni. Certo, sono abbastanza maturo per affrontare cose simili e so bene che la vita non è un videogioco, eppure la diagnostica canina effettuata dal dottor Derek Styles era azzeccata fin da principio: si trattava di un bug bello grosso, ce l'aveva messo Bowser di sicuro, inutile continuare a giocarci intorno.

Ricordo esattamente che Marvin portava i baffi, era mancino, col pelo corto, nero focato: tutto il contrario di Amaterasu. Non aveva il microchip, ma al suo interno lavorava un'infallibile scheda logica che processava un ampio ventaglio di splendide azioni scriptate, senza mai un solo rallentamento, un dog clipping o uno sconto d'incondizionato affetto. Osservato da una particolare prospettiva (quella della mera fantasia) pareva addirittura Agro, il cavallo che prima muore e sei triste e poi invece no e ridiventi medio.
Era una lontra dai piedi palmati e aveva più zanne di Gamera, sapeva concimare un'intera piantagione di Pikmin, poi sonnecchiava in posizione Morfosfera e se gli lanciavo il bastone me lo riportava come Kilik. Tutto sommato era un cane fiero e più spavaldo di Parappa: correva a trenta fotogrammi al secondo e di notte si aggirava per le stanze buie come un vampiro nano di Castlevania, pronto a succhiarti affetto nel sonno.
Non temeva neppure i mastini infernali di Capcom e, per intenderci, era uguale identico a Dog di Half-Life 2, solo molto più piccolo, di almeno cinquemila volte. Ricordo ancora quella volta al parco, quando fece feci tra altre feci, costringendomi alla delicata rimozione della corretta nefandezza, pescando quella giusta nel mucchio: mi regalò un adorabile puzzle game, per quanto Jenga e non mi fosse mai piaciuto.
Marvin era il cane più arcade di tutti.

Ora mi dicono che bisogna farsene una ragione, che sono cose che accadono, che la vita, la morte e i cani, ma la verità è un'altra e non sta di certo nel mezzo. Sta piuttosto nel fatto che io scrivevo tutti i miei articoli assieme a lui, avvolto in un tiepido crogiuolo di tepore e soffice velluto canino. Eravamo soliti fare così: lui dettava il pezzo e io, zelante, battevo come un forsennato sulla tastiera. Se restavo troppo indietro nella digitazione, era sempre pronto a redarguirmi severo, in quanto tedesco fino al midollo.
Dovrei dunque scrivere un editoriale sui videogiochi, ma nessuna idea mi sembra quella giusta, quella per cui valga la pena dannarsi: sono fermo e resto immobile, inchiodato su una pagina bianca di un word processor che non funziona più se non c'è più il mio Kazooie appollaiato sulle spalle. Come un inutile Banjo osservo mio figlio che gioca a pochi passi più in là, immerso nel suo tenero fantaverso di figurine Pokè-qualcosa. Si rende conto di essere osservato, quindi mi sorride felice e garrulo mi porge un delicatissimo fossile: è un tirannosauro preistorico di milioni d'anni fa. Lo esamino con attenzione, è piuttosto pesante, ma come diavolo avrà mai fatto mio figlio a sollevarlo con sì tanta naturalezza? Prendo il mio pennello da geologo, ma l'atavico osso mi si sgretola tra le mani e dappresso mi si sgretola anche mio figlio. Non può essere, tutto questo è solo frutto della mia immaginazione distorta, ho smesso di prendere le mie medicine per la confusione mentale e non ho ancora superato il trauma relativo all'esser stato testimone di un brutto fattaccio: l'annegamento di mia moglie precipitata a peso morto in un torrente con tutto il suo DSi mentre giocava rapita a Nintendogs. Forse con un pack di Stasi si sarebbe potuta salvare o quantomeno avrei recuperato il prezioso handheld.

Sono alle strette, debbo necessariamente scrivere un editoriale sui videogiochi e conviene che lo faccia in fretta, sto divagando troppo. Potrei parlare di un gioco di nicchia e sconosciuto ai più - di Dante's Inferno - stando ben attento a non inciampare nella bolgia dei banali. Scriverei che il virtuale non è affatto il contrario del reale, ma anzi, una sua "concreta" possibilità. Esso, di fatto, espande e rafforza i confini dell'attuale, sostituendo alla piatta e limitata costrizione della presenza fisica una mirabile schiusa di prospettive future più che possibili, prospettive reali. Proprio come fa Dante's Inferno: ecco perché oggi è importante parlarne. Ma d'un tratto mi sovvengono le parole che Marvin mi sussurrò in punto di morte, prima di sparire per sempre con una triplice intermittenza verde: "Ma non è forse vero che il tuo voler guardare a tutti i costi il mondo e i suoi accadimenti come se si trattassero di una vivida estensione dell'immaginario tecnologico, cercando rifugio nelle rassicuranti dimensioni videoludiche, corrisponda alla falsa utopia di un futuro migliore?".

Era una domanda retorica, entrambi conoscevamo la risposta.
Si stava solo prendendo gioco di me, ancora una volta, come il più bel giocattolo che io abbia mai avuto. Un giocattolo vero.


Commenti

  1. Jacky

     
    #1
    Bravo, bravo Fotone.
    Splendido epitaffio, apprezzato tanto più in veste di ex-"padrone" (che brutto) di cane.
  2. fogman

     
    #2
    Bellissimo pensiero, Fot-1.
    So anche io cosa vuol dire perdere un amico peloso. Complimenti e un abbraccio.
  3. Fotone

     
    #3
    Grazie di cuore, rigiro i complimenti a Marvin, che ci legge sempre.
    Jacky, è come dice Elio: cani e padroni di cani...

  4. utente_deiscritto_27962

     
    #4
    Bravo, molto bello. :nworthy:
  5. StuntMan75

     
    #5
    Non posso che commentare con un pensiero rivolto alla speranza... immaginando che il futuro migliore "utopico" dei videogame.. lo stanno vivendo ora Marvin e Shana finalmente amici in una dimensione dove le taglie non hanno peso ne forma,lasciando spazio ai loro animi giocosi sempre pronti a correre dietro una pallina che rimbalza all'infinito nei nostri pensieri.
    MC'75
  6. |Sole|

     
    #6
    Ho visto Marvin solo una volta.

    Interpretava Stefano Castelli.

    Oh, U-GUA-LE!

    Che artista!
  7. _LordByron_

     
    #7
    Mi spiace molto per il cucciolo :(
    Passando a cose più frivole, scrivi veramente bene, complimenti a te e a chi ti ha "accalappiato". :)
  8. Fotone

     
    #8
    |Sole| ha scritto:
    Interpretava Stefano Castelli.
    Oh, U-GUA-LE!
     Credo che Marvin (altezza misurata all'infimo garrese) superasse addirittura Castelli di 4 o 5 centimetri...

    :))
  9. DoctorGeo

     
    #9
    Veramente splendido.
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