Retr-odd-gaming
Giochi con le palle!
Quando il flipper incontra dei programmatori folli.
Re incontrastato della scena arcade sino agli anni Settanta, il flipper è considerato a tutti gli effetti il precursore dei videogiochi e viene tutt’ora omaggiato nell’ambito dell’intrattenimento elettronico attraverso varie riproduzioni digitali, che ne portano avanti la tradizione. In rari casi, però, l’incontro tra videogame e pinball si è risolto in qualcosa di più creativo rispetto alla mera trasposizione in pixel o poligoni di tavole inclinate, respingenti e sfere di metallo. Si tratta di prodotti assolutamente bizzarri, che hanno tentato d’ibridare in maniera profonda le dinamiche del flipper con elementi di gameplay tratti dai generi videoludici più disparati, dagli shoot ‘em up agli RPG.
A tal proposito, uno dei primi esempi significativi è Pinball Quest, pubblicato nel 1990 da Jaleco per NES. Oltre a un assortimento di tre tavole da flipper digitali diverse, da affrontare in maniera tradizionale, il gioco offre l’assurdo ‘RPG Mode’, ossia una vera e propria avventura arcade sulla falsariga di Legend of Zelda, rivisitata, però, in chiave pinball. Similmente al videogioco ispiratore, la cutscene iniziale mostra la principessa di un reame fatato venire rapita dalle forze del male e l’eroe di turno partire alla sua ricerca, solo che al posto di Link c’è uno stravagante cavaliere-pallina.

IT’S JUST A LITTLE CRUSH…
Nell’ambito dei pinball elettronici weird, riveste una posizione di particolare rilievo la trilogia ‘Crush’ realizzata da Naxat a cavallo tra il 1989 e il 1992, comprendente Alien Crush (1989, per PC Engine), Devil’s Crush (1990, per PC Engine e Megadrive) e Jaki Crush (1992, per SNES). A differenziare tra loro i tre prodotti è principalmente l’ambientazione, che s’ispira ad altrettante declinazioni del genere horror, passando dalla fantascienza cupa in stile Alien alle atmosfere gotico-esoteriche, sino a giungere nel territorio degli ‘youkai’, ovvero dei demoni e dei mostri della tradizione nipponica. A parte questo, ciò che viene proposto è in tutti i casi un peculiare videoflipper interattivo, dove le tavole sono popolate da creature mostruose vaganti per lo schermo, elementi demolibili e passaggi segreti, che conducono a sottolivelli dove si debbono affrontare vari mini-giochi o dei veri e propri guardiani di fine livello.

Il concept alla base dei pinball virtuali di Naxat è quello di sfruttare le potenzialità del medium videoudico per generare un ambiente mutevole, capace di evolvere la classica struttura del flipper digitale tramite l’inserimento di gimmick e ostacoli sempre diversi, imprevedibili. Per esempio, distruggendo le uova aliene disposte ai lati della tavola principale di Alien Crush si faranno uscire delle creature simili ai Face Hugger, che dovranno essere prontamente schiacciate con la pallina, oppure, entrando nelle aree bonus di Devil’s Crush, ci si dovrà confrontare con teschi mostruosi o con una sorta di idra raccapricciante, agendo sulla biglia secondo dinamiche ibride tra quelle del flipper, degli shoot ‘em up e dei videogiochi à la Arkanoid.


VISIONI PARANOICHE
Tra gli ultimi esponenti di questo filone sperimentale c’è Paranoiascape, gioco pubblicato da Mathilda Software nel 1998 per PlayStation e ideato da Joji Tani, ossia dal maestro giapponese degli effetti speciali splatter, meglio noto come Screaming Mad George, pseudonimo con cui l’artista ha griffato gli FX di varie pellicole di registi horror di culto, quali Brian Yuzna, e di video musicali particolarmente macabri, tra cui si annoverano Closer dei Nine Inch Nails e The Dope Show di Marilyn Manson. In Paranoiascape, l’immaginario allucinato del creativo nipponico si sposa con una sorta di versione poligonale dei pinball virtuali di Naxat, dando alla luce uno dei videogiochi più bizzarri di sempre.

Alla guida di una coppia di cherubini scheletrici armati di tibie giganti, che fungono da pinne da flipper, l’utente è chiamato a percorre diversi livelli, spedendo una pallina a forma di fuoco fatuo contro vari esseri mostruosi per eliminarli, evitando gli ostacoli presenti nell’ambiente e centrando particolari elementi dello sfondo, che aprono l’accesso alle sezioni avanzate di ciascuno stage. Non mancano i percorsi alternativi e i guardiani di fine livello, che concorrono, insieme agli altri elementi di gioco, ad affrescare quello che può essere definito come un mix tra flipper, FPS e shoot ‘em up su binari. Il design di Screaming Mad George costituisce un ulteriore valore aggiunto, che si sposa perfettamente con la natura bizzarra del gameplay e si esplica sotto forma di sfondi disturbanti (come tunnel più simili a budelli intestinali o cieli costituiti da una distesa infinita di occhi sgranati) e creature assurde, tra cui spiccano i guardiani finali, rappresentati da indescrivibili incubi anatomici.
In definitiva, i videopinball rappresentano una nicchia del retrogaming da esplorare per capire come attraverso il connubio di meccaniche tradizionali, ficcante applicazione del linguaggio videoludico e una vena di follia sia possibile creare qualcosa di originale e assolutamente divertente.