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Stranezze e curiosità che saltano fuori spulciando la storia dei videogiochi.
Editoriale

Giochi di... cacca!

Quando i pixel del mondo videoludico si tingono di marrone.

di Piero Ciccioli, pubblicato il

Lo humor a sfondo scatologico è da sempre uno dei tratti distintivi della comicità giapponese, dove le secrezioni fecali sono al centro di siparietti comici tutt’altro che disgustosi o triviali, spesso al limite del “kawaii”. Si passa dalle ormai iconiche cacche a pagoda con cui gioca la piccola androide Arale, protagonista del manga/anime Dr. Slump, alla recente serie animata Unko-san, tutta incentrata sulle esilaranti avventure di graziose feci antropomorfe.

Essendo profondamente integrato nel contesto pop-culturale del Sol Levante, il videogioco nipponico non poteva evitare di accogliere nel proprio immaginario tale topos umoristico, che fa capolino in svariate produzioni ludiche, arrivando talvolta a essere il dominatore assoluto della scena. È quest’ultimo il caso di Toilet Kids, un folle shoot ‘em up a scrolling verticale per PC-Engine, pubblicato da Media Ring nel 1992 e tutto incentrato sulla lotta senza quartiere a un esercito di escrementi mutanti.

Il boss finale di Toilet Kids fa bella mostra di sé sulla cover del gioco, attestando come, in Giappone, persino l’iconografia religiosa non sfugge al dissacrante humor scatologico. - Retr-odd-gaming
Il boss finale di Toilet Kids fa bella mostra di sé sulla cover del gioco, attestando come, in Giappone, persino l’iconografia religiosa non sfugge al dissacrante humor scatologico.

Le premesse del gioco sono già un’esilarante dichiarazione d’intenti e vedono il piccolo Daisuke venire risucchiato dalla tazza del water per poi essere teletrasportato in un mondo popolato da cacche e sederi ostili, pronti a seppellire il malcapitato sotto una spessa coltre di sostanza marrone. A bordo di un vasetto da notte volante, Daisuke (eventualmente affiancato da un’amica, nella modalità a due giocatori) dovrà farsi strada attraverso una pioggia torrenziale di feci, peti e urine, sino ad arrivare allo scontro finale con il grande imperatore degli escrementi (una sorta di Buddha coronato da merdine a pagoda), che è l’unico in grado di riaprire il “water dimensionale” e riportare il bambino al suo luogo d’origine.

Concettualmente identico al Detana!! TwinBee (1991) di Konami, Toilet Kids prevede un duplice sistema di fuoco, che abbina sparo frontale e colpi aria-terra, per consentire di abbattere selettivamente i nemici volanti e quelli che attaccano dal suolo. L’innovazione sta tutta nell’estetica bizzarra, che sposa una stilizzazione super deformed con un florilegio di trovate scatologiche sopra le righe. Si sorvoleranno deserti costellati da piramidi in stile egizio che culminano con un enorme escremento attorcigliato e ci si immergerà in oceani popolati da ostriche giganti che nascondono al loro interno una cacca fumante, invece della tradizionale perla. Gli avversari sono, se possibile, ancora più folli e annoverano tra le loro fila calamari con un sedere umano al posto dei tentacoli, rinoceronti con un corno costituito da un escremento appuntito e torrette antiaeree a forma di latrina, che sparano feci. Nonostante la grafica piuttosto grezza e un gameplay che risulta ai fatti una fotocopia sbiadita di quello del suo illustre ispiratore, Toilet Kids è un tripudio di trovate talmente assurde da segnare la storia del videogioco weird.

Due pagine tratte dal manuale di Toilet Kids, che forniscono una overview dei quattro livelli di gioco e danno un assaggio della kermesse di bizzarrie scatologiche con cui l’utente dovrà confrontarsi. - Retr-odd-gaming
Due pagine tratte dal manuale di Toilet Kids, che forniscono una overview dei quattro livelli di gioco e danno un assaggio della kermesse di bizzarrie scatologiche con cui l’utente dovrà confrontarsi.

Disgustorama

Il legame tra comicità scatologica giapponese e videogioco si fa ancora più intimo nel 1999, anno in cui NAC Humanistic Developement pubblica per PlayStation e Wanderswan Engacho!. Il titolo deriva da un’esclamazione che i ragazzini nipponici pronunciano in occasione di un evento disgustoso e che viene seguita da un breve scambio di gesti scaramantici atti a esorcizzare il fattaccio, risultando, in sintesi, l’equivalente del nostrano “pestare una cacca porta fortuna”. Questo aspetto folkloristico è il punto di partenza per introdurre la folle storia di Sunzuki, un bimbo oltremodo insicuro, che viene spedito dal padre in una bizzarra missione atta a fargli vincere le sue paure. La sfida si svolge in un labirinto di oltre trecento livelli, popolato dagli Oops Five, ovvero da un quintetto di grottesche creature che allegorizzano le schifezze più disparate. Si va da Spicy, che può stordire con i suoi miasmi ascellari, a Dembu, capace di scaricare letali tsunami di diarrea, passando per Hanabishin, il quale travolge le proprie vittime con uno scroscio di muco nasale.

Il gameplay è una sorta di rivisitazione a turni di Pac-Man, con qualche elemento preso in prestito dal gioco degli scacchi. In sostanza, Sunzuki deve raggiungere l’uscita di ciascun livello del labirinto, dribblando gli Oops Five che lo braccano. Durante il suo turno, il giocatore può effettuare un determinato numero di movimenti, dopodiché è la volta dei nemici. Similmente ai vari fantasmini del classico coin-op Namco, ciascun tipo di avversario risponde agli spostamenti di Sunzuki seguendo pattern precisi, c’è chi riproduce fedelmente le mosse del protagonista e chi le replica al contrario. Perciò, l’utente deve studiare saggiamente il tragitto da percorrere per non venire intercettato dagli Oops Five e incappare, appunto, nell’engacho.

Ogni volta che si superano venti livelli, Engacho! propone uno stage speciale in cui Sunzuki sfida il padre e dovrà far sì che quest’ultimo incappi negli Oops Five. Per variare ulteriormente la formula, il gioco comprende anche qualche arena multiplayer, in cui si dovrà raggiungere l’uscita prima dell’avversario o farlo finire tra i liquami del disgustoso quintetto. - Retr-odd-gaming
Ogni volta che si superano venti livelli, Engacho! propone uno stage speciale in cui Sunzuki sfida il padre e dovrà far sì che quest’ultimo incappi negli Oops Five. Per variare ulteriormente la formula, il gioco comprende anche qualche arena multiplayer, in cui si dovrà raggiungere l’uscita prima dell’avversario o farlo finire tra i liquami del disgustoso quintetto.

La bizzarria del game design fa il paio con l’estetica assolutamente weird griffata da UrumaDelvi, una coppia di coniugi dediti alla produzione di animazioni umoristiche per bambini, caratterizzate da una spiccata vocazione verso gli elementi disgustosi (abbiamo, per esempio, storie di razzi mandati in orbita utilizzando come propellente le flatulenze di un astronauta costretto a ingurgitare tonnellate di patate dolci).
Nel complesso, Engacho! sintetizza in videogioco uno degli aspetti più strani della cultura pop giapponese, risultando, allo stesso tempo, un puzzle game piuttosto originale e fuori dagli schemi.

L’Occidente, intanto, si scaccola

Anche il videogioco occidentale non si trattiene dall’utilizzare le secrezioni corporee più repellenti come elemento di gameplay, anche se le ragioni pop-culturali a monte di tale scelta sono assai differenti. Il fenomeno, in questo caso, nasce durante la prima metà degli anni Novanta ed è legato alla "adolescenza inquieta" del game design occidentale. Quest’ultimo, infatti, inizia a proporre in maniera massiccia contenuti politicamente scorretti, sia per solleticare i bassi istinti del giocatore, sia per affrancare in qualche modo l’intrattenimento elettronico dal cliché di medium infantile. Così, mentre Doom e Mortal Kombat alzano l’asticella della violenza digitale, titoli come Boogerman: A Pick and Flick Adventure (1995) calcano il piede sull’acceleratore del disgustoso.

A metà degli anni Novanta, le pubblicità occidentali dei videogiochi iniziano ad attrarre il consumatore sovraesponendo gli aspetti politicamente scorretti dei prodotti trattati. Nel caso di Boogerman, viene messa in bella mostra la possibilità del protagonista di eliminare gli avversari a suon di peti. - Retr-odd-gaming
A metà degli anni Novanta, le pubblicità occidentali dei videogiochi iniziano ad attrarre il consumatore sovraesponendo gli aspetti politicamente scorretti dei prodotti trattati. Nel caso di Boogerman, viene messa in bella mostra la possibilità del protagonista di eliminare gli avversari a suon di peti.

Sviluppato da Interplay per Mega Drive e Super NES, Boogerman è un platform piuttosto convenzionale, che si distingue dalla concorrenza per via del design del protagonista, ossia un grottesco individuo dotato di superpoteri vomitevoli. Si tratta di una sorta di clochard obeso, vestito con una ridicola tutina supereroistica di fortuna, che deve arginare un’invasione di mutanti tirando micidiali caccole e sputi o, nei casi più disperati, ricorrendo a rutti e flatulenze. Inoltre, se adeguatamente carico di gas intestinali, Boogerman può incendiare i propri peti per ottenere una propulsione extra, capace di fargli raggiungere piattaforme altrimenti inaccessibili.

L’umorismo gretto e carnascialesco influenza anche il design dei livelli, che presentano “finezze” come liane fatte di muco nasale, tazze del water che conducono a livelli bonus, colate di cerume e cascate di vomito. La caratterizzazione delle creature, invece, strizza l’occhio alle serie televisive per adolescenti più in voga ai tempi, ispirandosi alle assurde creature sputa-slime dell’adattamento animato di Ghostbusters o ai mutanti nati dalle fogne e dalla spazzatura, come quelli di Teenage Mutant Ninja Turtles.
In definitiva, Boogerman non è solo il manifesto del game design “disgustoso” occidentale, ma è anche un’interessante istantanea scattata su una delle fasi più turbolente del rapporto tra videogioco e società.


Commenti

  1. giovanna93

     
    #1
    O mio Dio non ci credo. Lotte contro eserciti di escrementi umani? Ma stiamo scherzando?
  2. eziokratos

     
    #2
    :lol: :lol: :lol:
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