Trigger

Trigger

Lo spazio editoriale per le riflessioni di Vincenzo Ercole, al secolo "chrono". Uno sguardo al videogioco da una prospettiva inconsueta, un'analisi tra il chiaro e il contorto delle sensazioni che questo meraviglioso media suscita in noi. Esagerato? Sempre, ma mai per caso.
Rubrica

Shiren contro Shiren

Dal campo di stelle alla terra delle banane.

di Vincenzo Ercole, pubblicato il

Sono circa ottocento i chilometri che separano Saint Jean Pied de Port, sui Pirenei, da Santiago de Compostela, nord ovest della Spagna, l'oceano poco distante. Ottocento chilometri da percorrere a piedi o in bicicletta per raggiungere la cattedrale dove, si dice, riposa l'apostolo Giacomo il maggiore.
Quest'estate, zaino in spalla, un mese di tempo a disposizione, mi sono rimesso in marcia, e per la seconda volta in tre anni ho attraversato la Spagna da est a ovest, ripetendo un pellegrinaggio che condensa, nelle esperienze offerte, la vita di chi lo affronta.
Ogni giorno si cammina dalle sette alle otto ore; si parte all'alba, meglio alle cinque o alle sei se in periodi estivi, e si conclude la tappa non più tardi dell'una: il sole delle due del pomeriggio sa essere letale. In media si percorrono dai venticinque ai trenta chilometri al giorno. I dieci chili scarsi che si portano sulle spalle non consentono velocità superiori ai quattro o cinque chilometri all'ora. Gli spazi si dilatano, i minuti corrono lenti, il tempo è scandito dall'ombra: lunga al mattino, appiccicata al corpo a mezzogiorno.
Il pomeriggio è un transito: bisogna lavare le proprie cose, preparare il letto, farsi una doccia, sistemare lo zaino, curare gli acciacchi e concedersi un breve riposo. Verso le cinque, a seconda del luogo nel quale ci si trova, trovano spazio una passeggiata, un bagno nel fiume, la ricerca di un buon ristorantino nel quale farsi servire qualche piatto tipico (meglio evitare i menu del pellegrino, uguali a loro stessi dall'inizio alla fine del viaggio) o la compagnia di altri pellegrini, provenienti da ogni parte del mondo: non mancano coreani, australiani e neozelandesi. Bere birra con gli scozzesi e kalimotxo con i canadesi può essere deleterio per la salute e il proprio equilibrio psicofisico.
La sera giunge presto, come il desiderio di coricarsi. Alle dieci si è già immersi in un sonno profondo e vuoto, la fatica accumulata cancella persino i sogni. La mattina dopo si ricomincia, altri chilometri da macinare, gesti sempre uguali da ripetere. Eppure la densità dell'esperienza è tale, che ogni giorno si riempie di un significato diverso, e dopo aver attraversato i primi tre o quattrocento chilometri, vinta la fatica, superati i dolori, il corpo ormai attivo, si comincia a pensare, riflettere, ragionare.

Ci si annoia, anche. Nella vita non riusciamo sempre a dare il meglio di noi stessi, a volte ci svegliamo "storti", spesso desideriamo che una giornata finisca il prima possibile, capita che non ci vada di vedere nessuno. Vibrare alla massima velocità è faticoso. Lungo il Cammino è lo stesso. Chiusi dentro il sacco a pelo, i muscoli ancora doloranti, il ginocchio che scricchiola, una vescica che pulsa, non vorremmo più alzarci dalla branda e restare a dormire fino a mezzogiorno inoltrato. "Ma chi me lo ha fatto fare?", viene spontaneo chiedersi. Sono quei giorni in cui si cammina a testa bassa, i piedi come unico panorama possibile, si brama un caffé come ancora di salvezza, e non si vede l'ora di arrivare all'ostello successivo per tornare a dormire. Il minimo rumore diventa insopportabile: quel pellegrino gioviale, che rende ogni bevuta una festa, si trasforma in un essere maleducato e inopportuno, il cicaleccio dell'allegra comitiva francese rompe i timpani, l'uomo che russa poco più in là è un demone che ci perseguita. La tolleranza scende a zero. "Silence, please!". Il buon pellegrino sa che possono arrivare momenti simili e sa anche che il modo migliore per superarli è spezzare il ritmo con qualcosa che distenda e rilassi: un diario da scrivere, un libro da leggere, il Nintendo DS.

Non mi sarebbe mancata l'opportunità di giocare. Il primo pellegrinaggio a Santiago mi aveva insegnato che affrontare le cose con spirito radicale non serve; anche in un contesto profondo, persino mistico, la leggerezza è l'invitata d'onore: aiuta ad affrontare le cose con la giusta prospettiva e a non perdere di vista sé stessi. E allora, da bravo "collezionista" e "cercatore d'oro", immaginavo che tra una cittadina e l'altra, dopo il deserto di grano e prima della croce di ferro, avrei trovato qualche negozio di giocattoli che custodiva vecchi titoli, un mercatino dell'antiquariato o uno "store" di videogiochi con offerte allettanti. Il problema, piuttosto, era cosa portarmi dietro da giocare.
Ho preparato lo zaino con estrema attenzione, all'interno solo lo stretto necessario. Di superfluo c'erano la guida al Cammino, un libro sottile e il Nintendo DS primo modello. Il peso è una variabile determinante: pochi etti in più affaticano il corpo oltre misura e rendono ogni tappa un supplizio infernale. Svuotare lo zaino fino a raggiungere il peso ideale è una costante del viaggio. Svuotare se stessi, è ciò a cui il Cammino può condurre.
Cosa giocare, dicevo? In realtà avevo già scelto. Il gioco lo avevo comprato qualche mese prima, non un titolo qualunque, ma il quarto episodio cronologico della mia saga preferita: Shiren the Wanderer 4, versione giapponese, l'unica disponibile. L'attesa era stata lunga.
Shiren 4 aspettava solo di essere provato. Le recensioni da svolgere per il sito e gli impegni quotidiani si erano frapposti tra me e la confezione, che mi guardava muta dal suo trono. Solo una lunga pausa, una rottura dagli standard di vita quotidiani, mi avrebbe permesso di dedicare al titolo Chunsoft il tempo che esso richiede per essere domato. La scelta di cominciare uno Shiren non è mai indifferente, come non è indifferente recarsi a Saint Jean Pied de Port per attraversare la Spagna: sono cammini composti da piccole tappe; superata una, ce n'è subito un'altra dietro l'angolo, più difficile e complessa, perché la fatica aumenta, perché l'avventuriero non sa mai che cosa lo attende. Lungo il Cammino si è un po' come una foglia, si può volare trascinati dal vento, e cadere l'attimo dopo. Così è il pellegrino, così è il giovane Shiren, sempre soggetto ai pericoli più astrusi, subdoli e imprevedibili: un mostro zucca che attraversa i muri e colpisce alle spalle, un vaso maledetto da cui spunta un nemico, una trappola che trasforma in banana e annulla le difese, un sasso che cade dall'alto, l'alito di fuoco dei draghi, una cannonata di un maiale armato, la magia di un mostro cappellaio. Non c'è mai tregua, rara la sensazione di essere forti. Spada e scudi, per quanto potenziati, non sono sufficienti. Il pericolo è dietro l'angolo, nascosto nel buio di un corridoio, lungo le salite di un monte, dove la strada lascia il posto ai sassi ed è facile inciampare, slogarsi una caviglia ed essere costretti a tornare a casa. Ma per ogni acciacco c'è una pomata.

Shiren the Wanderer 4 è il capitolo della saga che ho atteso con più trepidazione. La ragione è semplice: Chunsoft aveva annunciato un episodio che mescolava la struttura del primo e insuperato Shiren, 1995 Super Famicom, a quello di Shiren Gaiden, 2002 Dreamcast. In altre parole: una modalità storia da risolvere completando un percorso unico, inframmezzato da villaggi, e una pluralità di labirinti a tema nei quali partire disarmati e a livello uno. Le promesse sono state mantenute: stiamo per entrare nell'episodio di Shiren più denso e profondo mai realizzato. Un titolo barbaro, che dopo centocinquanta ore di gioco è lungi dall'essere completato.


Commenti

  1. Sempavor

     
    #1
    Chapeau, Mr. Ercole. :)
  2. TraXtorM

     
    #2
    Mistery Dungeon: Chrono The Next Wanderer.
  3. Dna

     
    #3
    quando ho fatto il viaggio in spagna del nord ad agosto verso santiago de compostela, che consiglio davvero a tutti, dopo aver passato una nottata a bere qualche buon tinto barricato, a farmi delle mangiate di carne alla griglia o a bere sidro a oviedo, quando vedevo i viandanti per strada sotto il sole d'agosto non ho mai potuto fare altro che pensare " ma come cazz fate a farvi tutta sta strada a piedi sotto il sole cocente di agosto"...in quei momenti ho davvero capito come l'aria condizionata in macchina sia una figata pazzesca...

    però arrivato a santiago, ho parcheggiato distante dal centro e mi sono fatto tutta la salita a piedi fino alla chiesa, a metà salità ero in affanno e mi sono dovuto aiutare come un bastone tipo Gandalf, sono arrivato in cima che sembrava avessi fatto il cammino partendo dal caucaso....

    comunque davvero /respect per aver fatto il cammino a piedi da solo, davvero una prova di forza!
  4. Andrea_23

     
    #4
    Apperò : D.
    Al ritorno treno però, no? :___D
  5. Zakimos

     
    #5
    Mi prenderò il mio tempo per leggere tutto, ma dopo solo la prima pagina, devo ripetere il mantra che accompagna ogni trigger da anni: sei un fottuto genio XD
  6. bocte

     
    #6
    Ho letto avidamente questo 'testamento' ancora qualche giorno fa ma ci ho messo un pochino a metabolizzare solo la 'scorza' di tutto quello che sottende.
    Shiren, il Cammino, la frustrazione e la determinazione, il Tormento e l'Estasi...
    Queste sono tra le pagine più dense ed emozionanti che io abbia mai letto in questo sito (ma non solo) e per me il tuo miglior pezzo di sempre.
    Grazie davvero di cuore.
  7. chrono

     
    #7
    Grazie di cuore a voi che leggete i miei testi e li commentate. Ogni mese è un piacere "inventare" qualcosa da proporvi.
    .
    Su Shiren e il Cammino torno a breve, su questo thread, ho miriadi di cose da raccontare.
  8. TraXtorM

     
    #8
    chrono ha scritto:
    Grazie di cuore a voi che leggete i miei testi e li commentate. Ogni mese è un piacere "inventare" qualcosa da proporvi.
    .
    Su Shiren e il Cammino torno a breve, su questo thread, ho miriadi di cose da raccontare.
     Chrono, che ne pensi di recuperare quel super post dove hai descritto la scalata al Fei?
Commenta

Per scrivere su Videogame.it devi essere registrato!