Trigger

Trigger

Lo spazio editoriale per le riflessioni di Vincenzo Ercole, al secolo "chrono". Uno sguardo al videogioco da una prospettiva inconsueta, un'analisi tra il chiaro e il contorto delle sensazioni che questo meraviglioso media suscita in noi. Esagerato? Sempre, ma mai per caso.
Rubrica

La comunità inesistente

Non ci resta che piangere.

di Vincenzo Ercole, pubblicato il

Linea di demarcazione

Io credo che il videogioco non debba avere nulla da spartire con film, libri e qualsivoglia altra forma artistica costruita intorno a un messaggio. Un videogioco intrattiene, diverte, coinvolge con le sue meccaniche e richiede o sviluppa quelle capacità necessarie alla sua risoluzione. Un videogioco può anche parlare, attraverso una storia, un intreccio di dialoghi, il susseguirsi di situazioni che toccano l'animo, ma convincere, istruire, smuovere, cambiare le persone non può essere il suo scopo primario. Altrimenti non parliamo più di un gioco, ma di qualcosa d'altro. Come quando andiamo a giocare a calcio. Giochiamo per divertirci, e giocando scopriamo l'altro da sé: il compagno di squadra, l'avversario, lo spirito di gruppo, il senso della vittoria, della sconfitta, la passione, la fraternità, il rispetto. Dal gioco può nascere qualcosa, ma se ciò che nasce pretende di sostituirsi al gioco o di esserne la fonte, allora ci imbattiamo nella didattica e assistiamo alla morte della gioia e del divertimento.
Io non gioco per riflettere sulla guerra; non mi interessa prendere un fucile in mano per capire che ammazzare è un atto deprecabile, e non accetto che qualcuno inserisca all'interno di una struttura neutra il suo messaggio: una regia che utilizza il contesto ludico per esprimere concetti. C'è un limite da rispettare, e questo limite va tracciato.

Il videogioco si è limitato per lungo tempo a rappresentare mondi possibili, nei quali elementi come l'eliminazione degli avverarsi e la morte del protagonista erano già presenti, nonostante il fantastico regnasse sovrano. Erano elementi funzionali alla struttura di gioco, però, non il motore intorno al quale lo stesso veniva costruito. Dolore, sopraffazione, morte: "accidenti" di una "sostanza" che mirava altrove.La diversità di coloro che comparivano su schermo (esseri immaginari con i quali era improbabile sviluppare empatia) permetteva di sorvolare su aspetti altrimenti delicati. Aveva senso interrogarsi sullo sterminio di funghi, mostri, lottatori plasticosi, demoni alati e conigli da battaglia?
Oggi, invece, alcuni videogiochi rappresentano un mondo reale, il nostro mondo, i nostri simili, la nostra storia. La realtà è subentrata nel gioco, ha sostituito la fantasia, e ci pone di fronte a dinamiche concrete e riconoscibili: riproduce corpi - i nostri corpi - ambienti, situazioni e fatti. La realtà si è fatta videogioco.
Questo per noi è interessante: è come se il videogioco si fosse spaccato in due. Da una parte il contesto primario, quello che conosciamo da sempre, per lo più innocuo e votato al mero intrattenimento; dall'altra un contesto secondario, sperimentale, nel quale il giocatore diviene spettatore di uno show precalcolato, ed è destinatario di un messaggio implicito. Giocare diviene un atto servile, nei confronti di un regista in attesa che la sua verità venga svelata. La palla è mia e giochiamo a modo mio.

Adesso, ora, su questa seconda realtà possiamo e dobbiamo interrogarci. Fino a dove può spingersi la visione di un regista? Quanto del nostro ruolo di giocatore siamo disposti a cedere? Accettiamo di essere destinatari di messaggi che non possiamo filtrare e modificare? Accettiamo di poter essere sottilmente indottrinati? È giusto che una guerra, qualsiasi guerra, guerra di uomini, venga riprodotta a nostro uso e consumo? È giusto poter uccidere, violentare, scassinare, spacciare in contesti che rispecchiano le nostre città? È giusto che il gioco si spinga oltre i limiti? E quali sono, questi limiti?
No, no, no, non rispondete adagiandovi sul PEGI, sul fatto che sono solo giochini (ci siete cascati di nuovo?), pensando che tanto non fa male a nessuno, tanto là fuori non cambia niente, ci sono i film, i libri, i fumetti, i porno, i telegiornali, gli uomini veri che fanno BOOM BOOM con i loro cannoni, si ammazzano e via dicendo. Rispondete da persone serie.

Siamo anche noi, soprattutto noi, a dover dire che cosa il videogioco può essere. Noi giocatori, che davanti alle televisioni o a uno schermo qualsiasi ci passiamo le ore, e noi specialisti di settore, che utilizziamo queste "caramelle dell'eterna giovinezza" per riempire pagine e pagine di articoli (e che con il frutto delle nostre speculazioni, a volte, campiamo); sì, proprio noi che potremmo rifiutare di recensire quei giochi che oltrepassano la soglia etico-morale da noi stessi stabilita, senza se e senza ma, in una linea editoriale; noi che, da individui, possiamo rifiutare di comprare quello che non riteniamo accettabile, a prescindere da qualsiasi discorso qualitativo. Noi che possiamo essere da esempio. Azzardo: noi che possiamo educare.

E insisto: siamo noi che "vogliamo" dettare all'industria dei videogiochi i limiti oltre ai quali non si può andare. Altrimenti lasciamo che sia ancora il "mondo di fuori", quello ignorante, supponente, arrogante e incompetente, come lo riteniamo, a indignarsi e a pronunciarsi al posto nostro. E allora… bravo onorevole Augusto Di Stanislao, mi compiaccio: perché hai parlato. Male, magari, per il tuo interesse, anche, per i voti degli elettori, perché no, ma hai parlato. Sì, hai parlato. Io no.
Bravo, perché mi hai ricordato che non esiste una comunità di videogiocatori, né una voce che ci rappresenti, e che siamo bravi a incazzarci solo quando ci toccano il giochino: - Sia mai che non compaia un tiranno brutto e cattivo che vieti il videogioco nel mondo.

Caro Bandito, cosa ne dici? Contro chi punti la tua pistola?


Commenti

  1. braunluis

     
    #1
    chrono ha scritto:
    La comunità inesistente: Non ci resta che piangere.
    Lucido e profondo come sempre, chrono. Interrogativi che squarciano una paurosa quanto silenziosa indolenza, quasi in mancanza di una coscienza "politica, ideologica e istituzionale" che sia voce dei videogiocatori tutti, mi permetto.
    La domanda finale che lanci è una bella quanto scomoda magagna per il bandito giopep.  
    Rimango su questi lidi, codardo, a vedere come e se la questione si sviluppa.
    A rifletterci magari anch'io un poco su.
  2. giopep

     
    #2
    braunluis ha scritto:
    Lucido e profondo come sempre, chrono. Interrogativi che squarciano una paurosa quanto silenziosa indolenza, quasi in mancanza di una coscienza "politica, ideologica e istituzionale" che sia voce dei videogiocatori tutti, mi permetto.
    La domanda finale che lanci è una bella quanto scomoda magagna per il bandito giopep.  
    Rimango su questi lidi, codardo, a vedere come e se la questione si sviluppa.
    A rifletterci magari anch'io un poco su.
     Scomodità zero, per quanto mi riguarda. Quoto parte di quello che gli ho scritto in mail quando per "eccesso di correttezza" mi ha chiesto preventivamente che ne pensassi dell'articolo (e, per inciso, in quel che non quoto c'è scritto anche, più o meno, "di base non farti problemi: è la tua rubrica, ci scrivi quel che vuoi, me ne cala poco se vai contro la rivista o un mio altro pezzo". Anzi, aggiungo qua, figata, se vai contro la rivista o un mio altro pezzo, mi sembra cosa molto normale, pubblicare opinioni divergenti):
    In realtà dove teoricamente staresti contraddicendo Il bandito non dici nulla con cui io non sia d'accordo: contro il fatto che l'unica cosa che videogiocatori e rivistari sanno fare in queste situazioni sia scattare in piedi come checche isteriche mi ci ero già, ehm, scagliato io, con un editoriale su PSM, ai tempi del vince chi seppellisce la bambina. E
    l'ho comunque accennato nei commenti alla rubrica, che non mi piace molto come cosa.
    Al limite ti posso contestare la tua visione su cosa debba o non debba essere un videogioco, perché è secondo me un ragionamento sbagliato. Il fatto che tu in un videogioco possa cercare o meno delle cose, non significa che così debba essere per forza per tutti. E in sostanza spendi più d'un paragrafo a spiegare quel che non dev'esserci in un videogioco quando invece è semplicemente quel che non ci vuoi tu. E, voglio dire, ma perché, c'è spazio per tutti e per i desideri di tutti, no? Se escono giochi fatti in una maniera che non ti piace, gioca agli altri e lasciali giocare a chi li apprezza.:D
    (Aggiunta "live": questo ovviamente non significa che non li si possa contestare e criticare, è il sentenziare che siano "sbagliati" in assoluto a lasciarmi sempre un po' perplesso. Per altro la mia posizione sulla questione credo di averla già espressa: non vedo come un problema l'esistenza di giochi col "regista", per semplificare quel che dice Chrono, il problema secondo me è che non ci sono "registi" adeguati, in questo settore. Alla peggio c'è gente che si distingue dalla palta e si merita una pacca sulla spalla.)
    Poi, quanto a Stanislava, il pressapochismo mi dà fastidio a prescindere, non perché si parli di videogiochi, al di là del fatto che probabilmente - ma non lo darei per scontato - se avesse parlato di metalmeccanici si sarebbe documentato almeno un po'. E compiacerti e fargli i complimenti mi sembra un po' strumentale, perché, sbaglierò, ma secondo me lo pensi anche tu, temo glie ne batta sega dei giochi di guerra, semplicemente sa che è argomento facile con l'elettorato bovino. Strumentale, insomma. :)
    In ogni caso, no problem, sul serio, mi risulta solo stonato il rivolgerti al Bandito, perché non vedo questo particolare contrasto, in  realtà.
    Masticazzi, tanto sono solo giochini. ;)
  3. Zakimos

     
    #3
    Chrono, vedo una piccola contraddizione interna nel pezzo.

    Molti con gli anni che passano arrivano alla consapevolezza che la comunità che li aveva affascinati anche solo per il fatto di esistere, dopo anni passati a pestar tasti senza domande, è non inesistente, su questo non concordo, ma semplicemente "non adulta".

    Ma allo stesso tempo arriva anche la consapevolezza che è l'hobby stesso ad esserlo: non ti è mai successo di guardarti indietro e pensare a tutte le volte che dicevamo "il videogioco è un medium adulto!" e renderti conto che, in realtà, ti stavi sbagliando? A me è successo.
    Ad altri non succede mai: non è questione di età né di maturità, è una questione.. personale.

    A mio modestissimo avviso i videogiochi per console (doverosa specificazione che lascia fuori un mondo intero di VG spesso ignorato, non a caso, dalla comunità di cui parliamo) SONO ragazzate, e come tali portano con sé una "mondo" tarato sulle ragazzate.
    A partire da sviluppatori vestiti e con il comportamento da adolescenti all'alba dei 40 anni, e per arrivare al giornalismo.

    Non c'è nessun messaggio imposto o inculcato: se oggi vediamo guerre con i talebani non è perché lo sviluppatore ha pensato di trasmetterci la sua visione della guerra, è perché l'idea di ammazzare talebani vende, punto.

    Contraddizione: se il mondo dei videogiochi è un mondo adolescenziale "di gioco", come tu stesso dici, perché dovrebbe esserci dietro una critica diversa?

    Sarebbe come pretendere una critica seria ed adulta su cose tipo i pupazzetti degli Exogini - che tra parentesi su internet C'E', solo che quando la leggi provi un effetto straniante.

    Concordo invece con il secondo messaggio: la verità dei "giochini" diventa spesso scusa per non autoregolamentarsi, altra classica reazione da adolescente.
    E l'evoluzione grafica della violenza non può e non deve essere presa sottogamba.

    La differenza tra Mercs e Medal of Honor sta nella reazione di tua madre quando passa davanti al televisore, senza bisogno di tante parole per spiegarla.
  4. babalot

     
    #4
    letto tutto. sulle conclusioni, volendo, ci posso anche stare, ma con una premessa: non penso che i giocatori stiano zitti perché amorali, accidiosi, annoiati o assuefatti. semplicemente credo che la "linea di demarcazione" di cui parli di continuo, quella oltre la quale un videogiocatore dovrebbe sollevare la testa, sia troppo difficile da collocare, anche solo da afferrare, perché si possa trovare un minimo di "accordo" tra videogiocatori, meno che mai tra giocatori e società civile. se ne può parlare negli anfratti dei forum e infatti se ne parla
    .
    anche perché mi pare che, chiedo venia se mi è sfuggito, non tieni granché conto di quanto possa spingersi "oltre" un contenuto (dove l'oltre è sempre e comunque soggettivo) laddove la visione artistica e la potenza dell'impianto creativo riescano a tenere in piedi la baracca anche a fronte di interpretazioni sbagliate, letture "povere", incapacità del pubblico di cogliere il valore dell'opera; tutte cose che comunque, a volte, sono riuscite ad affossare un prodotto culturale che avrebbe meritato ben altre fortune. Penso a uno dei miei film preferiti, L'Esorcista, che ancora oggi, a distanza di decenni dalla prima uscita, viene considerato da molti un "film dell'orrore" quando con l'horror ha veramente poco o nulla a che spartire, demonizzato sistematicamente dalle istituzioni solo perché aveva infranto un paio di tabù; è più o meno quello che è successo alla serie di Postal, che ancora oggi fa incredibilmente notizia.
    .
    da questo punto di vista, la questione Medal of Honor non mi tocca più di tanto perché non credo (felice di sbagliarmi) che la scelta di includere i talebani in multiplayer sia stata compiuta in forza di chissà quale potente visione artistica. semplicemente non puoi pubblicare un FPS bellico senza modalità multiplayer nel 2010, punto e basta. hanno sbagliato ad ambientarlo in Afghanistan? incredibile a dirsi, saremo noi a deciderlo, noi videogiocatori insensibili spaparanzati sul divano. basterà che MOH venda un filo meno di quanto EA si aspettava e vedrai che al prossimo giro cambiano di nuovo le carte in tavola. tanto agli stessi sviluppatori, ne sono quasi sicuro, di sto gioco frega meno di zero, non c'é un investimento artistico e creativo, sotto, che ne giustifichi una strenua difesa di fronte ai barbari dell'opinione pubblica.
    .
    per inciso, io per postal (e per l'esorcista) scenderei in strada a protestare, se lo vietassero. per MOH no.
  5. utente_deiscritto_148337

     
    #5
    babalot cut
    Fammi capire,secondo te in postal tutte le "amoralità" presenti sono messe li per qualche recondita ragione
    che il videogiocatore medio non riesce ad afferrare?
  6. babalot

     
    #6
    J VR ha scritto:
    Fammi capire,secondo te in postal tutte le "amoralità" presenti sono messe li per qualche recondita ragione
    che il videogiocatore medio non riesce ad afferrare?
     è una satira contro il politically correct. stanno lì apporta per scandalizzare e per il gusto di farlo. hai presente i titoli di coda de "il senso della vita" dei monty python? quello. se il videogiocatore medio non ci arriva pazienza, mica possiamo tarare la produzione di prodotti di intrattenimento sulla capacità di "arrivarci" dell'utente medio (non che tu abbia lasciato intenderlo, sia chiaro).
  7. utente_deiscritto_148337

     
    #7
    babalot ha scritto:
    è una satira contro il politically correct. stanno lì apporta per scandalizzare e per il gusto di farlo. hai presente i titoli di coda de "il senso della vita" dei monty python? quello. se il videogiocatore medio non ci arriva pazienza, mica possiamo tarare la produzione di prodotti di intrattenimento sulla capacità di "arrivarci" dell'utente medio (non che tu abbia lasciato intenderlo, sia chiaro).
    Ma secondo me è fatto apposta per vendere,e con ciò voglio ricollegarmi al tuo discorso sui talebani di MOH.
    Questo per farti capire che non ho visto nessuna creatività in Postal che non potesse esser replicata da
    qualsiasi altra Software House con un minimo di palle.
    Un gioco così lo potevo fare io come poteva farlo qualsiasi altra persona.
    Penso invece che se facevi un'accostamento con un gioco Rockstar l'esempio sarebbe calzato meglio,infatti trovo
    l'umorismo di alcuni loro giochi più velato,ma non per questo meno dissacrante.
  8. Piccolo

     
    #8
    Non capisco di cosa si stia discutendo fra le righe. Di un sindacato dei videogiocatori? Di una linea comune di difesa contro i media, di alfabetizzazione degli ignoranti e di condizionamento artistico degli sviluppatori?
    No, non sono giochini, no.
    Ma sono intrattenimento, questo si. E le regole che lo controllano sono solo quelle del mercato.
    Non vedo margini per fare tanta dietrologia. Con tutto il rispetto per quella che è e resta una interessantissima riflessione di Chrono.
  9. braunluis

     
    #9
    giopep ha scritto:
    Scomodità zero, per quanto mi riguarda. Quoto parte di quello che gli ho scritto in mail quando per "eccesso di correttezza" mi ha chiesto preventivamente che ne pensassi dell'articolo (e, per inciso, in quel che non quoto c'è scritto anche, più o meno, "di base non farti problemi: è la tua rubrica, ci scrivi quel che vuoi, me ne cala poco se vai contro la rivista o un mio altro pezzo". Anzi, aggiungo qua, figata, se vai contro la rivista o un mio altro pezzo, mi sembra cosa molto normale, pubblicare opinioni divergenti):
    In realtà dove teoricamente staresti contraddicendo Il bandito non dici nulla con cui io non sia d'accordo: contro il fatto che l'unica cosa che videogiocatori e rivistari sanno fare in queste situazioni sia scattare in piedi come checche isteriche mi ci ero già, ehm, scagliato io, con un editoriale su PSM, ai tempi del vince chi seppellisce la bambina. E
    l'ho comunque accennato nei commenti alla rubrica, che non mi piace molto come cosa.
    Al limite ti posso contestare la tua visione su cosa debba o non debba essere un videogioco, perché è secondo me un ragionamento sbagliato. Il fatto che tu in un videogioco possa cercare o meno delle cose, non significa che così debba essere per forza per tutti. E in sostanza spendi più d'un paragrafo a spiegare quel che non dev'esserci in un videogioco quando invece è semplicemente quel che non ci vuoi tu. E, voglio dire, ma perché, c'è spazio per tutti e per i desideri di tutti, no? Se escono giochi fatti in una maniera che non ti piace, gioca agli altri e lasciali giocare a chi li apprezza.:D
    (Aggiunta "live": questo ovviamente non significa che non li si possa contestare e criticare, è il sentenziare che siano "sbagliati" in assoluto a lasciarmi sempre un po' perplesso. Per altro la mia posizione sulla questione credo di averla già espressa: non vedo come un problema l'esistenza di giochi col "regista", per semplificare quel che dice Chrono, il problema secondo me è che non ci sono "registi" adeguati, in questo settore. Alla peggio c'è gente che si distingue dalla palta e si merita una pacca sulla spalla.)
    Poi, quanto a Stanislava, il pressapochismo mi dà fastidio a prescindere, non perché si parli di videogiochi, al di là del fatto che probabilmente - ma non lo darei per scontato - se avesse parlato di metalmeccanici si sarebbe documentato almeno un po'. E compiacerti e fargli i complimenti mi sembra un po' strumentale, perché, sbaglierò, ma secondo me lo pensi anche tu, temo glie ne batta sega dei giochi di guerra, semplicemente sa che è argomento facile con l'elettorato bovino. Strumentale, insomma. :)
    In ogni caso, no problem, sul serio, mi risulta solo stonato il rivolgerti al Bandito, perché non vedo questo particolare contrasto, in  realtà.
    Masticazzi, tanto sono solo giochini. ;)
    Ciò che mi interessa delle rubriche di chrono, avendola ravvisata in più di un'occasione, è la necessità che spesso informa i suoi articoli. Una necessità individuale che nasce dal bisogno impellente di un confronto collettivo. Dall’aver ravvisato certe contraddizioni che procurano un certo prurito.
    .
    Non credo di pisciare più di tanto fuori dal vaso affermando che chrono si scontri con la reticenza che oggi si ha di parlare davvero di etica e di morale, due gatte da pelare che di solito ci si fermano in strozza. Roba scomoda, per la
    quale si teme di passare poi per “moralisti” in un’era dove la facile reperibilità dell’esplicito scongiura sempre più l’ipotesi di indignazione etica o di pudore morale. (Oddio, un moralista! Mio Dio! Ammazzatelo!).
    .
    Non a caso Chrono tratta in un suo precedente articolo anche di altre forme di esplicito e violenza rappresentati, film, teatro, fumetti e altre espressioni, utilizzando spesso espressioni come linee di demarcazione, limite, confine, tollerabilità e quanto altro. Per non parlare della parola "schifo", a me molto cara, che compare in questa rubrica, ma scritta con un sentimento di fondo che nasconde più di quanto non voglia ammettere.
    .
    Eppure, parlare oggi non banalmente di etica o morale, per non dire di politica in una “comunità” come quella che pretende di essere quella della massa dei videogiocatori, risulta abbastanza strano. Perché?
    Ciò che magari non hai colto del tutto dell’articolo di Chrono, il senso dell’interrogativo finale che mi pare non abbia trovato argomentazione, è un assunto preciso: il mondo politico vive la “religione” della politica, la religione dei suoi “valori” (giusti, sbagliati o pressappochisti che siano). Da questa parte invece, per tutta risposta noi abbiamo la laicità del videogioco, all’interno di una “comunità inesistente” che gira e rigira ribadisce “Masticazzi, tanto sono solo giochini”.
    .
    Domanda:
    è una differenza di livelli d’intesa che secondo andrebbe ripensata? Oppure meglio restare senza voce, assistendo gli "atti di camera" d'un pressapochista Stanislava, che tanto sono solo giochini?
    ;)
  10. babalot

     
    #10
    J VR ha scritto:
    non ho visto nessuna creatività in Postal che non potesse esser replicata da
    qualsiasi altra Software House con un minimo di palle.
     ma siccome l'hanno fatto solo loro... :D
    .
    ho evitato di tirare in ballo la serie di GTA perché onestamente non l'ho mai trovata particolarmente "estrema", trasgressiva o che. chiaro che, artisticamente parlando, rockstar mette in campo un valore che running with scissors si sogna, per ovvi motivi. cioè, per come la vedo io, GTA è puro mainstream travestito di "uncorrectness", postal è pura trasgressione ai limiti dell'insensato (per di più dentro un gioco che lascia il tempo che trova, ludicamente parlando). per questo postal fa più gioco al mio discorso, proprio perché artisticamente così irrilevante da rendere molto più visibile quella "linea" che viene continuamente travalicata. eppure, non va ugualmente posto sotto la difesa della libertà di espressione? secondo me sì.
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