Videodrome

Videodrome

Qui si parla di cinema. Ma non del multisala a Casnago sul Lambro in cui trascorrete serate consumando aperitivi, giocando col videopoker e rovesciando popcorn su chi vi siede a fianco mentre vi alzate per rispondere al telefono. O forse sì, anche di quello. In fondo nei multisala stile Burago Masnano c'è spesso una sala giochi. E noi vogliamo parlare di cinema e videogiochi. In qualsiasi modo. Anche con la recensione della sala giochi al Capezzano Center di Puriago Molteno. Ma non solo.
Rubrica

Fedeltà a tutti i costi

Pronti a tutto pur di rispettare la fonte.

di Andrea Maderna, pubblicato il

Ju-On: Rancore è un gioco particolare, che si mette di traverso e prova a puntare un po' da tutte le parti, senza colpire fino in fondo da quasi nessuna parte. Le meccaniche di gioco e la struttura sono troppo semplici e lineari per fare centro nel cuore dell'appassionato di Survival Horror, che rimane inevitabilmente scottato da un'esperienza lontana anni luce dalle migliori produzioni nel genere. Del resto, il target è ovviamente quello tipico a cui si mira su Wii, composto da giocatori occasionali, che magari si avvicinano solo perché incuriositi da un film che han visto nella versione occidentale o di cui han sentito parlare. Anzi, ancora meglio: attirati dallo slogan "Un simulatore di paura" e dalla simpatica - si fa per dire - copertina che mostra una donna, presumibilmente bella, perché devono sempre essere belle, nascosta dietro il divano. Peccato che queste persone rischino di impattare con un sistema di controllo ruvido, immediato nella concezione ma scomodo per difetti di realizzazione, e una struttura di gioco che si muove su binari simili e non perdona l'utente privo di testarda costanza, l'utente "casual".

La produzione Rising Star, a conti fatti, può soddisfare solo l'appassionato irriducibile dei film cui si ispira, perché sotto la coltre di problemi è in grado di regalargli momenti di elevata immedesimazione nelle situazioni della serie. Per chi adora l'opera di Takashi Shimizu, affrontare il livello extra e vivere in prima persona gli incubi che popolano casa Saeki non ha prezzo. Il livello della riproduzione, con tutti i suoi limiti, è davvero buono e la soddisfazione che se ne può trarre val bene ogni sforzo e ogni frustrazione dovuti ai problemi del gioco. Si può, per questo, parlare di buon adattamento? No, assolutamente. Perché, per l'appunto, il termine "adattamento" prevede la capacità di adeguarsi alle caratteristiche del medium su cui si lavora. Cosa che Ju-On: Rancore non è stato in grado di fare.

C'è, al contrario, un titolo recente che davvero ha saputo svolgere il suo ruolo di adattamento in maniera esemplare, quasi stupefacente, per vari motivi. Si tratta di Batman: Arkham Asylum, gioco che, essendo basato sul Batman fumettistico, ha cittadinanza relativa in una rubrica dedicata al cinema. Ma noi gli diamo un permesso di soggiorno, perché ci fa comodo e perché comunque, col suo strizzare l'occhio alla serie animata (Mark Hamill e doppiatori assortiti, oltre a uno sceneggiatore - Paul Dini - che proprio grazie al cartoon di Batman ha ottenuto fama e gloria) e ai film di Christopher Nolan (atmosfere dark, musiche vicine a quelle di James Newton Howard e Hans Zimmer, scene di lotta che ricordano molto Batman Begins), il visto se lo merita. E perché il pallone è mio e decido io.

A stupire davvero in Arkham Asylum non è la fedeltà iconografica, non è il ricalcare le giuste atmosfere, non è il cogliere lo spirito fondamentale del "world's greatest detective", non è l'utilizzo sapiente di così tanti personaggi, non sono tutte queste caratteristiche (e altre simili) degne di lode, splendidamente sviluppate, ma tutto sommato ordinarie. No. Quello che sorprende è il modo in cui Rocksteady ha voluto uscire dai binari del gameplay classico, giungendo a proporre soluzioni tutt'altro che banali, anzi molto rischiose, pur di rimanere fedele allo spirito e alle caratteristiche del personaggio. Batman incute paura, timore, reverenza nel criminale comune. Si muove nell'ombra, domina dall'oscurità, attacca a sorpresa, sconfigge l'avversario con dominante prosopopea, abbatte senza problemi chiunque ostacoli la sua ricerca della giustizia. Batman, soprattutto quando si muove in contesti a lui familiari, è pressoché onnipotente. Non ha i poteri di Superman, eppure sa essere altrettanto d'acciaio. Tradurre questo in meccaniche appaganti e impegnative non era semplice. E non a caso il primo impatto con il sistema di combattimento di Arkham Asylum, quando ancora si era nelle fasi di lavorazione del gioco, aveva destato non poche perplessità. Il risultato finale, però, è riuscito in maniera cristallina.

L'uomo pipistrello si muove agile e sinuoso fra i nemici, si destreggia facendone quel che vuole, li sconfigge con un batter di ciglia. Ma, a patto di affrontare il gioco a livello hard, venire a capo delle situazioni con lo stile che si confà al Crociato Incappucciato è impresa tutt'altro che banale. Il vero successo di Rocksteady sta proprio lì: nel far provare quella sensazione d'onnipotenza (parziale, via), senza regalarla. La totale padronanza delle meccaniche di controllo e, quindi, del dominio di Batman sui criminali va conquistata col sudore della fronte. Non è impresa fuori portata, è tutt'altro che impossibile, ma offre una sfida che a un primo sguardo, e soprattutto sulla carta, non sembrava poterci essere.

Complimenti quindi a chi non solo ha voluto sforzarsi per trovare il modo giusto di adattare le varie sfaccettature della fonte cui si ispirava, non solo ha saputo farlo piegando (ma non spezzando) il tutto alle esigenze del videogioco, non solo ne ha tratto un'esperienza complessiva convincente, rifinita, appagante in quasi ogni suo aspetto, ma ha anche tirato fuori uno fra i migliori videogiochi dell'anno. Così, come se niente fosse. Batman: Arkham Asylum è forse il miglior adattamento in videogioco di sempre. Lo è per la bellezza ludica del prodotto finito. Lo è per la fedeltà alla fonte. Ma lo è soprattutto per la qualità e il coraggio dell'adattamento. In quanti possono affermare di aver fatto altrettanto?


Commenti

  1. |Sole|

     
    #1
    Secondo appuntamento con Videodrome. Enjoy!
  2. Lain

     
    #2
    Concordo su tutta la linea su Batman: Arkham Asylium, ma vorrei fare una precisazione. La cosa interessante del titolo Rocksteady, secondo me, è che non si può parlare ufficialmente di "adattamento", è più giusto parlare di "(re)interpretazione".

    Grazie alla multitudine di Batman presenti nell'universo fumettistico della Dc Comics (praticamente Batman cambia sfumature a seconda dello sceneggiatore che lo scrive) i Rocksteady per evitare di "fare il gioco di X" (dove X è uno dei tanti universi narrativi di Batman, dai videogiochi stessi , ai cartoni, al fumetto, ai film dal vivo) hanno scelto di creare loro stessi una nuova interpretazione di Batman.
    Prendendo quello che gli piaceva delle varie fonti (non avete idea di quanto bello sia Batman: The animated series, prodotto da Warner Bros e Sunrise), come il cast di voci del cartone, hanno scelto di dare una nuova interpretazione grafica dell'universo di Gotham City sopratutto grazie ai disegnatori Wildstorm, vedasi Harley Queen che abbandona il suo classico vestito per uno stile "infermiera"  o come Batman stesso che alal fine è quello disegnato da Jim Lee con le orecchie di quello di Simon Bisley.
    E poi che vi aspettate per la storia visto che al timone c'è Paul Dini, l'uomo che ha vinto insieme a Bruce Timm un Eisner Award per aver inventato Harley Queen?
    Partendo da queste basi Batman: AK ha una cosa che quasi nessun Tie-In possiede. Cioè carattere, il riuscire a stare in piedi da solo. Quello creato è Rocksteady è proprio un nuovo universo di Batman.
  3. giopep

     
    #3
    Lain ha scritto:
    Concordo su tutta la linea su Batman: Arkham Asylium, ma vorrei fare una precisazione. La cosa interessante del titolo Rocksteady, secondo me, è che non si può parlare ufficialmente di "adattamento", è più giusto parlare di "(re)interpretazione".
    Eh, ma vedi, quello che tu descrivi nel resto del post è esattamente ciò che intendo io quando si parla di "adattamento". Oltretutto, se nel caso di un adattamento da un libro posso capire che uno pretenda fedeltà assoluta (anche se io non condivido la pretesa), nel caso di un personaggio a fumetti vecchio settant'anni è veramente ridicolo pretendere fedeltà a un modello originale che, di fatto, non esiste più, perché troppe volte è stato reinterpretato. Quel conta, al limite, è cogliere il paio di tratti fondamentali che rimangono costanti nel tempo, ma poi finita lì. Devi dare la tua interpretazione, così come ha fatto chiunque abbia preso in mano il personaggio prima di te.
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