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Rubrica

Homo ludens

Il seminale saggio di Huizinga e le origini del moderno "game studies".

di Lorenzo Antonelli, pubblicato il

"Mentre cedo la mia opera al pubblico, mi sorge il timore che molti, nonostante tutto il lavoro che la sostanzia, la stimeranno un'improvvisazione insufficientemente documentata. È ormai destino di chi vuol trattare problemi culturali, di doversi arrischiare su diversi terreni che non conosce a fondo. Supplire prima a tutte le mancanze del mio sapere era escluso per me, e me la sono sbrigata rispondendo di ogni dettaglio per mezzo di un rimando. Per me si trattava di scrivere o non scrivere. E di una cosa che mi stava molto a cuore. Perciò ho scritto."
(dalla prefazione dell'autore)

"Homo ludens" apparve per la prima volta ad Amsterdam nel 1939 e solo nel 1946 fu pubblicato in Italia. Il saggio introduttivo di Umberto Eco rivela che, nonostante la nozione di gioco come costante dei comportamenti culturali d'ogni epoca apparisse allora una tesi coraggiosa e oltraggiosamente affascinante, l'inusitato (o per meglio dire indisciplinato) approccio metodologico adottato dallo storico olandese fu per "Homo ludens" croce e atroce delizia. "Bisogna dire che Huizinga, nella cultura italiana, ha pagato abbastanza duramente il fatto di non essere esattamente né un filosofo né uno storico, né un sociologo né un teorico dell'arte, e di voler mettere interdisciplinarmente il naso un poco dappertutto, come accade peraltro agli storici delle idee. Se andiamo a consultare le storie delle filosofie non lo vediamo citato, neppure come epigono appartenente a una cultura periferica." Ritenute fin troppo affrettate e generalmente dominate da una certa diffidenza aristocratica, dunque, le intuizioni (più che intenzioni) di Huizinga assumevano che i caratteri del gioco sono quelli della cultura e che la cultura, sin dall'antichità, s'è sempre manifestata come gioco. "Il gioco è più antico della cultura, perché il concetto di cultura, per quanto possa essere definito insufficientemente, presuppone in ogni modo convivenza umana, e gli animali non hanno aspettato che gli uomini insegnassero loro a giocare."
Lungi dall'apparire sconfortante o in qualche modo accusatoria, la lucida prefazione di Umberto Eco serve a chiarire ulteriormente entro quali confini sia lecito rileggere oggigiorno la controversa opera di Huizinga, sfacciatamente acuta eppure tanto fragile.
In altre parole bisognerebbe evitare di chiedere a "Homo ludens" più di quanto allora l'autore volesse intendere, oppure sarebbe il caso di lasciargli dire quello che l'autore neppure sapeva e che, anni dopo, appare finalmente chiaro al lettore. "Anche perché si può sempre chiedere all'autore perché non se ne sia accorto. E perché è proprio dal non essersene accorto che conseguiranno le contraddizioni da cui Homo ludens al postutto non riesce a liberarsi. E infine, se Huizinga ha perduto un'occasione, non è una buona ragione perché dobbiamo perderla anche noi..."

"Homo ludens", incalza Eco, non stila certo una grammatica del gioco e, cosa ancor peggiore, alla necessità di una teoria del gioco predilige una più vaga teoria del comportamento ludico. "Egli non è interessato affatto a dirci quale sia il gioco, e come funzioni, ma al fatto che questo gioco viene giocato." Lo scritto di Huizinga, insomma, affresca senza scavare a fondo e cita solo quel che più gli torna di comodo, senza curarsi troppo della costruzione di una struttura solida, fatta di stabili interconnessioni. Ma in fondo, bando alla critica colta che l'ha sempre considerato un esperimento parimenti provocatorio, spregiudicato e infruttuoso, è innegabile che nelle brillanti pagine di "Homo ludens" - oggi vieppiù citato anche solo per dar serio contegno alle (video)ludiche pulsioni per le quali tutto il mondo ci snobba – risiedono le antiche fondamenta del moderno "game studies". Che cosa è in fondo il gusto del gioco? Perché strilla di gioia il bambino? Perché il giocatore si perde nella sua passione, perché una gara eccita sino al delirio una folla di spettatori? L'intensità del gioco non è spiegata da nessuna analisi biologica, ma proprio in quella facoltà di far delirare sta la sua essenza, ovvero la sua qualità.
Il gioco come tale oltrepassa i limiti dell'attività puramente biologica: è una funzione che contiene un senso. Al gioco partecipa qualcosa che oltrepassa l'immediato istinto a mantenere la vita, e che mette un senso nell'azione del giocare. Ogni gioco significa qualche cosa. Come a dire che non può esistere cultura vera (lingua, diritto, poesia, letteratura, filosofia, arte o addirittura guerra) senza che essa possegga una certa qualità ludica. Ovvero, il concetto di gioco si fa coestensivo a quello di cultura in tutte le sue possibili forme. A corollario di ciò, scrive Huizinga, deriva che "… la cultura vera esige sempre e per ogni rispetto fair play, e fair play non è altra cosa che l'equivalente, espresso in termini di gioco, di buona fede. Il «guasta-gioco» guasta la cultura stessa."

Esattamente come quelli che guidano contromano nei videogiochi online.
Meglio i bari (oggi cheater), secondo Huizinga.


Commenti

  1. leelinn

     
    #1
    L'aggettivo "seminale" richiama sempre ricordi di bittantiana memoria :D
    Bello leggere anche di un Umberto Eco paladino della forza della teoria sulle pratiche.
    Vista la chiusura, propongo Cheating di Mia Consalvo come prossimo libro per la rubrica :)
  2. giopep

     
    #2
    Viste le sue ultime uscite, io propongo un libro a caso di Tremonti. :D
  3. Fotone

     
    #3
    Uh, interessante Mia Consalvo.
    Inserisco Cheating tra i libri da recuperare.
    Grazie per la segnalazione!
  4. leelinn

     
    #4
    @Fotone: figurati. Se ti servono altre segnalazioni chiedi pure. Ho una biblioteca fornita :)
  5. Fotone

     
    #5
    Chiederò senz'altro, allora! ;)
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